Giovanni da Empoli

Un gruppo di cannibali a banchetto con un navigatore europeo è un segno dei tempi: sempre più consci della debolezza degli indigeni, attratti in modo crescente dalle sirene del facile arricchimento, ci si fa più arditi e si corrono maggiori rischi, e passo passo scorre più sangue; all’osservazione si affianca la violenza, il viaggio si fa meno esplorazione e più invasione, s’impugna meno l’astrolabio e più la spada.

Sono gli anni di transizione durante i quali viaggia Giovanni da Empoli, che assiste al passaggio dalla fase dell’esplorazione a quella della conquista permanente. Anche se navigando c’è ancora molto da scoprire e da apprezzare, il da Empoli rimane invischiato in storie crude e l’incontro fra l’europeo e l’indigeno è macchiato da rapporti di forza a senso unico.

Non è il mondo dell’etica nel quale è cresciuto Giovanni da Empoli, nato a Firenze nel 1483 e formatosi ancora adolescente con le prediche del Savonarola, del quale è stato un seguace ragazzino. È un giovane piagnone, che è accanto al frate di San Marco al momento del suo arresto, e di Savonarola condivide, nei fervori iniziali, la visione di un cristianesimo intransigente. Anche la sua prima pratica di denaro avviene in ambiente spirituale, come agente di cambio durante il Giubileo del 1500. Con tutto il viavai di pellegrini sulla strada di Roma, accarezza forse l’idea di partire a sua volta, di viaggiare lontano dall’Arno, là dove qualche buon’anima iberica gli racconta quella nuova, più ampia dimensione della vita che si dischiude ai navigatori delle Indie.

Prestissimo questo modus vivendi lo prende di petto: non ha vent’anni quando è spedito dal babbo presso alcuni mercanti fiorentini a Bruges per farsi le ossa; ci resta poco, si trasferisce a Lisbona e nel 1503 s’imbarca, come rappresentante dei Frescobaldi e dei Gualterotti, al seguito dell’Albuquerque, secondo la tradizione ormai consolidata che vedeva i capitali dei fiorentini, coi loro scali commerciali in Oriente, associarsi alle flotte iberiche. Per il da Empoli comincia la scoperta di un nuovo mondo: non più, ormai, terre inesplorate, ma edificazione della dominazione europea su popoli di antica civiltà.

I rischi del mare, tuttavia, sono una minaccia permanente, e nel primo viaggio di Giovanni una delle quattro navi della spedizione viene «sommersa con la fortuna». Poi, sulla via del ritorno, la flotta finisce nelle secche e senza vento, nel Golfo di Guinea, si blocca per due mesi e perde metà dell’equipaggio per malattia. Ancora una volta il primo viaggio non è quello giusto; e ancora una volta la voglia di ripartire, di fare meglio, prevale. Tanto più che il nostro riesce a non tornare a mani vuote e si ripresenta prima nelle Fiandre e poi a Firenze con guadagni più che soddisfacenti, per incoraggiare il finanziamento di un’altra spedizione. Ma i guadagni se li è sudati: prima di poter mercanteggiare, soprattutto con le spezie, i portoghesi hanno dovuto combattere, e non contro gli indigeni dell’America, con i quali hanno fatto i conti Vespucci e da Verrazzano, ma con gli stati costieri dell’Oceano Indiano che, con ben altra organizzazione e forza, resistono. Il da Empoli, prima di cominciare l’arte del commercio, scopre la legge della spada!

Mentre assiste da spettatore alle incursioni portoghesi, s’incuriosisce dell’Oriente: incontra i nestoriani, i cristiani che discendono dalla predicazione in Oriente di San Tommaso, sui quali puntano i portoghesi come potenziali alleati, e scrive la sua prima relazione di viaggio, breve ma densa di particolari. Di cose da raccontare, tornato a Firenze, ne ha a bizzeffe. È il primo e sarà il solo navigatore fiorentino che torna in città tra un viaggio e l’altro e per la prima volta si possono ascoltare a viva voce le “mirabilia” d’oltremare, finora svelate solo per lettera. Le migliori famiglie della città se lo contendono, ospitando conviti nei quali l’oratore incanta i fortunati partecipanti con le tappe del suo viaggio, gli usi dei popoli lontani, la potenza e gli errori del Portogallo, le immense ricchezze con le quali si potrebbe avviare ogni sorta di commercio.

