Galeotto Cei

C’è chi viaggia per guadagnare e chi per scoprire, e alcuni per entrambe le ragioni. Galeotto Cei ne aggiunge una terza: per scappare. Se questo mercante fiorentino si ritrova all’interno della giungla sudamericana, è per spirito di intraprendenza commerciale, ma anche per allontanarsi dall’Italia. Sono eventi lontani, in apparenza incongruenti col Nuovo Mondo – come la battaglia di Montemurlo o l’altalena del potere sulle rive dell’Arno – a spingerlo oltreoceano. Firenze lo bandisce, gli sottrae il benessere cui è accostumato, e lo mette sulla strada del mondo, ma anziché scoraggiarsi, Galeotto interpreta il suo destino allargando il mondo che gli è dato. Fino al punto di andarselo a scoprire dove nessuno ha ancora osato: tra i primi a non accontentarsi delle esplorazioni della costa e a sfidare la terra incognita delle impervie foreste, regno di misteriose popolazioni del Venezuela e della Colombia attuali.

La meta di quel pericoloso sentiero ha un nome, un sogno: “El Dorado”. Galeotto della febbre dell’oro ne farebbe probabilmente a meno; si capisce che la sua non è una vocazione extra-continentale convinta, il suo è piuttosto un viaggio reattivo, per scrollarsi l’appartenenza sempre più difficile a una storia fiorentina che s’intreccia con le sorti della sua famiglia. Quando la ruota della politica locale cambia, ne approfitta per intraprendere la strada verso Firenze, dove insieme al Carletti è il solo navigatore a tornare. Ma più che un ritorno, il suo sarà un approdo, in una città dove da adulto non ha mai vissuto; nel suo caso il viaggio infatti coincide con una forma di esilio. Sull’Arno smette di scappare e sacrifica il viaggio a Firenze, ricomincia una carriera e finisce i suoi giorni e i suoi sogni. La città natale lo accoglie con sufficienza e presto si scorderà di lui, tanto che ancora oggi non una strada gli è dedicata. Il suo nome sconosciuto non è neppure iscritto nel monumento ottocentesco di Santa Croce ai grandi navigatori, con demerito, perché Galeotto, grazie alla sua relazione, rientra appieno fra i grandi rivelatori delle cose dell’altro mondo.

Come il viaggio è stato un subire le condizioni del fuoriuscito bandito, anche il racconto del viaggio per Galeotto assolve la funzione di una sorta di apologia, come annuncia in apertura del Viaggio e relazione delle Indie:

Da diverse punture, dimande e riprehensione sono stato trafitto in questa mia tornata d’India, così da amici come nimici e da malivoli, che mai non mancano… Come se fussi vituperio a tornare di là senza un gran thesoro, et come se tutte le parti et provincie d’India, paese tanto grande, fussino ricchissime, che invero non sono così ma di molte et infinite poverissime, che chi lo sa si maraviglia come vi si viva da que’ poveri Cristiani vi si trovano, acciecati et ritenuti da questa vulgare oppinione, et più presto vogliono starsi a stentare che tornare poveri a casa loro, et così li più vi si conducono per pazia et vi stanno per vergogna, et di questi tali è popolata la pigra parte d’India, ancora che li più sono villani et gente di bassa conditione.

Tale l’avvio della relazione, per nulla enfatico, anzi umile e difensivo, una musica opposta a chi annuncia la scoperta meravigliosa del Nuovo Mondo e se ne fa bello. Galeotto dischiude invece, più di Giovanni da Empoli e anche del Carletti, i bassifondi delle navigazioni, un mondo sociale fatto di reietti e disperati, l’America annunciata dai marginali della società. Sempre nella dedica iniziale del suo racconto, laddove in genere s’imbelletta il racconto a chi lo si dedica – in questo al mercante Bartolomeo Delbene, imparentato coi Medici – Galeotto ci va già duro:

Si tenga conto di que’ pochi che tornono con le miglia et non di quelli che vivono stentando et vi muoiono miseramente, pare alcuno strano essere io tornato povero, e vi affermo che di cento vanno a India se ne perdono novantocto, di modo che mi contento di essere tornato povero, di modo che mi contento di essere tornato nel numero de dua per cento con la mia povertà mangiando per vivere.

