Giovanni da Verrazzano

In Amerigo, solo un breve accenno alla tratta degli schiavi. Siamo agli albori dei grandi traffici umani, i grandi guadagni seguiranno presto, ma per ora s’intravedono appena. Al punto che al ritorno dal suo secondo viaggio, quello per i portoghesi, Piero Rondinelli, che si trova a Siviglia, scrive a un amico fiorentino:

Amerigho Vespucci arém qui fra pochi dì, el quale è durato asai fatiche e à ’uto pocho profitto, che pure meritava altro che l’ordine: e’ re di Portoghallo arendò le terre che lui dischoperse a certi Christiani nuovi, e sono obrighati a mandare ongni anno 6 navili e dischoprire ogni anno 300 leghe avanti, e fare una forteza nel dischoperto e mantenella detti 3 anni, e’l primo anno non paghano nulla, e’l secondo 1/6, el terzo ¼, e fanno chonto di portare verzino asai e schiavi, e forse vi troveranno chose d’altro profitto.

Tanto poco s’era arricchito Amerigo che alla sua morte, nel 1512, è imposto al nuovo Piloto Mayor di farsi carico del mantenimento di Marìa Cerezo, vedova Vespucci, corrispondendole una dignitosa pensione per supplire alla magra eredità ricevuta dal marito. Ma ci vuole poco tempo perché la tratta diventi un modo redditizio di riempire la nave, procedendo col solito metodo maniacale adottato dagli uomini nel pareggiare i conti fra la Storia e la propria avidità: andare per le spicce e accumulare cadaveri. Per ogni bastimento la media prevede la perdita per un terzo di uomini e donne che muoiono durante il tragitto, per un terzo sono uccisi o lasciati crepare all’arrivo perché ormai troppo malati o indeboliti per essere utili, e per un terzo, scremati da tale selezione naturale, destinati al lavoro di schiavitù, fanno la fortuna della nave.

Neanche Giovanni da Verrazzano si sottrae al tristo commercio, quasi che catturare prede umane sia una tentazione irresistibile, e il solito dubbio affiora quando Giovanni rapisce un fanciullo da portare in Europa, souvenir per i reali di Francia: tutto quel veleggiare per settimane, in balia dell’Atlantico, e secoli di cultura, per poi finire a strappare i figli alle loro madri, forti solo della bruta supremazia delle armi? Eppure gli indigeni di norma sono tutt’altro che cannibali; anzi, spesso sono descritti aperti, generosi, curiosi, a volte di una misteriosa saggezza, come l’uomo che al passaggio della nave di Giovanni stupisce e crea la drammaticità dell’incontro e della scena esotica, non lasciandosi avvicinare e alzando enigmaticamente il dito verso il cielo. A metà strada fra segno divino e stravaganza, il nostro ne resta colpito, quasi sia un monito o un codice di bellezza universale, e ne scrive al re di Francia, suo committente. È una fra le tante “cose notevoli” che gli si svela del Nord America, primo fra gli europei ad approdare a quelle coste.

La sua strada prende avvio a Greve, dove nasce, nel 1485, da famiglia nobile che tiene uffici pubblici sotto i Medici. Giovanni, al pari di tanti altri giovani dell’epoca destinati all’estero, naviga in tutto il “cognitus mundus”, fino in Siria e a lungo al Cairo. Poi se ne va a Parigi e a Lione, dove s’è stabilita da tempo una folta colonia fiorentina; è bastato per legittimare, in anni passati, rapine di natali, tanto che oltralpe si sono incaponiti sul fatto che Giovanni da Verrazzano sia di origine francese, sebbene sia sempre definito “fiorentino”, anche se spesso firma come «Verrazanne» o «Varracenne». Non solo: c’è stato anche chi ha visto nel famoso corsaro Jean Florin nient’altro che una reincarnazione del Verrazzano, riciclatosi come delinquente del mare dopo i suoi due primi viaggi. È materia per un giallo storico, per una nuova ipotesi di cambio di identità, un Marlowe-Shakespeare in tenuta marinara, e gli ingredienti ci sarebbero, dato che Jean Florin è in effetti contemporaneo di Giovanni; col suo nome fa l’occhiolino a uno pseudonimo di Giovanni e muore più o meno all’epoca della scomparsa di questo; ma la romantica tesi non regge, perché nel 1527 Jean Florin è condannato a morte e giustiziato in Spagna e il suo processo permetterebbe facilmente di svelare un’identità nascosta. Verrazzano resta il Verrazzano, mercante, non pirata, fiorentino, non francese.

