Angiolino del Tegghia dei Corbizzi

In assenza dei racconti dei viaggiatori ancora a venire, a lungo gli scrittori più inquieti hanno raccolto le voci di lontane terre per far eco al nuovo mondo. Già Dante accenna, sia nella Commedia sia nel De Monarchia, al mito delle isole e delle terre poste aldilà delle colonne d’Ercole, mentre in un’epistola di Francesco Petrarca l’oltremare fa capolino nel
potere e negli eventi mondani.
La descrizione da Avignone della cerimonia d’investitura nel 1344 del castigliano Ludovico a principe prescelto da Clemente VI quale signore delle

Isole Fortunate, le isole atlantiche appena conosciute, prefigura, seppure in modo ancora del tutto onorifico, le prede delle prossime spartizioni europee.

Recentemente Clemente VI diede a quella terra un principe che abbiamo conosciuto, un nobile uomo, discendente di re spagnoli e galli. Come infatti ricordi, mentre egli in quel giorno attraversava la città pavoneggiandosi adorno di corona e di scettro, improvvisamente piovve tanto, ed egli tornò a casa tanto bagnato, che se ne trasse la premonizione che gli fosse toccato il dominio di una terra piovosa e ricca di acque. Che cosa poi gli sia accaduto in quel dominio posto fuori del mondo, io non lo so; so però che si tramandano e si scrivono molte cose, per cui la fortuna non sembra convenir pienamente con il nome di terre fortunate. In quanto al resto, diresti che quella gente gode della solitudine più di quasi tutti i mortali; ma è talmente rozza nei suoi costumi e tanto simile alle bestie, che lasciandosi guidare dall’istinto naturale più che dal suo arbitrio, non tanto vive sola, quanto erra in solitudine, o con le fiere o con le sue greggi.

Cominciamo a scorgerla, questa terra esotica e lontana: strana, ancora senza fascino, ostile, un divertissement geografico. È ancora presto ma, insieme a Dante e Petrarca, si volgono a questo lato oltre-atlantico anche altri, incuriositi da un mondo giovane e avventuroso, letterati che cominciano la diffusione delle nuove longitudini. Le loro opere dai titoli evocativi sono altrettanti passi a creare il mito dei sogni e delle imprese dei navigatori: Fazio degli Uberti (Dittamondo), Domenico Bandini (Fons memorabilium universi), Domenico Silvestri (De insulis et earum proprietatibus). Ma il primo, il vero primo, è Giovanni Boccaccio, che fa molto di più, scrivendo di suo pugno il racconto della navigazione di alcuni genovesi e del fiorentino Angiolino del Tegghia alle Canarie. Cosa è passato per la testa del Boccaccio perché si metta all’opera del suo breve componimento in latino De Canaria et insulis reliquis ultra Hispaniam in Oceano noviter repertis? Quali fascini già esercitano le imprese pioneristiche di Del Tegghia e compagni di ventura?
All’epoca ancora nessuno, e nemmeno il Boccaccio, pare sconvolgersi all’idea che oltre Gibilterra si annunci un altro mondo, o quantomeno isole abitate da persone in carne e ossa, dai costumi stravaganti ma tali e quali agli europei e anche più coraggiosi. Ma quantomeno a Boccaccio non sfugge la novità inaudita dell’impresa del suo conterraneo Angiolino e, prendendo carta e penna, scrive per lasciare a futura memoria una lezione di geografia e di letteratura di viaggio.
Ma il viaggio non fa scuola; dopo l’impresa di Angiolino ci vorrà del tempo prima che qualcun altro allestisca flotte e rilanci, e pochi prendono sul serio l’importanza della spedizione. Eppure, sostituendosi a storici distratti in altre cronache – certo più locali – il Boccaccio affida agli «scripta manent» una vicenda che altrimenti avrebbe potuto disperdersi. Niente ci dice sul suo “fattore umano”, e tutto quel che destina al ritratto dei navigatori della spedizione è poco più del nome di Angiolino, vergando a mano su un margine del primo foglio «Florentinus qui cum hiis navibus prefuit vocatus est Angelinus del Tegghia de Corbizzis». Altro non si sa del precursore dei navigatori fiorentini; è quanto basta per ricordarsi di lui, come dell’antenato che già un secolo e mezzo prima del Vespucci sfodera carattere e coraggio, lasciando la placida e nota Toscana e attraversando le porte d’Ercole.
Ma cosa c’entra lo stretto di Gibilterra con un fiorentino? E quelle onde verso lo sconosciuto, quelle distanze annientate da un orizzonte sconfinato d’acqua? Niente di più raccapricciante del mare aperto per chi è cresciuto fra la forma regolare della collina, nell’onda rassicurante del suo incedere dolcemente nel paesaggio, nella misura perfetta della finestra del palazzo toscano. Tuttavia questo mercante, dalle sembianze enigmatiche, parte e si lascia dietro le spalle Gibilterra, in compagnia di genovesi e spagnoli, e parte per mari già percorsi ma ancora misteriosi, in un’epoca nella quale nemmeno il Nord Europa è ancora conosciuto appieno. Primo fra i fiorentini a navigare oltremare, Angiolino apre la schiera di coloro che si convincono che «chi parte rischia di arrivare», ovvero che oltre l’orizzonte il temerario va incontro non ai pericoli, ma a una meta che attraverso i pericoli aspetta solo di essere svelata.
La sua esplorazione riscopre le Canarie – dove forse il genovese Lanzarotto Malocello era già giunto nel primo trentennio del Trecento – ma non apre la porta degli oceani, la socchiude appena; ci vorrà molto tempo prima di trovare altrettanta determinazione. Si legge la cronaca del Boccaccio e se ne capisce il perché: o si fanno quattrini, o è meglio starsene a casa. Boccaccio sogghigna, perché nelle isole lontane “Angiolino & Soci” scoprono solo fichi secchi buoni quanto quelli di Cesena … Eppure il mercante e marinaio fiorentino partecipa a un’avventura che in sé raccoglie già tutta la storia successiva delle esplorazioni oltremarine: la meraviglia per la natura diversa, l’incontro con indigeni benevoli, i timori e l’aggressiva violenza dell’europeo, il ratto degli indigeni manco fossero trofei da riportare in Europa, una dose di coraggio e due di prudenza.

