Andrea Corsali

Non solo delizie, anzi, il viaggio fra le pieghe del suo dipanarsi racchiude la trappola mortale, il rischio dell’incontro fatale, della fine oscura, lontano da casa, lontano da un volto familiare. Gerolamo da Verrazzano osserva sgomento dalla nave il soccombere del fratello, che per una volta ha accantonato la tradizionale prudenza; Giovanni da Empoli è fulminato dal colera, assistito fino all’ultimo dai compagni di viaggio, concittadini che riportano la notizia in patria. Anche per Filippo Sassetti, si vedrà, c’è una morte lontana e solitaria, tardivamente comunicata a Firenze e documentata.

Nessuno invece testimonia della fine di Andrea Corsali, scomparso altrove, fuori della vista dei viaggiatori e dei cronisti dell’epoca, come nel nulla. Nemmeno si sa dove abbia concluso il suo viaggio, Andrea è un mistero, la sua vita è ricostruita con ipotesi, pare che viaggi giocando a rimpiattino con chi lo cerca, è troppo distratto per dare notizie di sé, per preoccuparsi della propria reperibilità. Svanisce, lasciando poche tracce svolazzanti, come le foglie.

Fiorentino d’origine empolese – nasce il 29 giugno 1487 – la sua famiglia è, in Santa Croce, vicina di casa dei da Verrazzano, e con Giovanni, quasi coetaneo e con un destino comune, si sarà pure frequentato. Pare anche che verso il 1510 viaggi in compagnia di Amerigo Vespucci, ma l’ipotesi, avanzata a inizio Ottocento, è l’ennesimo enigma che aleggia intorno al personaggio. Tra i pochi punti fissi, anche Andrea, tanto per cambiare, è legato ai Medici, e proprio a Giuliano e poi a Lorenzo Duca di Urbino scrive le sue due uniche lettere.

Di lui si saprà poco, ma che referenze ottime: gode di un credito non frequente nel mondo dei viaggiatori dell’epoca, un ambiente coacervo di avventurosi e venditori di fumo. Papa Leone X ne ha grande considerazione: «Andrea ipsum honestum sane virum et industrium hominem et civem et mihi valde gratum, commendo tibi maiorem in modum»: così lo presenta al re degli etiopi. Giovanni da Empoli lo scrive come uno che meglio di chiunque altro può trovare risposte a quesiti astronomici e geografici:

Il nostro Andrea Corsali, uomo certamente d’ogni fede degno, per essere litterato, e che ha cognizione assai e dell’astrologia e della cosmografia; el quale assai tempo ha consumato utilmente in ricercare questi mari et terre et insule di qua, e datone di tutte perfettamente buon conto: talmente che io tengo per cosa certa, che altro meglio di lui non possa scrivere, per le molte buone qualità che sono in lui.

A sostenere il peso di tale fama persistono oggi solo le due lettere spedite a Firenze, che sono ben altro rispetto allo sbocciare dello stupore, alla candida «maraviglia» dei suoi colleghi: è uno scrivere senza teatralità della visione, senza pathos dell’incontro e pennellate pittoresche. Al primo impatto macchinosa, la sua è una scrittura dotta, dove abbondano circostanziate descrizioni geografiche, con spesso uno schema fisso che sa del pedante, ma che in realtà è la cifra di chi questa nuova geografia la vuole rivelare dominandola con la scienza: indicazione del luogo, distanza dal mare, forma e struttura dell’abitato, latitudine, osservazione del cielo australe; ovvero: io viaggio e per prima cosa descrivo la mia posizione. Tanta meticolosità non è parca di frutti: Andrea si rende conto che Ceylon e Sumatra sono due isole distinte, rileva l’errore di Tolomeo sulla longitudine fra la costa africana e quella indiana e, quasi avesse la vista di un satellite, si convince addirittura che ancora più a oriente deve esistere un altro continente, indicando la posizione dell’attuale Nuova Guinea. Dai suoi studi non si prescinde, nel Cinquecento sono essenziali per la carta dell’Asia del Gastaldi, il mappamondo di Mercatore, la carta dell’India di Ortelio, e ancora oggi gli australiani ricambiano la scoperta del loro paese, tenendo Andrea fra i padri fondatori e onorandolo con monumenti e fama.

