Filippo Sassetti

Andrea Corsali, il primo fiorentino a viaggiare lontano senza avere né la formazione né la motivazione del mercante, è un precursore, un pioniere dell’incontro fra lo spirito scientifico rinascimentale e i nuovi popoli. Dedito a scoprire e ricercare in luoghi remoti, la nostalgia di casa pare non affliggerlo. Questa zona emotiva – sottile rapporto di eccitazione e voglia di stare lontano – è il sale di una sorta di vertigine extra-continentale, mentre nel richiamo dei ricordi, nell’impronta indelebile della radice prima, in questo umore che nel viaggio si fa un giorno felicità e un altro disagio, c’è il diverso sentire fra Andrea e Filippo Sassetti, un altro concittadino che alle ragioni del viaggiare per guadagno preferisce quelle del sapere; perché Filippo “guarda indietro”, tiene dentro una voglia così grande di continuare a parlare a Firenze, e al tempo stesso è avido di imparare, assimilare, perfino confondersi con i popoli che incontra. Il tutto, però, restando mercante, facendo del commercio minuto la sua forma di sostentamento. Già lo si capisce dal suo componimento giovanile, quasi fosse una tesi di laurea: il Ragionamento sopra il commercio tra i toscani e levantini, non solo punto di saldatura fra l’attività di letterato e quella di mercante, ma anche fra l’aspirazione a partire e il bisogno di restare ancorato a casa.

Ma la prima è più forte. Di buona famiglia – la cappella Sassetti, costruita dal nonno, la si ammira nella chiesa di Santa Trinita, con affreschi del Ghirlandaio e tombe del Sangallo, segni eloquenti del peso della stirpe – ma alle prese con qualche dissesto finanziario, Filippo nasce nel 1540, studia a Firenze e Pisa ed entra ancora giovane nell’Accademia degli Alterati, con un profilo che è tutto un programma, una sfida al proprio destino: il nome d’accademico che si sceglie è «Assetato», l’emblema una spugna, il motto … «mai sazia». C’è lo zampino del babbo, educatore di larghe vedute, che a mo’ di regalo alla prole trascrive un Discorso sopra il crescere del Nilo del Fracastoro, gli aggiunge un’introduzione di suo pugno e lo dedica ai figli. Così la vita di Filippo Sassetti, mercante fiorentino, è scandita da tappe rivolte tutte verso una sola direzione: navigare verso oriente, il punto cardinale che insegue con la tenacia che oggi vediamo in chi è attratto quasi fatalmente dall’India.

Quando i portoghesi aboliscono il monopolio del pepe Filippo si trasferisce a Lisbona per conto del Capponi e nel 1582 – non più ragazzino, proprio come accaduto ad Amerigo – salpa per lasciarsi alle spalle l’Europa; o almeno ci prova, perché – ancora come accaduto ad Amerigo – nel primo viaggio tutto va storto: in cinque mesi anziché raggiungere l’India finisce naufrago dalla parte sbagliata del mondo, in Brasile, e ritorna mestamente alla casella di partenza. Ma non molla e già l’anno successivo affronterà di nuovo l’oceano, con i compagni Giovanni Buondelmonti e Orazio Neretti, giungendo il 9 novembre 1583 a Cochin, capitale del piccolo regno indù del Malabar, per poi far la spola con Goa:

La stanza mia è parte in Goa e parte qui in Coccino e parte in mare, ché bisogna andare di su e di giù, visitando questi luoghi dove la pimenta si raguna, favellare a questi re di scacchi e dare loro sempre del buono; e sì andare consumando la vita sua su per queste fuste, che è, vi prometto, un esercizio da cani.

Questo il tenore del lungo soggiorno indiano, cinque anni senza mai trovare la sua strada, senza riuscire a inventarsi l’attività della vita. Guarda come da lontano la fortuna di Piero Strozzi, che, morto già nel 1522, in India ha commerciato pietre preziose, o Lorenzo Strozzi, che a Goa fa il banchiere e al quale Filippo affida prima i denari e poi il compito di esecutore testamentario (e dopo Lorenzo, altri Strozzi prospereranno in India ancora fino a metà del Seicento).