Anche il soldo per la sua prima navigazione nel 1524 ce lo mette la “Compagnia dei Gondi”, un gruppo di mercanti fiorentini a Lione, con l’ausilio di alcuni francesi. Il re, da parte sua, fornisce le navi, anzi la nave, ché delle quattro previste alla fine ne resta disponibile solo una, la Dauphine. Tuttavia, con un investimento iniziale, pare, abbastanza modesto e con un solo vascello, il viaggio si può fare, secondo una formula non rara: Firenze fornisce capitali, ingegno e coraggio individuale, la casa reale fornisce equipaggi e bandiera.

Tutti, re “&” mercanti finanziatori, del viaggio restano delusi. Giovanni riporta dal Nord America cose che presto cambieranno la vita degli europei nel loro quotidiano, che rispondono ai nomi di mais, zucca e fagioli, ma per i patrocinatori non sono un granché: figuriamoci, i legumi! si aspettavano seta, oro e spezie, altri vocaboli, altre avidità.

Eppure il primo viaggio di Giovanni è una pietra miliare delle esplorazioni. Se Vespucci aveva tenuto la rotta più a mezzogiorno rispetto a Colombo, Giovanni si mantiene più a settentrione e approda negli odierni Stati Uniti, proprio dirimpetto ai porti di Francia, dimostrando che i francesi con poche spese e poco tempo sono in grado di navigare nel nuovo continente. Giunge a Capo Fear, entra nella Baia dell’Hudson dove oggi si trova New York, esplora Terranova e risale la costa verso nord alla ricerca di un passaggio verso la Cina. Poi, sempre più su, per il rigore del clima e la rudezza crescente degli indigeni, decide di tornare.

Consapevole dell’importanza geografica della sua esplorazione, Giovanni procede a una ricognizione dettagliata dei luoghi e li battezza sia col proprio nome (istmo «Verazanio») sia attingendo a piene mani alla toponomastica di casa, trasferendola pari pari sulle coste americane. Chiama baie, golfi, promontori e monti «lampruneta», «caregi», «m. morello», «valle umbrosa» e altri, oppure, in omaggio agli amici Rucellai, «lorto de rucelay»: così il mondo si fa uno e la scoperta è l’altra faccia della città madre. Ma la Careggi americana ha vita breve e l’intera toponomastica fiorentina è spazzata via dai successivi esploratori spagnoli, francesi e inglesi. Firenze non avrà la forza di cristallizzare questi suoi tratti oltre l’Atlantico, e oggi di tali battesimi resta solo un segno per nulla toscano: il nome dello stato americano Rhode Island, un’isola che Giovanni ha chiamato così per la somiglianza con la Rodi egea.

A lui ha pensato New York, ripagandolo con un ponte di cemento e ferro che la comunità italo-americana e l’Italia, grazie alla campagna di Uguccione Ranieri, a lungo hanno voluto e alla fine ottenuto, piegando molte resistenze perché l’onore, in una città “caput mundi” come la grande metropoli americana, va conquistato. È un omaggio degno con una punta beffarda: oggi per molti americani Giovanni è il “Verrazano bridge”, il ponte costruito con la campata più lunga del mondo ma, nonostante proteste e richieste di rettifica che non sono mancate, chiamato con una lettera in meno. In parte perché solo nella lingua italiana c’è la doppia zeta, un po’ perché fin troppi sono i ritocchi nelle firme autografe di un navigatore che è confuso perfino con un corsaro giustiziato in Spagna, infine per ribadire il destino incompleto della fama di chi, alla ricerca del passaggio per la Cina, ha scoperto il Nord America come per sbaglio.