Andrea resta un personaggio schivo; mai lo sfiora la tentazione di fare commercio, d’immischiarsi con pratiche mercantili, tanto meno è un viaggiatore animato da ragioni militari o politiche. È il primo, e a lungo l’unico, a navigare per soli scopi di ricerca, è uno scienziato in missione sul terreno, mai da cattedra. Quasi sia un Pico distratto e smarrito per i mari tropicali, non bada a informare dei suoi movimenti e di lui si perdono le tracce in India e le si ritrovano in Etiopia … ma come c’è finito?

Andrea, oltre a saper maneggiare astrolabi, è anche uomo di mondo, tanto che Leone X gli affida una missiva da rimettere al re degli etiopi, una delle sembianze del fantomatico Prete Gianni, il monarca orientale che dalla Tartaria al Corno d’Africa proteggeva i popoli baluardo della croce in lande remote e circondate da maomettani e animisti.

I misteriosi etiopi, cristiani d’Africa della prima ora, depositari d’una civiltà impregnata di Grecia, oltre i deserti dell’Egitto e del Sudan, oltre l’infinito Nilo, per secoli si sono come fatti carico di rappresentare all’Occidente l’intero mondo africano (ancora oggi si può notare nell’affresco di una cupola di Westminster a Londra la figura allegorica che accanto alle altre potenze dell’epoca rappresenta l’Africa con le sembianze dell’Etiopia). Firenze incontra gli etiopi quando, dopo chissà quale viaggio, una delegazione di alti prelati arriva sulle rive dell’Arno per partecipare al concilio del 1439-1442, quel laboratorio teologico e diplomatico che sancisce un’effimera riunificazione delle chiese cristiane. E in anni di scoperte che allargano la dimensione del mondo, avvicinando la terra ignota e i popoli fin ad allora sconosciuti, l’Etiopia è a suo modo un punto cardinale, un’oasi lontanissima e segreta, ma benigna: Europa ed Etiopia condividono qualcosa da dirsi, sono destinate dalla comune croce all’amicizia reciproca. Così nel 1509 la regina Heleni si rivolge al monarca del Portogallo, inviando in India un armeno di nome Matteo in veci di ambasciatore, per chiedere protezione contro i maomettani, e offre amicizia e assistenza ai convogli marittimi lusitani. La diplomazia europea dell’epoca risponde coi tempi dell’epoca, ma risponde, e nel 1516 il Portogallo invia alcuni ambasciatori, e insieme a loro anche Andrea, latore della lettera personale di Leone X al Prete Gianni o chi per lui regna in Etiopia.

È un’ambasceria specialissima, destinata a restare un tentativo unico, e Andrea ne misura presto la difficoltà. Appena arrivato nell’Isola di Dahalak nel Mar Rosso, le notizie che con la sua pignoleria scientifica raccoglie sul Prete Gianni ne rafforzano l’identità misteriosa e ineffabile: un ritratto fatto di «pare» e «dicono», un re nomade e inafferrabile, che ognuno chiama a suo modo – Re David in omaggio alla sua leggendaria discendenza da Salomone, Presto Giovanni ovvero Prete Gianni, Aticlabasci ovvero Atiq al-Ahabish, in arabo “vecchio degli abissini” – a capo di un regno vastissimo che nell’inaccessibile entroterra africano andrebbe dal Congo all’Egitto, con un popolo che discende dalla Terra Santa ed è depositario di antichi riti, un re dalle sembianze quasi di fantasma, al quale non si rivolge la parola direttamente, ma attraverso «tre o quatro» intermediari, e che nessuno vede in faccia se non una volta l’anno.