Firenze è avida di queste storie, pare quasi che abbia un bisogno fisiologico di sapere cosa si celi in quel talismano lontano che è il mondo oltre l’Arno, oltre gli oceani. La scelta dei fiorentini, del resto, non può essere che una, per necessità, avendo una debolissima forza militare, e per convinzione, dovuta all’impronta umanistica della città: non guerreggiare, non dominare, ma incontrare l’ “altro” con il mercato, e l’equilibrio dell’utile reciproco. È quello che pensa anche il da Empoli, che resta a casa meno di un anno. Si annoia, stufandosi di ripetere le avventure del suo viaggio? Lo sospingono via a caccia di altri guadagni? L’eccitazione di partire ha il sopravvento?

Accolto bene, ascoltato e rispettato come una “rara avis”, potrebbe certo trattenersi a Firenze e non tornare più fra le insidie dei mari abbinate a quelle delle terre sconosciute. Ma non ci risulta che prenda in considerazione gli inviti a restare, le proposte di lavoro. Anzi, accelera il passo, per rendere più effimera la lacrima, secrezione della parte di rimpianto che ciascuno di noi produce quando lo spirito di conservazione e il lacciolo che ci lega a casa sono mortificati e recisi dalla partenza. Anzi, tira un respiro di sollievo e si sente meglio: lontano dalle mura della città, così protettive, da quell’ingannevole cinta di tesori d’inaudita bellezza, è, finalmente, davvero adulto.

Ritorna a Lisbona nel 1507, raduna i capitali e negozia i termini della sua partecipazione alla prossima ventura. Partirà con l’ammiraglio Albuquerque, nominato governatore delle Indie e incaricato di riprendersi Goa, ma potrà commerciare autonomamente, a prescindere delle operazioni militari. In cambio dei capitali fiorentini a Lisbona fanno di queste concessioni, pur non sapendo ancora che la spedizione inviata due anni prima, a Malacca è stata sconfitta pesantemente. Con tali patti, Giovanni nel marzo del 1510 riparte per le Indie, a bordo di una flotta di quattro navi ben armate, perché, ancora una volta, i mercati vanno conquistati anche con il sangue. E guerra sarà!

Viaggia per quattro anni senza respiro e ne passa di belle … è difficile stargli dietro. Partecipa alla cattura di Goa e poi a quella di Malacca; la sua nave accoglie l’equipaggio di quella dell’Albuquerque finita in secca e prosegue per l’India a corto di viveri, temendo di restare ferma per via dei venti contrari; giunge a Cochin solo dopo aver gettato a mare schiavi e indigeni che erano a bordo. L’Albuquerque lo rispedisce presto a Malacca, per recuperare alcune navi, ma nel frattempo i giavanesi hanno dato l’assalto alla città per riconquistarla e deve partecipare alla battaglia come comandante della propria nave. Poi, di nuovo verso l’India, l’equipaggio portoghese abbandona il vascello, in condizioni disastrose, mentre i marinai malesi, che lo hanno sostituito, ammutinano. Quando arriva a Cochin, si trasferisce a Cannanore e in seguito a Goa, dove ritrova l’Albuquerque. L’ammiraglio, che nel frattempo ha tentato di prendere Aden, lo vuole rispedire a Malacca come “fattore”, ove scriverà d’impiegare «gran fatica a scamparli delle mani», e finalmente, di nuovo a Cochin, riparte nel gennaio del 1514 per Lisbona. Nemmeno il ritorno è sereno: attraverso il Capo di Buona Speranza la nave arriva solo ad agosto, dopo aver rischiato il naufragio e respinto l’assalto della tribù degli Ottentotti.