Lettera di Giovanni da Verrazzano al cristianissimo Re Francesco, Re di Francia, della terra per lui scoperta in nome di sua maestà.
[…]

Cominciando el 1524, adì 17 del mese di gennaio passato, con cinquanta uomini forniti di vectovaglie, arme e altri strumenti bellici e munitioni navali per octo mesi, partimo navigando per zeffiro, spirando subsolano con dolce e suave lenità. In giorni 25 corremmo leghe octocento. Il dì 24 di febraio, forse le 16 ore, passammo una tormenta tanto aspra quanto mai omo che navicassi passassi. Da la quale col divino aiuto e bontà de la nave, dal glorioso nome e fortunato fato, acta a sopportare le violente onde del mare, fumo liberi. Seguimmo nostra navigatione continuo verso l’occidente, pigliando alquanto del septemtrione. In altri giorni 25 corremmo più oltre a leghe 400, dove ne apparse una nuova terra mai più da alcuno antico o moderno vista.
[…]

Monstravasi alquanto bassa al principio; approssimatici a uno quarto di lega, conoscemmo quella, per grandissimi fuochi facevano al lito del mare, essere abitata. Vedemmo correa verso l’austro; lustrandola per trovare alcuno porto dove potessimo con la nave surgere e investigare la natura di quella, in spatio di leghe cinquanta non trovammo porto o sino alcuno dove potessimo con la nave posarci. E visto continuo tendeva verso l’austro, per non incapar in Spagnoli deliberammo tornare a rigarla verso il septemtrione, dove el medesimo trovamo. Surgemmo a la costa mandando el batello a terra. Avemmo vista di molta gente, quali venivano al lito del mare e veggendone aproximare fuggivano; alcuna volta fermandosi voltavonsi adrieto con grande amiratione riguardando. Assicurandoli con vari segni, venivano alcuni di quelli monstrando grande allegreza in vederci, maravigliandosi de’ nostri abiti, effigie e bianchezza, facendone vari segni dove col batello potessimo più commodi ascendere, offrendone di loro vivande.
[…]

Mandando a nuoto uno de’ nostri giovani marinai a terra, portando a quelli alcune fantasie, come sonagli, specchi e altre gentileze, e essendo a 4 braccia giunto proximo a quelli, gittando loro le merce e volendo adrieto tornarsi, fu tanto da l’onde remosso che quasi semimorto cadde transportato a la riva del lito. El quale visto, la gente de la terra subito accorsono; pigliandolo per la testa gambe e braccia, lo portarono alquanto lontano. Onde veggendo il giovane in tal modo portarsi, da terrore spaventato, metteva grandissimi gridi. Il che loro simile in loro lingua facevano, dimonstrandoli non temessi. Dipoi quello in terra, al sole, a piè d’un piccolo colle posto, facevano grandissimi atti di amiratione, guardando la bianchezza de le sue carne, osservandolo per tutto. Spogliandoli la camicia e i calciamenti stretti, restato nudo, feciono appresso di quello uno grandissimo fuoco, apoximandolo al calore. Il che visto, e marinari ch’erano nel batello restati, pieni di spavento come in ogni caso nuovo è costume di quelli, pensavono per cibo lo volessino arrostire. Riavuto le forze, con quelli alquanto dimorato, per segni mostrò volere ritornarsi alla nave; e quali con grandissimo amore, tenendolo sempre stretto con vari abbracciamenti, lo accompagnarono per insino al mare, e per più assicurarlo, allargandosi in un colle eminente, stetteno a riguardarlo per insino fu nel batello. Quello el giovane di questa gente conobbe, che tale sono di colore nero come gl’altri, la carne molto lustre, di mediocre statura, el viso più profilato, del corpo e altri membri assi più delicati, di molta poca forza e di più presto de ingegno. Altro non vidde.