… avemo alcuna notizia del re David, da noi nominato Presto Giovanni e da’ Mori sultan Aticlabasci; e intendemo el suo regno occupare quasi tuta la Etiopia interiore, e a basso dello Egitto, che è di molti oppinione si estenda vicino a Menicongo, terre dalla banda di Glinica del Re di Portogallo. Va sempre alla campagna con padiglioni e tende di seta e varie sorte di panni, con tanta gente di cavallo e di piè non tiene numero né mensura, di maniera che non costuma fermarsi in una terra più che 4 mesi, dove, consumate le vettovaglie, carne e lege, per la moltitudine leva, si trasferisce per altre province facendo uno divorzio; pare torni donde parte di dieci anni; al presente si trovava in Ocsum, terra già Auxuma denominata, corrotto il vocabolo, come l’insola del Nilo Meroe detta e al presente Gueguere. Dicono è giovane di 28 anni, formoso e bianco come noi altri; non si lassa vedere a nessuno in viso, salvo una volta nello anno, per maggiore stato andando el resto del tempo con la faccia coperta; non gli parla nessuno se none per interprete, passando tre o quatro persone prima pervenga a lui. E naturali della terra sono segnati di foco della qualità che in Roma si vegono; questo non è un segnale di battismate, perché si battizzano con acqua come noi, ma solamente per osservare il costume di Salomone in segnare e sua schiavi; donde è fama la casa de’ Re di Etiopia essere discesa; perché dicono che una Regina fu a visitarlo, e restando gravida partorì; e per questa causa, sendo della casa d’Israel, osservano e Cristiani etiopi la legge antiqua e moderna, usando battisma e circuncisione, e osservando le festività delli apostoli e de’ santi moderni, e de’ patriarchi e padri del Vechio testamento. Qui dicono è uno anello di Salomone e una corona e catedra del Re David, tenuta in grandissima osservanzia. Piacendo al Nostro Signore dare effetto a’ nostri desiderii, passando là potrò dare di certo testimonio, ché questo non è se non per fama.

Tutto resterà «per fama», il cielo non benedice i piani di Andrea: l’incontro fra la personalità sfuggente di Andrea e l’ancor più vago Prete Gianni è un viaggio dell’impossibile e la missione diplomatica non arriva mai a destinazione. Ma Andrea non perde tempo e la sua curiosità è sollecitata da mille paesaggi e avventure e, sbarcato sulla costa eritrea, incontra le popolazioni cristiane, descrive l’Abissinia e il Golfo Persico, s’entusiasma per la tecnica della pesca delle perle, compila osservazioni su osservazioni, spaziando dall’antropologia all’astronomia.

Poi, ritorna in India e – sostiene qualche storico smentito da altri – è nuovamente a Firenze; di fatto, ne perdiamo le tracce, per ritrovarle frammentariamente solo anni dopo, nel 1524, quando un certo frate Tommaso, dell’Ordine di San Domenico, dichiara a Venezia ad Alessandro Zorzi che in Etiopia «al presente si ritrova Andrea Corsali che va a stampar libri Caldei in ditta terra. E tiene gran fontico».

Partito dall’Arno per rintracciare il Prete Gianni, leggendaria figura d’una geografia ancora arcana e misteriosa, il personaggio di Andrea Corsali non odora di viaggi esoterici né di improvvisate ipotesi di ricerca. «Stampar libri Caldei», dunque cercare, studiare, copiare i libri degli etiopi, tanto che, nella lunga sequenza dei suoi primati, Andrea è anche il primo a introdurre i caratteri a stampa in Africa. Studia Andrea e, osservando stelle o “stampando” libri, rende decifrabile la nuova dimensione, più alta, dell’orizzonte degli incontri e del sapere. Talvolta, viaggiando per le Indie, i fiorentini non possono applicare a quanto osservano le categorie della propria cultura: non è questione di capitello greco o di prospettiva rinascimentale e in questi casi resta plausibile solo la mera, ingenua descrizione. Ma per chi ha l’occhio scientifico, il nuovo mondo offre sfide costanti, e l’osservazione si fa analisi. Si ricongiungono così gli arcani dell’altra faccia della terra, fino ad allora sconosciuta, e il metodo dello scrutare, annotare, confrontare, catalogare, dell’occhio critico rinascimentale. C’è quasi tutto da analizzare: il nuovo mondo è un pianeta da “post-creazione”, avvolto in una dimensione ancora atemporale, indifferente all’uomo.

Così il viaggio di quei tempi è fatto di oggetti unici. Ogni reperto è una preda, una meraviglia: fiore, farfalla, ciocca di capelli, pelle, freccia, frutta, seme. L’Europa presto assaporerà l’abbondanza di pomodori, fagioli, patate, e passo passo allarga l’orizzonte del proprio scibile. Fra i tanti, fa il suo glorioso ingresso sul tavolo della scienza rinascimentale anche il camaleonte, il rettile enigmatico cangiante già noto ad Aristotele e Plinio e che Andrea descrive ricorrendo alle categorie dell’inverosimile: un affarucolo con proprietà mimetiche, soggetto a sbalzi d’umore, che si rimpinza d’aria.

Andrea Corsali allo Illustrissimo Principe e Signore Laurenzio de’ Medici Duca di Urbino, salute.