Ma a fine Cinquecento i bei tempi dei facili guadagni sono finiti e gli sforzi per guadagnarsi il pane in Oriente restano delusi: in un’India occupata dai portoghesi e nella quale le rendite sicure sono ormai in mani altrettanto salde, per Filippo gli affari non sono un granché. A Goa si guarda intorno e contempla perplesso la fauna di sbandati europei, avventurieri che vivacchiano come «minuzzoli che di poi desinare avanzano sopra la tovaglia, che sono scossi in terra da chi la ripiega, viene la servente e si’ gli spazza e gettagli tra la spazzatura». Altro che terra promessa! L’India non è nemmeno una “colonia” dove a chi vi s’installa è data una casa e un po’ di terra:

Vengono di Portogallo ogni anno duemilacinquecento o tremila uomini e fanciulli della più perduta gente che vi sia; gettansene al mare la quarta e la terza parte, e talvolta la metà; gli altri che giungono vivi sono posti in terra: viene la morte o la furfanteria, e li raccoglie tutti, e per la maggiore parte fanno la male fine, tirandone alcuni de’ nobili o qualcun altro che con indirizzo di parenti, o per propria virtù, emerge in qualche maniera.

Filippo invece avvia un commercio minuto: raccoglie piccoli e grandi oggetti che spedisce al console di Prato a Lisbona, il quale a sua volta li recapita a Firenze. Manda di tutto: spade e mobili intarsiati, scatole e stoffe pregiate, perfino oggetti minuti, per far cassa anche con gli spiccioli e accontentare tutte le tasche, come un pezzo di cuoio del Sindh, messo in vendita per una cifra irrisoria. Gli inventari delle spedizioni raccolgono un’antologia dove tutto brilla, dove ogni oggetto è presentato con una piccola fanfara, quasi fosse introdotto al gran ballo del mercato indo-europeo, la novità del salotto buono del commercio internazionale. Le monete, poi, sono tutto un capitolo della storia economica della nascente globalizzazione; Filippo tenta di districarsi nei complicati rapporti di cambio e nella babele delle circolazioni multiple con il ducato veneziano che, pur così lontano dal Mediterraneo, ha libero corso in India e porta un’aria di casa. E dietro la moneta, Filippo intravede la vicenda di un regno e ne approfitta per “insegnare” ai corrispondenti fiorentini qualcosa della storia dell’Asia meridionale, dei governanti, dei cambi di regimi.

Nota delle cose mandate da Filippo Sassetti ad Andrea Migliorati di Lisbona perché la invii a Fiorenza a ordine dell’Ill.mo Cardinal de’ Medici.

7 papelli grandi e 17 piccoli di seta colorata della Cina – xerafini 38;
4 peze di bofetta finissimi – xerafini 62
1 stuora di canna di bambù tessuta come panno – xerafini 4;
2 peze, una di domasco e una di raso della Cina – xerafini 40;
2 stuore del Iapan fine, una in una custodia di bertangi, ch’è foderata di taffetà, l’altra scempia – xerafini 27;
1 cuoro del Sindi impuntato – xerafini 5;
2 spade di Malabar di due diverse sorte – xerafini 25;
2 panni di quadrati della Cina, che sono come telette d’oro, e tessute a varie figure, e servono d’usciali – xerafini 200;
1 padiglione con suo cappello e coperta da letto di panno che chiamano ghingone di sarazo, che viene di San Tomè, dipinto a varie figure e invenzioni, e poi qui in India tocco d’oro – xerafini 160;

In una cassetta a parte un letto di sandolo, cioè la grata della spalliera con i suoi piedi: faltano le traverse così dalle bande come dalla testa e de’ piedi, che, avendosi a fare d’altro legno, si possono far costà in Fiorenza; il sandolo è giallo della miglior sorte e odoriferissimo – xerafini 50

(totale) – xerafini 862.

Un gruppetto di monete, involte ciascuna in un foglio, scrittovi sopra il nome:

Tare, monetine piccole della costa d’India.