Correndo l’anno del Signore 1341, giunsero a Firenze lettere di mercanti fiorentini che erano in Siviglia, città della Spagna ulteriore, e quivi suggellate ai 15 di novembre, dove era scritto quanto segue.
Riferiscono dunque come, al 1° di luglio dell’anno suddetto, due navi provvedute dal re del Portogallo, e con esse un’altra navicella ben guernita, con (equipaggi) di fiorentini, genovesi, catalani e altri spagnuoli, sciolte le vele dalla città di Lisbona, presero il largo, portando a bordo cavalli, armi e macchine da guerra per espugnare città e castella, e andarono a cercare quelle isole che è voce siano state trovate, dove con favor di vento in capo al quinto giorno tutte pervennero; ed alle proprie case parimenti tornarono in novembre riportando le prede che or diremo. Primariamente condussero quattro uomini degli abitatori di quelle Isole, e ancora pelli di montone e di capre in buon numero, sego, olio di pesce, pelli di foche ed anche legnami rossi che tingono quasi fossero virzino, sebbene gli esperti dicano non essere virzino. E portarono anche delle scorze di alberi atte a tingere di rosso, e terra rossa e simili. Uno, poi, dei capitani della nave, chiamato Niccoloso da Recco, genovese, interrogato in proposito, diceva esservi circa miglia novecento da Siviglia a quelle isole.
[…] In un’altra isola alquanto maggiore, videro venirsi incontro sul lido una grande moltitudine di uomini e donne, quasi tutti nudi, salvo alcuni, che sembravano superiori di rango, vestiti di pelli caprine tinte di giallo e di rosso e, a quanto sembrava di lontano, morbidissime e delicatissime e cucite con molta arte di corda di budella; e, come potevasi arguire dai loro gesti, mostravano di avere un capo al quale tutti tributavano riverenza ed ossequio. Quella moltitudine di gente mostrava desiderio di commerciare con la gente delle navi e di voler intrattenersi. Ma quando dalle navi alcune imbarcazioni si appressarono di più al lido, non potendo in veruna maniera capire la lingua di quelli, non ebbero animo di sbarcare. Era quell’idioma, a quanto ne dissero, molto gentile ed a modo dell’italiano spedito assai. Ma vedendo gli isolani come nessuno delle navi scendesse, ve ne furono alcuni che si sforzarono di giungere a nuoto sino ad esse, sicché alcuni ne furono presi, e sono quelli che furono condotti indietro.
Finalmente, veduto i marinai che non ne veniva a loro nessun utile, si dipartirono da quel luogo e, fatto il giro intorno all’isola, conobbero esser quella meglio coltivata nelle parti del settentrione che in quelle del mezzogiorno. Videro molte case, alberi di fico, palme, sebbene sterili, ortaglie, cavoli ed altri erbaggi commestibili; e perciò vi sbarcarono
venticinque dei loro armati, i quali, cercando cosa ci fosse dentro quelle case, trovarono esservi circa trenta uomini nudi, che, spauriti nel vedere quegli uomini, si diedero tosto alla fuga. Entrati nelle case, le videro fabbricate di pietre squadrate con arte meravigliosa, e ricoperte di legni grandissimi e bellissimi; e poiché trovarono le porte serrate e vollero