[…]

Nel tempo stemo in terra vidi uno animale che gli auttori chiamano cameleonte e dicono si nutrica solamente dell’aere.

È molto tardo e pigro di andatura, e ne’ sua gesti a maraviglia allegro; sua grandezza eccede alquanto la lacerta, è alquanto maggiore di corpo e di gambe molto più alto, qual sono a similitudine di bracia umane; tiene il dorso dal collo alla coda per la stiena punteggiato come trota; vero è che le macule sono elevate dalla pelle come bottonzini variati di colore; el corpo è ruspido e maculato come la stiena, ma con bottoni minori e più bassi, che lo fanno in vista molto formoso; gli occhi di questo animale sono di maravigliosa belleza e contrario effetto di tutti gli altri, e di colore bianco, verde e giallo; pare che, sanza volgere alcuna parte del corpo, gli volga drieto e d’innanzi, guardando con essi per ogni banda, e con uno solo a una parte e con l’altro al contrario; la coda è longa e alquanto ritorta, maculata come la stiena; suo colore exsupra abundante è verde chiaro, massime la parte di sopra, donde lo ferisce il sole, perché dibasso del corpo è più bianco che d’altra qualità; è variato nondimeno per tutto di rosso, azurro e bianco.

Non lascerò di dire dipoi che io vidi, quantunque molti mi terranno per mendace, della variazione che fa secondo gli oggetti sui quali gli è posto; perché sendo sopra a cosa verde rinverdisce sua verdura, se sopra a giallo si transmuta alcutanto in verde giallo, sendo sopra a soggetto azurro, vermiglio o bianco, non muta el verde, ma e punti azurri, vermigli e bianchi si raccendono con più vivo colore; maggiore variazione fa sopra il negro, perché stando in suo contento non è negro e, ponendolo in cosa negra, el bianco, azzurro e rosso diventa oscuro e negro, e perde alquanto la vivacità del colore verde. Questa sua mutazione a mio iudicio si causa dal piacere o discontento piglia secondo i subietti in che gli è posto; ne’ colori lieti mostra letizia in rinovargli, e ne’ colori tristi tristizia in oscurare sua bellezza: perché, non sendo a colore nessuno, viddi più volte cangiarlo di colorato in negro con timore o discontento, quando era preso o molestato. Pascesi di vento aprendo la bocca, qual serrando si vide manifestamente crescerli il ventre e abbassarsi a ppoco a ppoco.

Questa credenza che il camaleonte si cibi d’aria è fatta propria anche da Leonardo da Vinci, altro indizio della circolazione di idee e informazioni fra navigatori e intellettuali fiorentini. Ma come Leonardo, lo sguardo di Andrea si posa sugli rettili, e subito dopo si alza al cielo; si meraviglia delle minuscole sembianze d’un camaleonte e trova nuove pietre miliari nel cosmo. Andrea, da quanto deduciamo leggendo i suoi scritti, è uno di quelli che non chiede niente a nessuno. Va avanti sospinto da inarrestabile curiosità, ha sulle spalle una testa multiforme: geografica, etnologica, linguistica, astronomica. Come quasi nessun altro all’epoca maneggia astrolabi e altri strumenti d’indagine del cielo, e a lui si deve la definizione e la collocazione precisa fra gli astri della Croce del Sud che già Vespucci, ispirato da Dante, aveva descritto. Così oggi Andrea è a sua volta una stella, un divo riconosciuto fra gli astrofili e un simbolo di identità culturale per i popoli che, insieme all’Australia, sventolano la Croce del Sud nella loro bandiera (Nuova Zelanda, Brasile, Papuasia, Samoa, Nuova Guinea). Popoli giovani, che premiano il coraggio e la curiosità di un giovane che la vecchia Firenze non ha ancora saputo riconoscere … gli italiani, tutt’al più, lo hanno riscoperto 400 anni più tardi, quando le sue indicazioni geofisiche sull’Etiopia sono state usate dai comandi militari nella conquista dell’Abissinia.

Ma il segno di questo vero, grande viaggiatore è proprio trovare la fama non nella basilica di Santa Croce, dove stemma e nome sono comunque incisi accanto a quelli di altri viaggiatori fiorentini, ma lontano dall’Arno, lontano, esattamente agli antipodi.

(tratto da Niccolò Rinaldi, Oceano Arno. I navigatori fiorentini, FirenzeLibri, 2012)