Fanò, monete piccoline della costa d’India, che ne va 9, 12 o 13 per un Pagode, conforme al luogo proprio dove si battono; Pagode, moneta d’oro al peso d’un ducato veneziano e due ch’io mando si chiamano pagodes ramaragiaos, che furono battute da Re di Bisnagar che si chiamava Rana. E ragiu vuol dir re in quella lingua. Fu distrutto il detto Re non ha molto da’ suoi vassalli che si divisono il suo regno. Vale il detto pagode un reale e mezzo, meno d’un ducato veneziano. Vanno 5 pagodes.

Ducati veneziani e sultanini, sono moneta corrente in tutte queste parti e chiamansi tutte per un nome veneziani. Vagliono qui 12 reali, in Goa qualcosa meno. Vengoci dalla Mecca e di Ormus.

Larini, moneta persiana che viene da Ormus in gran quantità, e corre per tutte queste parti, e per essere di argento fine in ogni luogo ha aggio e vale un larino qualcosa di più di due reali castigliani. Battesi in Persia in una terra detta Lara, donde si dicono larini.

Madrafascial, moneta del Guzarate e di tutto il paese del Gran Mogor, che è il maggior principe di tutta l’India. E confini del suo regno sono il Monte Imao da settentrione, l’Indo da ponente, il Gange da Levante, e da mezzogiorno viene fino al parallelo che passa per 22 gradi. Pesa 3 1/2 pagodi.

Rapia, moneta del Re di Bengala su le foci del Gange e oggi è posseduto il suo regno dal Gran Mogor, discende per linea retta dal Gran Tamberlan, che prese Baiazeto Imperator de’ Turchi. Pesa pagodes 3 1/4.

Una moneta quadrata d’oro, che chiamano Madra Fascial vecchio, della medesima valuta dell’altro.

Una moneta piccola d’oro, tonda, che ha da una parte una foglia e dall’altra un elefante. Fu battuta più anni sono da un re di questa cosa che risiedeva qui in Cranganor, oggi forteza di Portoghesi, ancora che vi sia un poco di re di mala ventura. Quello dicono ch’era il maggior signor del Malabar e che dalle divisioni del suo regno nacquero tutti questi reguli. Cranganor è a 5 leghe di qui verso il Nort.

Costa tutto questo gruppo             Xerafini  31
Monta le cose dell’altra faccia         Xerafini  862
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Xerafini  893

Ma quanto riesce ad acquistare e a spedire a Firenze è una sciocchezza rispetto al moto continuo di compravendita che l’India sollecita, crocevia d’una merceologia vastissima che Filippo può toccare con mano e descrivere come fosse il listino natalizio delle possibili compere. C’è la maestria artigiana dell’Oriente, e ci sono i frutti della terra tropicale; il loro incontro è una goduria, e quanta evocazione, che profumi e colori, emanano da tali cataloghi.

Vengonne infinite sorti di tela di bambagia e alcune d’erba tanto fine e sottili che senza vederle non si potrebbe credere; e queste sono quelle che passano dipoi in Barberia e per tutta l’Africa. Vengono veli assai di seta e molti di quelli drappi che noi chiamiamo zenzadi, de’ ciambellotti con acqua (gli ombrelli!), seta sottilissima e bianca, cose lavorate, come coltre imbottite, nelle quali si troverà da spendere fino a 120 e 150 scudi nell’una. Vidi in casa (di) un piloto d’India un manto per a collo per una donna, di tela bianca, imbottito di seta gialla, dove io credo che fussero 100.000 milioni di punti; cosa vaghissima da vedere, della quale domandava fino a 40 ducati. Vengono di là legnami da letti, che e’ domandano catri, dipinti di diversi colori e tali miniati d’oro di gentilissimi compassi; e ’n luogo di saccone tengono cigne con le quali l’attraversano e empiono tutto, e ’n que’ predispongono una stuoia sopra e dormonvisi: qua vi mettono le materasse. Le madreperle e altre fantasie di mare che e’ conducono di là non hanno numero: tutte cose che ingombrano molti denari. Aveva lasciato il musco e l’ambra, la quale vogliono infatti che esca del fondo del mare e sia una spezia di terra, non altrimenti che sia il bitume o ’l cinabro o altra cosa. Vienci l’anile o vero indaco, la lacca per tignere, che sono cacature di formiche, in certi cannelli quella dura da suggellare. Le porcellane non sono da lasciarsi, delle quali credo che ci siano venuti questo anno dugento tinelli e tutte hanno preso luogo, ché adesso non si troverebbe da comperarne che fussero buone: vagliono, raguagliate, un quarto di ducato il pezzo de’ più piccoli, e grandi poi uno, dua, tre e quattro ducati l’una.