Appellavimus Annunciatam a die Adventus, ove trovasi uno istmo di largeza de uno miglio e longo circa 200, nel quale da la nave si vedea el mare orientale, mezo tra occidente e septemtrione, quale è quello senza dubio che circuisce le extremità de la India, Cina e Cataio. Navicammo al detto istmo con speranza continua di trovare qualche freto o vero promontorio, al qual finisca la terra verso septemtrione per poter penetrare a quelli felici liti del Catai. Al qual istmo si pose nome, da lo inventore, Verazanio, così come tuta la terra trovata si chiamò Francesca per il nostro Francesco.

Di qui partiti, seguendo sempre il lito che tronava alquanto verso septemtrione, pervenimmo in spatio di leghe cinquanta a un’altra terra che molto più si monstrava bella e piena di grandissime selve. Surgendo a quella, andando 20 uomini circa leghe due infra terra, trovammo le gente per paura s’erano fuggite a le selve. Cercando per tutto, scontrammo in una femina molto vecchia e una giovane di anni 18 in 20, le quali per timore s’erano nascoste fra l’erva. Avea la vecchia due fanciullette, quali portava sopra a le spalle, e drieto al collo uno fanciullo, tutti di età d’anni octo. Simili tanti ne avea la giovane, ma tutte femine. Giunti a quelle, cominciorno a gridare; la vecchia a farne segno li omini s’erano fuggiti a le selve. Donammoli a mangiare de le nostre vivande, quale con gran gusto aceptava; la giovane tutto renuntiava e con ira a terra gittava. Pigliamo el fanciullo a la vecchia per menare in Francia; e volendo prender la giovane, quale era di molta belleza e d’alta statura, non fu mai possibile, per li grandissimi gridi spandeva, la potessimo condurre al mare. E avendo a passare per alcune selve, essendo da la nave lunge, deliberammo lasciarla, portando via solo el fanciullo.
[…]

Essendo in questa dimororati tre giorni, surti a la costa per la rarità de’ porti, deliberammo partire, scorrendo sempre il lito, qual batezamo Archadia per la bellezza de li arbori, infra septemtrione e oriente; il dì solamente navigando e la notte posando l’ancora, corremo una costa molto verde de selve, ma senza porti e con alcuni promontori ameni e fiumi piccoli.
[…]

Ne l’Archadia trovamo un omo, el qual veneva al lito per vederce che gente eramo; qual stava sospeso e fugiasco. Riguardando noi non si lasciava venire apresso. Era bello, nudo, con capelli in nodo avvolto, di color olivastro. Eravamo cerca a 20 in terra e, lusingandolo, se aproximò a 2 braza alquanto e ne mostrava un legno aceso, come per presentarci foco. E noi ce facemo foco di polvere co l’azalino, e lui tuto tremò di paura; e facemo scarcare uno sclopetto. Restò come attonito e orò, predicando come un frate, ponendo el dito al celo e, notando la nave e ’l mare, pareva benedisse noi altri.

In termine di leghe cento trovammo un sito molto ameno, posto infra due piccoli colli eminenti, in mezzo de’ quali correva al mare una grandissima riviera (col ”sito ameno” eccolo dunque penetrato nella Lower Bay, nell’estuario del fiume Hudson, in fondo al quale sorge oggi New York, nda), la quale drento a la foce era profonda e dal mare a la eminentia di quella, saria passata ogni oneraria nave.
[…]

Pervenimmo a una altra terra distante da la insula leghe 15, dove trovamo uno bellissimo porto e, prima che in quello entrassimo, vedemmo circa 20 barchette di gente che venivano con varii gridi e maraviglie intorno a la nave. Non aproximandosi a più di cinquanta passi, fermavonsi guardando l’edificio, la nostra effigie e abiti; di poi tutti insieme spandevano uno alto grido, significandosi rallegrarsi. Assicurati alquanto imitando i loro gesti, s’aproximorono tanto che gittammo loro alcuni sonagli e specchi e molte fantasie; le quali prese, con riso rigardandole, sicuramente ne la nave entrorono.
[…]