Viaggio davvero impervio, ma la spedizione ha dato i suoi frutti, il bottino di spezie è salvo e Giovanni torna in Europa ricco, ma trasformato. Nonostante gli accordi iniziali, l’Albuquerque ha spesso e volentieri abusato di lui, implicandolo molto più del dovuto nelle manovre militari. L’ammiraglio deve avere un debole per il fiorentino, si fida del suo giudizio, della sua intraprendenza e il racconto di quello è attraversato da un costante disagio: non può dire di no a chi comanda la flotta e non si sottrae ai compiti affidatigli, eppure i metodi dei portoghesi non gli piacciono affatto.

Soprattutto resta colpito dalla magnificenza dell’Oriente, dalla sua grande civiltà marinara, in un oceano dove navigano giunchi con dodici vele e dodici lunghi remi, ciascuno dei quali governato da altrettanti schiavi; giunchi con a bordo anche seicento membri d’equipaggio e castelli a poppa e a prua con cabine per ospiti di riguardo. In Oriente, pochi anni dopo la cacciata degli ebrei e degli arabi dalla Spagna, scopre la convivenza religiosa, con maomettani e induisti e buddisti e nestoriani tutti impelagati a farsi concorrenza commerciale più che a menarsi con le guerre. I mercati, del resto, sono una cuccagna di possibili traffici e la ricchezza delle cose da riportare in patria è immensa. L’Oriente è progresso, è geometria di commercio e ospitalità. Ma Giovanni si sente spesso dalla parte sbagliata, quella della logica della sopraffazione dei portoghesi, che non capiscono quello che lui vorrebbe capissero, che non vedono la bellezza, che non conoscono scrupoli. Goa è selvaggiamente distrutta, le moschee demolite per edificare un forte, i prigionieri “mori” gettati a mare quando la nave è troppo carica, in quanto l’asiatico è un’anima da convertire e, soprattutto, un sub-umano.

Leggendo Giovanni da Empoli cambia tutto. Ci accorgiamo che la grande epopea delle esplorazioni diventa epopea di combattimenti, e lo scrittore di viaggio si fa cronista di guerra. La promessa di un mondo più ampio, aperto a tutti, scaturita dal primo incontro fra l’uomo dell’Europa e l’uomo dell’ “oltre”, viene stravolta. A cosa sono servite le osservazioni degli altri navigatori, incantati di fronte a nuovi cieli stellati, donne alte e nude, snelle imbarcazioni? A cosa i vagheggiamenti sul paradiso terrestre, le osservazioni sui pappagalli e le mangrovie, fauna e flora di un mondo altro, meraviglioso, e promessa d’una dimensione della vita più alta e più ampia? A cosa secoli di umanesimo e di cultura sulla dignità dell’uomo? Solo ad aprire il varco al grande sterminio? Il seguace di Savonarola capisce quel che sta per accadere intorno a lui, si riconosce nei propri limiti e riconosce lo sguardo dell’altro.

Fra le tante peripezie delle quali scrive c’è la descrizione del dialogo col governatore di Sumatra, che incontra su incarico dell’Albuquerque nel bel mezzo delle prepotenze portoghesi; incontro mortificante, per i due stili, le due concezioni diverse del profittare dell’altro popolo, e per la lezione impartita al nostro navigatore, che subisce un vero monito di dignità. È una pagina drammatica, un episodio centrale nella vicenda dei navigatori dell’Arno: fra il mercante fiorentino e il governatore della mercantile Sumatra non ci sarebbero ostacoli, sentono uguale. Eppure le ragioni della sopraffazione prevalgono sul civile commercio. Il nostro lo sa, e sa di ritrovarsi, da europeo, dalla parte sbagliata. Poi, i chiassosi trambusti del viaggio coprono i sospiri della vergogna.

Lettera mandata da Giovanni da Empoli a Lionardo suo padre, del Viaggio di Malacca.