Le grandi manovre degli acquisti sono le pietre preziose, caleidoscopio di carati e colori. Ma la vita non è tutta oro, e il gioiello più prezioso viene accostato, addirittura “avvolto”, nelle parti meno nobili del corpo, quasi a sigillare, nella corsa al commercio e al guadagno, un patto scellerato fra sacro e profano.

I rubini vengono del regno del Pegù. E diamanti migliori vengono di paese settentrionale per molto cammino; e mi dicono che è maraviglia vedere uno di questi negri comparir qui ignudo, se non quanto un reo cencio gli cuopre quella parte del culo che non si può vedere, portando seco 8,10 e 12.000 ducati di pietre. E perché per e cammini sono molte volte mal trattati da’ ladroni, perché non sian trovate loro le pietre preziose, la pongono in un bocciuolo di rame, e questo dentro nel sesso; e così con essi camminano cinquanta, sessanta e novanta giornate.

È una costante tentazione: in India passa e si trova di tutto, ci sarebbe da comprare di tutto. Ma Filippo ha lo spirito d’osservazione, non quello degli affari e, a parte i vari capitali rimessigli da amici e parenti a Firenze, non dispone di molto. Non se ne fa un cruccio e fra i mercati dell’India impara un certo fatalismo e che l’incontro fra acquirente e venditore non è solo affare di mera contrattazione e di denari: l’Oriente è pure esercizio di riconoscimento dell’interlocutore, attenzione dell’occhio alla fisionomia dell’altro; e anche Filippo, che era uomo col senso dell’ironia, viene squadrato da questo sguardo millenario.

Sono grandissimi visionomici, che resteranno di trattar con uno perché non barbe nelle guance e l’altro per non aver peli nel petto e con altro per non aver le linee della testa ben fatte; cheromantici maravigliosi e, in Goa, uno di essi di qui mi predisse ch’io non giunterei molta moneta; e domandandoli dove lo vedeva, mi fece giuntar le dita della mano e mi mostrò che fra l’uno e l’altro, stando così giunte, rimaneva aperto assai. Non potetti non ridere, parendomi che potesse nascer di qui quel proverbio che noi diciamo d’uno che non sa fare i fatti suoi: che li cascano i danari fra le dita.

Poco conta: a Filippo pare bastare di ritrovarsi dentro agli ingranaggi di una immensa macchina di traffici e scambi. S’intrecciano le rotte, si creano navigazioni commerciali con scali e passaggi multipli: il mondo, tutto il mondo, si fa emporio. Ma leggendo questi tariffari delle merci assistiamo a molto di più che all’incontro fra il produttore asiatico e il consumatore europeo, perché pezzo per pezzo inizia il collezionismo esotico su vasta scala, non più limitato alle famiglie reali, ma allargato ad altri ceti abbienti. Si plasma il gusto orientaleggiante e si sprovincializzano gli arredi toscani: anche sull’Arno ci si sente meglio dormendo in un letto di sandalo del Gange o riparandosi in terrazza con uno scialle di seta indiana.