vedere quel che dentro ci fosse, quelle infransero con sassi e aprirono; ciò vedendo gli abitanti che erano iti via, sdegnatisi, empirono di grandissime grida quei luoghi. All’ultimo, rotte quante porte ebbero trovate, entrarono quasi in tutte quelle case, dove altro non trovarono che fichi secchi, tanto buoni che parevano di que’ da Cesena, entro a sporte di
palma, e frumento assai più bello del nostro, con i grani più lunghi e grossi, e colore più bianco; e così orzo e altre biade di che quegli abitatori era evidente si cibassero. Le case bellissime, e di bellissimi legni, erano dentro molto chiare come imbiancate di gesso.
Videro anche un luogo di culto o tempietto, dove non vi era pittura né altro ornamento all’infuori di una statua di pietra avente l’immagine d’un uomo nudo con una palla in mano, coperte le vergogne con brache di palma secondo l’uso degli abitatori di quel paese; e la tolsero, e caricatela sulle navi la portarono al ritorno a Lisbona.
[…] Trovarono anche un’altra isola, dove non vollero calare perché ai loro occhi apparve una certa maraviglia. Dicono che vi è un monte altissimo, a stima trenta miglia e anche più, che si vede molto di lontano, e sulla vetta vi appare un certo biancore aver sembiante di una rocca, né è una rocca, ma lo credono una rocca acutissima sulla vetta della quale appare un albero della grandezza dell’albero di una qualche nave cui stia appesa un’antenna con grande vela latina tesa a simiglianza di uno scudo, che tratta in aria per i venti si gonfi e si distenda assai; essa pare in seguito di lontano abbassarsi a poco a poco
a guisa dell’albero di una grossa nave, per innalzarsi poi, continuando sempre nella stessa maniera; girando attorno all’isola, da ogni lato vedevano accadere lo stesso.
Per cui, stimando esser per virtù d’incantesimo, non ebbero ardire di scendervi. Molte altre cose trovarono che il detto Niccoloso non volle in tale circostanza raccontare. Pare solo che quelle isole non siano ricche, poiché i marinai appena poterono riguadagnare le spese del viaggio.
[…] Partiti con armi e macchine per espugnare fortificazioni e città, Angiolino e compari se ne tornano con le pive nel sacco e anzi, a leggere il Boccaccio, sono proprio gli indigeni a tirare fuori più coraggio e i più arditi di loro sono rapiti e portati in Europa, via per sempre dalle loro case. Ma né il Boccaccio né Angiolino mostrano preoccupazioni morali: prevale
lo stupore per un paesaggio lontano e da caleidoscopio, uno stupore più forte del mancato tornaconto commerciale e dell’impresa militare, e tutto è ancora solo abbozzato. Appare anche l’elemento magico, con la visione del vulcano Teide, 3.700 metri di altezza sul mare, che, nel racconto del Boccaccio con le sue notizie di seconda mano, diventano addirittura trenta miglia. Angiolino rischia la figura del fanfarone, o quella dell’intrepido precursore, che resterà all’asciutto senza gloria e nemmeno un volto, o quella del dilettante. Punti di vista, perché ancora nessuno ha davvero le idee chiare su cosa
pensare di un nuovo mondo: l’oltremare.

(tratto da Niccolò Rinaldi, Oceano Arno. I navigatori fiorentini, FirenzeLibri, 2012)