Forse anche questo tono dimesso, che chiude subito il sipario a chi si aspetta la cartolina dell’Eldorado, contribuisce al dimenticatoio nel quale è finita la relazione, mai terminata, relegata nel fondo del British Museum e finalmente pubblicata solo nel 1992 da Francesco Surdich per il Consiglio Nazionale delle Ricerche. In altre parole: Galeotto Cei è un diverso. Incontrandolo scopriamo la straordinaria vicenda dell’ennesimo caso a parte nella galleria di personaggi unici dei navigatori fiorentini.

La sua biografia racchiude una scansione da corsa a ostacoli; pare che tutto lo abbia costantemente relegato a una posizione scomoda, condizione difficile ma spesso proficua per combinare qualcosa nella vita. Eppure i natali sono favorevoli: Galeotto nasce a Firenze il 29 aprile 1513, terzo figlio di Giovambattista e di Camilla di Francesco di Vanni Strozzi. Famiglia ricca, di tradizione filomedicea, ma ormai non più. Tutt’altro: Giovambattista durante l’assedio imperiale è membro dei Dieci della guerra dei capitani di parte e degli ufficiali di Monte. Un ruolo talmente esposto che paga caro: con la restaurazione del potere mediceo è arrestato, torturato e giustiziato. Lo zio paterno, Luigi, si rifugia a Lione, dove prosegue l’attività mercantile e muore in esilio a Parigi nel 1541. Quanto a Galeotto, all’epoca dell’assedio e del ritorno dei Medici a Firenze, si trova al sicuro, già dal 1529, a Lione, ragazzino praticante al banco dei Salviati. Prosegue la formazione in Spagna, dal 1532, ed è subito tutto un cambiamento di residenza: Burgos, Valladolid, Toledo, Segovia, Cordova e finalmente Siviglia, il porto-porta per le traversate transoceaniche. Ma Galeotto non è Amerigo, che cerca la prima occasione per salpare: nel 1537 ritorna a Firenze, attratto dal benevolo annuncio di Cosimo che i beni dei fuorusciti, se rientrati, saranno restituiti; però, se ne riparte presto e a tasche vuote, perché il provvedimento di clemenza non riguarda il patrimonio dei Cei. Partecipa allora alla battaglia di Montemurlo, dove il fronte anti-medici guidato da Filippo Strozzi viene sconfitto da Cosimo. Galeotto viene fatto prigioniero, torturato, relegato nelle segrete di Pisa e Livorno. Per sua fortuna ci resta poco, grazie all’intercessione della duchessa di Parma e di un notabile spagnolo. Ma proprio tornando in Spagna, confinatovi a vita nel 1538, scopre con amarezza che durante la sua assenza ha perso buona parte dei suoi averi, e un furto dei suoi vestiti mentre si bagna in un fiume di notte lo lascia ormai solo con un paio di scarpe. È il momento di scappare da tutte queste persecuzioni, la scelta diventa ora inevitabile, è il momento di partire per le Indie.

Il 6 agosto 1539 Galeotto s’imbarca a San Lucar, prime tappe le canoniche soste alle Canarie e a Capo Verde, dove acquista quaranta schiavi. Prosegue a stento e ha il suo battesimo di mare insieme ai suoi compagni con una tempesta – «chiamono in India queste fortune hurraccanes» – per la quale dalla nave sono buttate a mare l’artiglieria, botti di vino e di acqua, mercanzie; si rompe anche la poppa, un pezzo del timone, ma ce la fanno, e il 22 ottobre, a Santo Domingo, arriva nel Nuovo Mondo. Ci resterà per quattordici anni.

Galeotto Cei non è propriamente un navigatore, è piuttosto un grande esploratore, quasi malgrado se stesso. Anche in America si trasferisce spesso, la sequenza dei suoi spostamenti delinea una vera anatomia dell’inquietudine e della precarietà: Santo Domingo e Haiti (accolto dal fiorentino Luigi Soderini); Capo della Vela in terraferma, dove, acquistati come schiavi alcuni pescatori, si dà alla raccolta delle perle, ricavandone un discreto guadagno; di nuovo a Santo Domingo (siamo nel 1542); ancora Capo della Vela (dove recupera alcune mercanzie di una nave spagnola); ancora Santo Domingo. In vista di un possibile gran salto verso il Perù, dove tuttavia non andrà mai, si trasferisce nel porto di Nombre de Dios, ma ritorna a Santo Domingo, e ancora a Nombre de Dios; finalmente s’imbarca e tocca Cartagena, rientra ad Haiti, riparte per Coro, nella costa del Venezuela, da dove sono arrivate notizie sulla scoperta di giacimenti d’oro, ma dove invece non combina niente. Comincia allora un nuova fase per Galeotto, che, insieme a una spedizione di circa 80 uomini, 12 donne, un migliaio di indigeni e 150 cavalli, parte per una missione di esplorazione e colonizzazione. Per mesi e mesi il mercante fiorentino si ritrova in regioni nuove agli occhi degli europei, attraversa fiumi (prima l’Amaticora, poi il Toccuyo) e scavalca montagne, cambia spesso destinazione e obiettivo dei suoi percorsi, sperando di trovare per conto delle autorità spagnole, il lago e la laguna di Taccarigua e regioni che siano ricche di oro, che confermino l’esistenza del mitico El Dorado. Ma l’oro non c’è o se c’è è poca cosa, appare un feticcio della vanità europea al cospetto della misura degli indigeni:

Qui trovammo l’Indi appena conoscere l’oro, non lo stimavono, dicendo che non era buono da mangiare; pure ne’ fiumi ve se ne trovava, ma poca quantità che non sopportava el prezzo popolarvi, ma l’Indi dicevono che non lo volevono, che bastava loro ricorrere del maiz e altre radici buone da mangiare, dove l’oro non era buono. E così rimanemmo beffati.

Rassegnatosi, o rassicuratosi, a coltivare la terra e allevare bestiame, nel novembre del 1550 Galeotto si rimette a esplorare l’interno del Nuovo Regno di Granada, a capo di 22 uomini, 200 indi e 80 cavalli, attraversando le terre dell’Orinoco e raggiungendo nel maggio seguente Bogotà. Sempre irrequieto, riparte per Toccuyo, ritorna nel 1552 nel Nuovo Regno di Granada. Ma la corsa, sempre inconcludente e che tuttavia gli ha permesso di acquisire qualche benessere, sta per finire: da Tunja passa a Santa Maria, poi a Cartagena, dove a giugno finalmente si decide e parte, via Cuba, per la Spagna. A ottobre del 1553 è a San Lucar, al punto di partenza.

È un ritorno al punto di partenza anche dal punto visto economico, e perfino esistenziale? L’uomo che rimette piede in Europa dopo quattordici anni d’inquietudine americana, come è cambiato? Il testo della relazione s’interrompe appena prima del ritorno, ma da quel che sappiamo l’inquietudine di Galeotto resta la stessa anche nei primi nuovi passi europei. È ancora tutto un girare: Siviglia, Granada, Lorca, Muzia, Cartagena, Alicante, Maiorca, Alghero, la Corsica, Genova, Milano, Brescia, Verona, Vicenza, Padova, Venezia, Ginevra, Lione, la Germania, Parigi, dove nel 1555 assiste alla morte del fratello Alfonso. Poco dopo lo ritroviamo a Marrakesh, e non smette di peregrinare, soprattutto in Francia, neanche quando, sempre nel 1555, apprende dell’amnistia di Cosimo de’ Medici, che gli permette di rientrare in possesso dei suoi beni fiorentini. Galeotto, che in Francia ormai presta denari anche al re e frequenta la corte, non si affretta.

Solo cinque anni dopo l’annuncio dell’amnistia  rompe gli indugi e, a differenza degli altri grandi viaggiatori fiorentini dell’epoca, si stabilisce sull’Arno. Alla fine del 1560 la grande fuga è finita e comincia la ricerca dei beni particolari, dei beni locali.

Mette su famiglia, sposandosi prima con la diciasettenne Francesca di Leonardo Fortini, poi, rimasto vedovo nel 1567, con Costanza di Piero di Cocchi, a sua volta vedova di Filippo Portinari. Passo passo cerca di guadagnare incarichi che gli diano visibilità e rispettabilità negli apparati cittadini. Fa un po’ di tutto: podestà di Vinci, ufficiale d’Onestà, capitano d’Orsanmichele, console dell’Arte degli Speziali, membro del Consiglio dei Dugento. Il vertice di questa carriera più mercantile che politica e senza acuti, viene toccato nel 1574 con l’elezione tra i Sei della Mercanzia. Sono gli ultimi anni di una vita movimentata, senza gloria e senza noia. Scrive la sua Relazione, senza terminarla, e muore a Firenze il 10 giugno 1579. Dunque diciannove anni finali fermo, laddove è nato e fino ad allora mai veramente vissuto.