Le “mirabilia orientalia” sono anche l’occasione d’una rimpatriata memorabile: passa da Goa un altro Alterato, accademico col nome «Vano»: è Giovambattista Vecchietti, ormai sulla via del ritorno in Europa e munito di un bagaglio di codici persiani, arabi, orientali, richiestigli da Ferdinando de’ Medici. E nemmeno la spugna dell’Assetato si sazia di numismatica e antiquariato da export, anzi, proprio la delusione per i mancati guadagni economici lo incoraggiano a guardare oltre fogli di carta colorata e gioielli e ad appagare la sua voglia di viaggio nella conoscenza della civiltà indiana. Si apre un campo di ricerca vastissimo, ché il mondo, percorrendolo dall’Arno al Gange, va in modo straordinario. Anche per Filippo, come per tutti gli altri grandi navigatori e viaggiatori fiorentini, c’è un primato assoluto: è il primo infatti a rilevare l’origine comune degli idiomi latini con il sanscrito, una lingua ostica per i portoghesi, che non si erano mai preoccupati di studiare; tanto che, risalendo per la genealogia linguistica, Filippo arriva a stabilire un’origine comune delle culture indoeuropee. È il primo a riscontrare la somiglianza fra le parole italiane “dio” e “divino” e l’equivalente sanscrito “deva”, fra “serpe” e il serpente “sarpa”, fra i numeri “sette”, “otto” e “nove” e gli indiani “sapta”, “ashta” e “nava”. Non ci si meravigli, quindi, se in occasione della visita di stato di Carlo Azeglio Ciampi nel 2005 a New Delhi, al banchetto ufficiale il Presidente indiano abbia aperto il suo discorso di saluto citando Virgilio e Leonardo da Vinci, Garibaldi e Dante, Galileo e Marconi, ma, primo fra tutti, evocando proprio «Filippo Sassetti, il primo, già nel XVI secolo, a riconoscere i legami fra sanscrito e latino e dunque fra l’India e l’Europa». Fama già sancita dal Leopardi nello Zibaldone, ma postuma.

A Goa per Filippo le cose non vanno bene: detesta i portoghesi, ai quali rimprovera le conversioni forzate al cristianesimo e l’ignoranza, se non il disprezzo, verso la cultura indiana, e loro lo osteggiano. Poco conta, ché presto la vena mercantile viene, di necessità virtù, appagata col commercio minuto attraverso il canale di Andrea Migliorati, e prende il sopravvento ben altro. Molto più che a procacciarsi papelli e monete da spedire a Firenze, Filippo osserva, studia, affronta un viaggio nel mondo indiano con la consapevolezza di essere forse il primo a entrare in uno nuovo, ancora ignoto agli europei. Vi si muove con grande cautela, e con uno sguardo di stupore simile a quello dei primi navigatori al cospetto delle terre vergini, anche se qui è uno stupore di qualità diversa, sollecitato non dai prodigi della natura, ma dalla complessità d’una cultura millenaria.

Quasi armeggi un megafono, annuncia l’India a tutti, scrivendo alla sorella, a Baccio Valori e altri amici, al Granduca e al cardinale: Firenze diviene destinataria di lettere che rivoltano l’Oriente come un calzino. Sono lettere che ancora oggi contengono una miniera di informazioni sull’India dell’epoca e che già allora hanno aperto mille piste per ulteriori indagini; lettere che spedisce in invii unici una volta all’anno, rispondendo con mesi di ritardo a quesiti posti l’anno prima e magari nel frattempo dimenticati dai corrispondenti fiorentini, confondendo inevitabilmente la cronologia degli eventi. Filippo è consapevole di questi sbalzi temporali nell’epistolario, ma che importa! Se non altro alla lettera affida il suo bisogno di rivelare la meraviglia dell’India e il valore delle sue ricerche, e così a tutti ha molto da raccontare, perché molto apprende.

Corrisponde con i cartografi fiamminghi Mercatore e Ortelio, «uomini di molto conto e amici», le autorità del tempo in campo cartografico e in disaccordo fra loro sulla forma dell’Asia. Scrive per primo in Italia del bambù e al Granduca declina i pregi dell’ananas: «L’ananas mi pare a me la più gustosa frutta che ci sia: è fatta da una pianta come il carciofo e egli non è dissimile, se non che tira più a fazione della pina; matura, getta un odor suavissimo. Il sapore è di fragola e di popone e col vino acquista forza grande». Trascrive per Bernardo Davanzati e Francesco de’ Medici lunghi passi di un trattato botanico in sanscrito, tradotto insieme a un «medico gentile» del posto e mettendo così un’altra pietra miliare, che è la primissima collaborazione fra studiosi dei due mondi, straordinaria in tempi di rigido colonialismo. Al Davanzati scrive anche che quando sarà di ritorno a Firenze, si tratterrà nella sua villa di Montughi per descrivergli la pesca della raccolta delle perle e dei rischi corsi dai pescatori, che si tuffano nel mare in profondità e che a volte vengono mangiati da pesci feroci. Lo affascinano la tecnica della raccolta, i tempi – una stagione di pesca di soli due mesi l’anno – ma anche l’estetica delle perle, che risalta sulla pelle scura dei «mori dell’interno» che le usano per adornare gli orecchi.