Onorando padre, la vostra benedizione, con quella dello Eterno, sia quella che’mmi guardi e benedica ecc.
[…]

Addì 25 di novembre, davanti giorno demo la battaglia per 4 luoghi [a Goa]. E piaque allo Altissimo Iddio darci vittoria, ch’essi scalorno le mura del castello per forza e ssi guadagnò in spazio di 4 ore il mare e la terra, dove erano bene 10.000 Romi, con molta artiglieria grossissima venuta dello stretto. Fu tale distruzione che il rio era pieno di sangue e d’uomini morti; che per 8 giorni dappoi la marea del rio gli metteva e tornava attirare detti corpi. Pigliamo grandissima richezza, ch’essi prese nella città; la quale si prese e si partì di modo che noi, di nostra parte d’uomini e nave, non avemo niente; ché sempre ci tenne in parole. Furno fatti in detta guerra molti cavalieri dal Capitano Generale, de’ quali gli piacque darmene la mia parte. Accetta’lo più per i privilegi che con esso si danno, che per altra cosa; perché mercanti e cavalieri sono assai diferenti, ancora che al dì d’oggi, visto che le cose si governano a chi più può, viene meglio a essere cavaliere che mercante.
[…]

Presa la città, s’ordinò di fare un castello bellissimo di pietra e calcina, con sua torre e barbacani, fortissimo. La quale terminazione fatta, si misse subito ad effetto e cominciamo subito a disfare monumenti di Mori e moschee e condurre priete in modo che durò per 3 mesi e mezzo, che ’ddì e notte tutti noi altri portavamo pietre e legnami, d’uno miglio o più fuori della città, fino al castello; di modo che, per la fatica e mal mangiare, morirono circa 150 uomini.
[…]

E a dì 16 di maggio avemo vista della prima terra e da l’altra banda; e andando alla volta della terra, arrivamo a uno porto detto Pedir che è nell’isola di Zamatora, chiamata Trapobana, dove surgemo; e surgendo avemo vista d’una nave che veniva fuori a domandar detto porto, la quale pigliamo: vero è che molta della gente iscampò fuggendo a tterra. E stando surti in detto Pedir, il Capitano Generale mi mandò a chiamare e mmi disse ch’io fussi a’tterra a vedere la disposizione della città e che mercanzia vi fusse o quelle che loro volessino; e che io m’informassi bene di tutto e che aggiustassi loro pesi co’ nostri e che parlassi a il Re; e che gli dicessi da ssua parte che era venuto in quelle per suiugare li nimici de’ Portoghesi e distrurli; e per contra inalzare e crescere li amici loro: come lui presto udirebbe dire di Malaca.
[…]

E così partì in sulla sera, che il Generale mi mandava a tterra di nemici, dove era inoltre gente che avamo tolto loro robe e barche, e a cchi morto il padre e figliuoli e frategli ecc.; e inoltre in terre che per lor medesimi mancano di iustizia e abondano di tradimenti, e maxime nelli strani: facevalo come uomo che poco curava di me. E così, entrando nella barra di notte, dipoi avanti per un rio ben 3 leghe contro a mare, entrai nella città con non picola dificultà, che era circa 4 ore di notte.

Levamo con meco uno uomo che sapeva parlare la loro lingua; e entrando nella città, fui subito a casa del governatore della iustizia, chiamato Sciabandare, che è il nome dello ufizio; e quivi arrivati, non fui riceuto da llui come sarei suto da voi. Dettemi un luogo dove dormissi insino che fusse giorno, fuori della sua porta su un muricciuolo, sanza altra cosa. E così stando, vennono di notte molte gente con lumi a vedermi, come se fussi suto uno monstro; e molti domandavano come eravamo sì arditi a andare per le terre di altri, rubando le gente e i porti; e molti di loro erano Romi, a chi il dì davanti avamo presa lor nave inanzi al porto; di modo che ssi passò molte pratiche, le quali certo a mme poco piacevano. Inoltre, avanti me andavano 3 elefanti incatenati per un piè; e pare che, per mettermi più paura, feciono sciorre uno alifante bravo, il quale venne appresso degl’altri e ffece assai romore, di modo che lloro fugivano da llui più che io. In questo venne il giorno; e salendo fuori di casa detto governatore, sanza altro dirmi, soprassedette alquanto e, tornando di poi, mi domandò a che venivo. Dissigli allora che il Generale mi mandava a parlare al Re, che mmi levassi onde stava.

Levommi a la stanza sua bene 2 leghe a ppiè; e llà giunti e fattolo assapere al Re, davanti gli potessu parlare, fece molte cerimonie, le quali fanno quando hanno a parlare con cristiani; e auto a dinunziarli, imposi la imbasciata.