Forse non è mai voluto partire: è stato costretto trascinato dagli eventi. Forse l’ultima parte di vita a Firenze rappresenta l’agognato traguardo di un percorso o forse un consapevole e agiato tramonto dopo anni difficili ma straordinari nelle Indie. Non lo sapremo. Nemmeno in una lettera a Filippo Strozzi Galeotto offre molti indizi per aprire la sua stanza segreta, quella intima delle motivazioni e delle emozioni del lungo viaggio e del suo epilogo. È un viaggiatore anomalo, che salpa e per quattordici anni non si accontenta delle comodità della costa, ma si addentra in una terra incognita e pericolosa; poi torna e della dimensione del viaggio pare non volerne più sapere. Francesco Carletti, reinsediatosi a Firenze, prenderà in consegna il porto di Livorno, a suo modo continuerà a occuparsi di navigazioni, mentre Galeotto Cei non solo chiude la sua lunga stagione di moto continuo, ma ambisce a posizioni stanziali, incarichi da cittadino borghese.

Altri, con tutte le terre che ha visto, avrebbero subito incorniciato scritti eloquenti per assicurarsi la fama. Invece la stessa sua relazione rappresenta uno sforzo tardivo, per giunta lasciato incompiuto, se pur di poco, e la stessa dedica non è a un monarca o potente principe, ma solo a un collega mercante. La stessa apertura è, come abbiamo visto, un prologo a metà strada tra l’excusatio non petita e la geremiade, e non un inno al viaggio e alle virtù delle traversate transoceaniche. Per questo si sospetta che il suo navigare non sia l’entusiasta scelta di un curioso del mondo, bensì la sola alternativa di chi in Europa sta trovando chiuse troppe porte. Neppure la corsa all’oro del mitico El Dorado prende piede: Galeotto può solo esplorare l’interno di regioni sconosciute, e non si trasferisce presso le ricche aree minerarie peruviane note da tempo, dove lavora invece un altro fiorentino col quale è in contatto, Niccolò del Benino, autore di due relazioni in castigliano sulle vicende delle miniere di Potosì.

Poco conta, perché una cosa è certa: il Cei, mercante fiorentino anti-mediceo e poi perdonato dai Medici, vede cose che nessun altro prima ha visto, le osserva con cura e le racconta con lo stile di chi ha occhi per guardare, cervello per esaminare e comparare, e penna per esprimersi come si deve. A leggere la sua relazione si pensa che l’antropologia sia nata con lui e non ci si sbaglia di molto.

Il suo è uno sguardo terreno e poco emotivo; poche le tracce di stelle e costellazioni e di calcoli geografici; la sua non è una conoscenza scientifica, mentre il linguaggio si trattiene dall’esprimere le proprie impressioni; Galeotto non dà scandalo, non si espone, ma l’attenzione dello sguardo è meticolosa, il nuovo mondo che scopre gli si dischiude senza stupore come un codice da decifrare sistematicamente. Per questo i suoi scritti, oltre a ripercorrere con precisione la sequenza degli eventi del suo viaggio con incontri, incidenti, variazioni di programma e quant’altro, costituiscono soprattutto una miniera d’informazioni tanto su una cultura indigena quanto su un ambiente naturale ignoto, che per primo repertoria con un metodo scientifico.

Non gli sfugge niente: «La battata è una radice buona et dolce a mangiare […] in terra ferma ve n’è in di molti luoghi assai, non più grosse che il dito pollice della mano», dilungandosi poi sulle varietà e le modalità di cottura. Parimenti un’approfondita descrizione viene riservata alla radice iucca, al mais e alle sue farine e ai tipi di pane che se ne possono fare, alle vacche e ai cavalli, ai gatti e ai serpenti, alla vasta tipologia di pesci, alla canna da zucchero e alla sua complessa lavorazione, e così via con alberi, frutta, produzione del sale. Galeotto difficilmente si lascia andare al commento di meraviglia o a un accento di timore; preferisce insistere sull’analisi, con stile fotografico, di una biodiversità e una ricchezza naturale e umana oggi in buona parte disperse, delle quali la sua è non di rado la sola testimonianza:

Di molti alberi vi si vede in luoghi secchi che discosto nel colore et nella foglia paiono ulivi, ma non fanno frutto nessuno; simili altri come roveri, ma non è in tutto la foglia come li di qua et non fanno frutto; el legname e bene simile, ma più pietrioso et grave.