Apprezza la tavola indiana, riflette sul rispetto indù verso gli animali e sull’alimentazione vegetariana: verosimilmente il primo europeo vegetariano sulla base di queste motivazioni. Si convince del ciclo delle reincarnazioni e del karma, descrive meticolosamente templi, scopre la medicina tradizionale locale, e ne trova i tratti fondamentali identici a quella dell’antica Grecia.

Finalmente l’India incontra l’Europa che sa riconoscerla. Il suo è tutt’un altro sguardo su un mondo abituato a essere dileggiato e saccheggiato dall’occidentale. Mica stupisce allora che Filippo sappia conquistarsi l’amore e il rispetto degli indigeni, al punto che dopo la sua morte Luigi Alamanni può raccontare un episodio che fa di Filippo quasi un mito locale, e certo un profilo molto diverso dall’esploratore che ignora, piglia e scappa:

La fama sua, dilatata non solo ne’ diversi luoghi ove egli dimorò, ma né rimoti e lontani da essi riscaldò d’amore e di riverenza insino agli uomini più crudi e malvagi. Perciocché, depredando alcuni corsali una nave portoghese, domandarono se vi avesse sopra facultà alcuna Filippo Sassetti; e veduto che ve n’aveva, le rilasciarono, e commisero che gli fossero restituite, siccome ne furono, dicendo che portavano sopra la testa loro l’onore e la riverenza del suo nome.

Filippo è un caso unico; sono secoli di propaganda ma, come in Giovanni da Empoli, nelle sue pagine l’Europa in Oriente è nuda. Anche lui, poco dopo il suo arrivo, quasi irride i dotti locali:

Ragionano male della materia e della forma e scompigliatamente: e quando sentono un poco di discorso che abbia capo e piedi e che proceda con distinzione, rimangono stupidi.

Poi però la sapienza dell’India lo avvolge e irride invece la stupidità della politica di conversione degli indù da parte dei portoghesi:

Essendo stato loro proibito leggere le loro scienze, far loro sacrifizi e devozioni, essendo loro stati rovinati i loro tempii, i migliori di loro se ne sono andati a vivere in altre parti.

Che scempio, per lui che ama intrattenersi a lungo con sacerdoti e saggi:

De’ loro dottori scrisse Plinio, facendone menzione come di filosofi. E Erodoto, scrittore antico, fa menzione di questi bragmeni e loro costumi; sì che non è da farsi beffe della loro opinione che le scienze siano uscite di qua. Stanno maravigliati veggendomi domandare loro di molte di queste cose, perché non accadde loro mai più; e sentendo trattare di alcuna cosa con metodo e per i suoi principii, si guardano in viso l’un l’altro, come si guata a chi indovina. Bisognerebbe esserci venuti di diciotto anni, e tornavasene altrui con qualche cognizione di queste bellissime cose.

È l’entusiasmo di uno fra i primi scienziati da ricerca sul terreno, è uno dei primi spiriti laici a vivere l’Oriente. Dopo l’India già pensa di visitare per due anni la Malesia e la Cina, per poi finalmente tornare a Firenze, come scrive al Granduca e al Cardinale Ferdinando de’ Medici. Ma Filippo è arrivato in India non a diciotto anni, ma già quarantenne. A quelle latitudini le malattie letali sono in agguato e Filippo muore a Goa il 3 settembre del 1588, cinque anni dopo il suo arrivo. La notizia arriva a Firenze coi ritmi dell’epoca, solo un anno dopo, e nel 1590 all’Accademia Fiorentina il Vano, Giovambattista Vecchietti, pronuncia l’orazione funebre dell’amico che lo aveva ospitato a Goa. Tra gli eredi di Filippo, il figlio di cinque mesi avuto dall’indiana Grazia Bengala e da lui riconosciuto; è un bimbo specialissimo, il primo mulatto di sangue fiorentino, un bimbo che il babbo ha chiamato come la sua vita: Ventura.

(tratto da Niccolò Rinaldi, Oceano Arno. I navigatori fiorentini, FirenzeLibri, 2012)