La risposta che mi dette fu questa: che io dicessi al Capitano Maggiore Generale che lla città di Pedir aveva molto tempo che era nobile di grande e buono tratto di mercanzie e che al suo porto veniveno le nave del Re Mammedi di Gambaia, le nave del Re di den e giunchi, che sono nave, di bengala, Pecù, Martaman, Sarnau e Tanazzar, e giunchi da Cina e di più altri luoghji ; e che il suo porto sempre fue franco, che ogni omo poteva andare e venire e stare sicuramente; e che nella sua terra aveva tutte sorte di mercanzie sapessimo dimandare; e che nella sua terra aveva molta e buona gente; e che erano uomini e non donne; e che chi gli pigliava le nave che venivano in sua porti, non li tenevano per amichi; e che se voleva sua amistà, che gli tornasse il toltogli e che dipoi fussimo alla terra a comprare e vendere, e in uno dì ci farebbe comprare e vendere tutto quello ci fusse necessario; e che cosie si costumava in sua terra; e che questa era la risposta mi dava per il Generale. Con la quale risposta tornai alla nave e riferì tutto al Generale; e di lì me ne fui alla mia nave.
[…]

E ritornati a Melaca, partimmo per Cuccim, a’ 16 gennaio, le nostre 3 navi solamente. Una delle quali, chiamata Santo Antonio, di che io ero capitano, faceva molta aqua e era il fondo tutto fracido; di modo non trovavo marinanti che in essa volessino venire. Consigliavammli tutti che la lassassi in Melaca, dicendo che era impossibile condurla a Coccim e che io ero mal consigliato mettermivi dentro; tutta volta, dolendomi de la perdita grande e di lassare così una nave in abandono, mi volsi arischiare a condurla; e non potendo avere più che 22 uomini bianchi, messi in essa 60 Giavi di quegli che avevamo presi nella guerra, che servissino per agottare a’ bisogni; messi tre bombe [pompe] molto buone. E così partimo tutte 3 le navi di conserva. E navigando lunga la costa di Zamatora, la nave faceva molta acqua , di modo che con tutte tre le pompe mai si levava mano. Avevo messo tutti quelli Giavi in una catena grande corrente, benché fusse sottile, perché non avevo altro; e tutte le armi che erano nella nave, le feci ridurre al castello di poppa sotto di mia camera, perché temevo di loro. Volse la fortuna che certi schiavi picoli che e marinari avevano comperati per loro servizio, e quali avevono le chiavi della cassa de’ loro padroni, acordorono con gl’altri Giavi di dar loro spade e pugnali che loro serrati avevano nelle casse, come costumano e marinari; inoltre certe lance che stavano disotto al castello di prua, di che io non avevo notizia, essendo già al dispedire della terra di Zamatora. Loro, con grande aviso, spiorono una notte e roppono la catena, tanto che, con spade e lance alle mani, si levorno contro a’nnoi in sulla mezza notte e presono el castello di prua e lo ponte di meza nave. Amazoronmi 3 uomini, ferinomi 11 malamente e avevono già preso circa mezzo castello di poppa. Io aveva poco che m’ero andato a riposare; e ssentendo le grida, credetti fussi la nave se n’andasse a fondo; e uscito di camera, mi vidi 3 o 4 persone ferite a piè di me; in maniera che, intesa la cosa, missi mano all’arme, cavandole di sotto al castello, io con 5 altri che erano rimasti; di modo che n’amazamo bene 20 e altri mandai a gittare in mare vivi; di modo che rapacificai la cosa. E ben si può dire fussi miracolo grandissimo, in più modi; l’uno, la nave aveva tutte le vele, e nessuno non governava; l’altro che la pompa, che non si soleva mai tirare mano da essa, stette circa di tre oriuoli sanza nessuna cura. L’altre nave, per farci andare per forza e perché noi non arrivassimo sopra loro, s’erano messe a barlavento bem due leghe, di modo che non ci potettono soccorrere. E una delle cause che già mi conmissono tal cosa, fu perché viddono le navi sì lontane da mme e la terra 2 leghe apresso, e facevano di conto di dare in seco con essa a salvarsi. E così sarebbe loro riuscito, se Iddio non avessi per noi combattuto. Io fui ferito in uno piede, ma poco di cosa, perché il colpo disviò dove pensava andare.
[…]

Poco camino era che faciavamo, e pericolo grande era che stavamo.