Tra gli arbusti che descrive si annoverano il “legno santo”, il caoban, lo zeiba, l’icacco, il cerdone, l’albero dell’huvero, il guazuma, le palme, il besciucco, il manzaninglio, il platano, il guaiavo, il mameri, l’hovo, il guavo, e molti altri come l’aguacatte, l’albero delle montagne, che è un albero che nasce nelle montagne, cresce molto alto et grosso come un mandorlo, lungo di pedale, non molta gran quantità di rami, la foglia un poco simile alla del noce; el legno suo è molto fragile et tenero, odore un poco di pino, et verde et secco arde benissimo; la scorza non molto grossa et aspera; fa la sua frutta come vedremo nel margine; di sopra una buccia verde, ancora che maturo gialliccia, non molto grossa et tenera. Ingrossa detto frutto al più come el pugno, lievasi la buccia facilmente restando di basso una carnosità fra il verde et il giallo, più presto tenera che dura, alla morbidezza sua pare burro; tiene un poco dell’agretto mescolato con dolce, mangiasene assai, dicono provoca venere; fa frutti assai et chi non li ha in uso in principio non contentono molto; la carnosità è alta un dito al più et dentro vi è un nocciolo di fazzione alla frutta simile, ma non ha tanto collo; sa di odore di pina d’arcipresso, ma molto duro; dentro vi è poco di anima con una buccia come la castagna et amarissima et bianca.

Lo scrupoloso esercizio si ripete con la frutta e le sementi, i serpenti e gli uccelli. Galeotto applica il metodo rigoroso col quale Corsali indaga i cieli e i grandi spazi; non arriva a discernere un insetto come Andrea si dimostra capace col camaleonte, ma è più scienziato sul campo di lui, essendo il primo viaggiatore ad accompagnare il testo con schizzi tracciati di suo pugno per illustrare cose sconosciute al lettore europeo, come ad esempio le maracas, i piccoli strumenti musicali chiamati ancora col nome in lingua tupi.

Fauna e flora delle isole e delle inesplorate regioni interne, fiumi e possibilità commerciali, ma anche, nella Relazione, una pignola descrizione dei costumi di un mondo umano con il quale non si identifica, dal quale preferisce mantenere una distanza che gli permette meglio di giudicare. E questo vale tanto per gli indigeni quanto per i coloni spagnoli. Non ha il vivo interesse, quasi l’adesione, che Filippo Sassetti mostrerà per i primi, né il fastidio che Giovanni da Empoli denuncia per i secondi, ma Galeotto rifugge ugualmente da tratti di pennello superficiali e rappresenta la varia umanità del Nuovo Mondo come un teatro di personaggi senza eroi e nemmeno protagonisti, un’umanità al limite della mediocrità – «Li Spagnuoli non sono persone, vogliono experimentare niente» – alla quale non pare assegnato il compito di tracciare la storia di una grande conquista e tantomeno di un grande incontro che sta mutando le sorti del mondo. Comincia, già dalle prime pagine, con una requisitoria sulle donne cristiane, che venute di Spagna et le nate quivi, sono calide, sfacciate, senza vergogna, né honestà, né rispetto; presumono di volere comandare a’ mariti et si sono abbattute si’ bene che hanno trovato suggetto da poterlo fare; vergognonsi di sapere cucire et lavorare, loro studio et passatempo è lasciarsi straordinariamente, andare a spasso et banquectare l’una l’altra et di tale commodità ne risulta el resto et, dove in ispagna poche sono che beano vino, se ne trova pochissime beino acqua, di modo ch’el caldo naturale et artifitiale et della terra le incita et sforza et il povero giovane dà loro nelle mani, che viene di Spagna grasso et fresco, in dua o tre mesi, se lui non si regola, lo ammazzono, facendo a gara, et chi ne può havere più ne piglia, et sono tanto calde, infocate et lussuriose che mi pare impossibile, alle cose che fanno, che dorma un giovane con una di loro senza innamorarsene, et esse si guastano di lui tanto svisceratamente, che non rispettono mariti, parenti, ma, senza alcuna vergogna, cercono e pigliono el piacere loro et di molte danno la roba, ma dura questo loro amore tanto quanto durano a trovare un altro che piaccia et in un subito si danno a questo et lasciano quello, come se mai l’havessino conosciuto et, se non si vedesse che vogliono bene straordinariamente, si potria dire che fusse finto, ma certo solamente allectato e tirato da quel loro libidinoso piacere, et così come trovano uno che pensino e sentino dire essere piatto a quel bisogno che l’altro, volgono el loro amore a lui, sino che li habbino cavato la bambagia dal giubbone.