Quello che da noi era donato, erano sonagli, cristallini azzurri e altre fantasie da mettere a li orecchi e al collo. Non pregiavono drappi di sete e di oro, né manco d’altro genere, né si curavono di quelli avere; simile di metali come acciao e ferro, poiché più volte, mostrandoli de le nostre arme, non ne pigliavono admiratione, solo la lavorazione riguardando. De li specchi il simile facevano; subito quelli riguardando, ridendo, rinunziavono. Sono molto liberali, ché tutto quello hanno donano.

Ma i buoni indigeni che donano quanto posseggono non possono offrire a Giovanni quanto cerca: il passaggio verso il Catai. Pur ostinandosi ad averlo più o meno individuato nell’America del Nord, nei suoi due viaggi successivi Giovanni muta rotta e naviga altrove. Sempre assillato dall’accesso alla Cina – meta agognata di quei tempi, Eldorado di promesse di traffici propizi – il suo è un nomadismo irrequieto, forse ossessionato dall’idea di non completare mai l’opera, di non riuscire ad arrivare fino in fondo, di non far quadrare il suo cerchio mentale e appagare la sua agitazione di fiorentino che lascia l’Arno per quanto di più lontano appaia allora all’orizzonte.

Il secondo viaggio è un disastro: parte alla ricerca del Catai, forse attraverso lo Stretto di Magellano, ma di fatto si ritrova al Capo di Buona Speranza, alle prese con un equipaggio quasi in ammutinamento, che dopo una tempesta si rifiuta di proseguire oltre; il convoglio si divide, due navi proseguono a oriente, per naufragare poco dopo al largo del Mozambico, con appena dodici marinai che si traggono in salvo. Giovanni in questa occasione è fortunato, perché, al comando insieme al fratello Gerolamo di altre due navi, ha deciso di cambiare rotta e approdare in Brasile, dove in mancanza di meglio riempie le stive di legname, la merce della delusione, quando nient’altro si trova da riportare a casa.

Tuttavia i mercanti fiorentini credono ancora in lui e, con l’aiuto di Alessandro Rucellai e altri della colonia lionese, è allestita una terza spedizione, verosimilmente sempre alla ricerca del passaggio verso la Cina. Finisce male: Giovanni, non si sa bene dove, ma pare nei Caraibi, muore di morte violenta, risultando l’unico navigatore fiorentino con tale destino, così consono, in fondo, alla misura del suo ardire. È un finale da grande tragedia, sotto gli occhi del fratello che ne riporta la notizia in Europa, una morte quasi romanzesca, quasi da non credere: ucciso e mangiato dai cannibali, i «canballi» coi quali il Vespucci aveva mantenuto un «praticare» cordiale ma prudente.

La fine eccezionale viene cantata anche da Giulio Giovio, primo biografo del da Verrazzano, il quale nella sua Historia poetica, ritrovata solo nel 1925, ad aggiungere incertezza ai dati sopravvissuti, pone questa chiusa alla vicenda di Giovanni dall’Arno alle Americhe:

Il Verazan voltar fece il suo legno
Et navigando verso il Mezzogiorno
Andar nel Dariene fe’ disegno
Ch’è loco in terra ferma molto adorno
Mentre navica et cerca col suo ingegno
Scoprir più lochi, sei dei suoi smontorno
Con lui insieme a un’isola deserta
Che d’alte piante si vedea coperta.
Da gente cruda fur a un tratto presi
Ch’a l’improvviso gli saltorno addosso.
Occisi fur et per terra distesi
Fatti in più pezzi sin al minimo osso
Da quelli fur mangiato. E in quei paesi
Gli fu il fratel del Verezan che rosso
Vede il terreno del sangue del fratello
Né puote in barca stando aggiutar quello.

(tratto da Niccolò Rinaldi, Oceano Arno. I navigatori fiorentini, FirenzeLibri, 2012)