Ma non è il viaggio a farsi difficile, è piuttosto il viaggiatore che non è più al passo coi tempi. E in Giovanni assistiamo allo sconforto del mercante che osserva il declino del proprio ruolo, limitato dalla volontà del dominio sistematico sui popoli conquistati a scapito delle ragioni del libero commercio. È uno sguardo quasi triste, come spesso accade agli uomini formati ad altro e cerniera fra due mondi; ma, ancora giovane, si adatta: osserva il proprio svantaggio rispetto all’uomo d’armi e passo passo subisce una metamorfosi, facendosi a sua volta sempre più emissario e poi soldato; una metamorfosi che sa condurre con abilità. Per quanto non leghi con l’Albuquerque, ne ottiene la fiducia, al punto che una volta tornato a Lisbona gli vengono conferiti nuovi incarichi che gli impediscono di tornare a Firenze, dove peraltro il quadro è mutato con la caduta del Soderini e del partito popolare e con il ritorno dei Medici. Occorre dunque una metamorfosi in più: e il mercante fiorentino riparte, nella primavera del 1515, per l’India, accompagnato da Benedetto Pucci e Raffaello Galli, con l’accordo di negoziare accordi commerciali a Sumatra e di potersi recare in Cina a nome del re. Il mercante, dopo aver fatto strada al soldato, ora deve reincarnarsi come ambasciatore.

In India s’imbatte nel consueto altalenarsi della sorte – buoni affari, navi cariche distrutte da incendi, spostamenti fra varie città costiere – e vede per l’ultima volta l’Albuquerque, vicino a Dabul. Quest’uomo, che non ha mai amato e a tratti ha perfino detestato, ma che gli ha cambiato al vita, ha assicurato al Portogallo il commercio con l’India, vincendo la sua partita, ma è ormai stremato, sul letto di morte lontano dal suo paese, e Giovanni può vedere in questo conquistatore inflessibile e oggi moribondo la vanità non solo del conquistatore, ma dello stesso viaggiatore. Così anche il giovane da Empoli va dritto verso il destino, il suo e di altri navigatori. Scrive di voler tornare sull’Arno, ma non rivedrà Firenze e i suoi progetti di viaggiare continuo s’infrangono in una delle tante minacce esotiche, il colera.

I portoghesi lo incaricano di recarsi in Cina per avviare i primi rapporti commerciali diretti, e lui non chiede di meglio. Non solo è il primo viaggiatore toscano che finalmente raggiunge la famigerata potenza dell’estremo Oriente, ma la Cina per lui è sempre stata quasi un mito: ogni volta che ha deciso d’imbarcarsi con i portoghesi per l’India, ha stabilito che appena possibile avrebbe proseguito per questa terra immensa dove gli uomini d’armi sono costretti a un passo indietro e i mercanti e i diplomatici s’immergono in un mercato sconfinato. Ma l’epidemia aggredisce la spedizione europea e la decima, compreso il nostro navigatore, che muore a soli trentatre anni. La lunga corsa è finita! Muoiono di colera anche gli altri compagni toscani, tranne un segretario fiorentino che intraprende da solo il viaggio di ritorno e salva le relazioni, i contratti e le notazioni del da Empoli. Dio gliene renda merito!

Le carte, dunque, le preziose carte, sono quanto sopravvive, galleggiando nelle acque dell’ennesimo naufragio di chi ha veleggiato lontano, e ancora oggi ci raccontano la storia di un mercante avventuriero, che la Storia la visse dall’interno, non da spettatore. Come spetta a un giovane che, guardando il suo tempo in faccia dritto negli occhi, non ha avuto paura e non ha conosciuto la noia.

(tratto da Niccolò Rinaldi, Oceano Arno. I navigatori fiorentini, FirenzeLibri, 2012)