È possibile che tali parole riflettano una brutta esperienza personale del mercante fiorentino. Ma neanche altrove, fra i preti o i soldati, il fattore umano si riscatta, indigeni compresi. La tratta degli schiavi è raccontata come un fatto, non uno scandalo, un’occasione di profitto limitata ma reale, senza alcuna compiacenza, ma senza un’esplicita denuncia, anche se la descrizione delle modalità della cattura e del commercio degli schiavi col ruolo del prete e degli Indi intermediari lascia intendere una pratica personale di Galeotto, anche se da lui poco apprezzata. Del resto rispetto ad altri navigatori, il merito del nostro sta anche in una curiosità sincera verso la cultura locale, le strutture tribali, osservate con lo stesso puntiglio usato nei confronti del mondo naturale. Oziosi ma liberi dall’avidità, paurosi dei cavalli al punto che qualcuno di loro potrebbe pensare che uomo e cavallo siano una sola creatura, ma abilissimi nel preparare frecce avvelenate che non danno scampo, a volte derisi in scherzi orditi da Galeotto, a volte scrutati come un enigma, gli Indi non cessano di interessargli. Non li ama, ma non lascia intendere di amare nemmeno i compagni europei. Così il giudizio si fa anche più severo al cospetto dell’incontro delle due schiatte, i «mestizi» ovvero i mescolati, cioè figli di Cristiano et d’India, che ve n’è quantità. Sono di colore un poco ulivigno, sono, quando piccoli, molto acuti d’ingegno, ma, in cresciendo, fanno come li asini, sempre più grandi asinacci, fra mille Neri escie uno buono: dati a ogni vitio di donne, giuoco et gola, lascionsi ingannare da tutti et prodighissimi che, ancora sieno stati lasciati ricchi da’ padri loro, in poco tempo consumano ogni cosa, che sono come Indi che non si ricordano mai di quello sarà domani. Hanno poca fermeza, virtù nessuna, vili e dappochi et per ogni piccola adversità si sbigottiscono et piangono come bambini senza vergogna et senza honestà.

È un universo di fallimenti umani, eppure niente è trascurabile, tutto interessa il mercante fiorentino. Ha studiato da agente di cambio; il suo credo in fin de’ conti è il “mangiare per vivere”, che sbandiera a inizio della Relazione, e in questo modo ha sviluppato il distacco corretto per fondare la prima antropologia. Le pratiche religiose e le superstizioni sono annotate scrupolosamente, a tratti le deride, ma solo dopo averle studiate con cura, e lo spirito beffardo del fiorentino colpisce anche l’insistenza del clero nella conversione. Dopo che un vescovo lo sollecita a istruire i suoi famigli indigeni con la dottrina cristiana, Galeotto una sera si sdraia su un prato insieme a loro, e racconta del Dio creatore del cielo stellato e del sole, dell’uomo e dei fiumi.

Mi risposero domandandomi se vi ero stato et visto tutte quele cose; dissi di sì e cominciorno a ridere domandandomi della scala o delle alie con che v’ero andato: la risposta la sapevo, ma non saria gustata loro capace, et dissi al vescovo insegnassi loro lui”, mentre altri indigeni “domandano se l’Ave Maria o il Pater Noster è buono a mangiare.

Ma ancora una volta non s’intravede alcuna superiorità degli europei; la corruzione è una sola ed è comune:

Per me concludo che sono più li Cristiani si fanno Indi che non l’Indi Cristiani. È vero che noi diamo loro mali exempli, che siamo come li frati, che vogliamo faccino quello diciamo, et loro non fanno se non quello ci veghono fare.

Basterebbero queste parole per fare di Galeotto Cei, esploratore suo malgrado, un grande precursore. Occorreranno parecchi secoli, e molto sangue e altrettanti errori, perché questo pensiero sia riconosciuto dall’antropologia più avanzata come il senso ultimo di un’equivoca conquista e di un’inventata superiorità. Lo aveva capito Galeotto Cei, il viaggiatore irrequieto ben contento un giorno di fermarsi e non partire più.

(tratto da Niccolò Rinaldi, Oceano Arno. I navigatori fiorentini, FirenzeLibri, 2012)