Francesco Carletti

È un complesso del viaggiatore: scegliere la strada di casa più lunga, imboccare l’“allungatoia”, e concepire il ritorno come nuova partenza. Per lasciare l’India e approdare nuovamente sulle rive dell’Arno Filippo Sassetti annuncia a Ferdinando de’ Medici di voler intraprendere una via contorta:

El desiderio mio pertanto sarebbe, partendomi di qua, andarmene per Malacca e farvi un anno di stanza; di quivi a Molucco e di là tornare alla Cina per dimorarvi altanto tempo e vedere d’intendere di quella terra qualche cosa con più fondamento di quello che io non veggo sapersene per le relazioni che hanno datone altri che là furono. Della Cina vorrei passarmene a Maniglia, porto dell’isola dei luzoni, che tra la Cina e Molucco è posseduta dai castigliani, dove viene un governatore di Nuova Spagna (l’America del sud); e perché di detto luogo di Maniglia va ciascuno anno una nave per Nuova Spagna, vorrei di là passare a vedere quell’altre Indie e fatta quivi stanza di due anni, tornarmene alle nostre parti. Corso di tempo tutto di sette o otto anni, el quale, favellando secondo el corso ordinario della vita, lo avrei a vivere, se Nostro Signore Iddio non disporrà altra cosa, ancora io sia già di quarantasei anni e di statura di corpo che amerebbe meglio el riposo che pensieri di nuovi travagli. Ma considerando quanto diletto mi abbia recato el vedere questa parte, mi determino di anteporre questo gusto ad ogni maggiore quiete, pensando, massime, in questa pellegrinazione potere servire Sua Altezza e a Vostra Signoria Illustrissima, dando loro conto delle cose che parranno degne di sapersi.

Il possibile ritorno si fa una rotta che si moltiplica complicando il cammino, quasi si debba fare i conti con il rimorso continuo di non riuscire a esplorare tutto il mondo, di non afferrare tutte le latitudini. Dinanzi a tanta grandezza di progetto si scansano anche le comprensibili preoccupazioni materiali:

È verità che a mettere questo mio disegno in esecuzione, bisognerebbe stare un poco più agiato de’ beni del mondo che io non istò; avendo già passato la maggior parte di questa vita sempre con mal agio, vo facendo mio conto che ’l medesimo abbia a seguire da qui avanti e che el passato abbia ad essere regola del futuro.

Poco contano i disagi al cospetto della “vanitas vanitatum” del viaggiatore, la sua dannazione: vagheggiare il giro del mondo, quel giro che Magellano concepisce e paga con la vita e che riesce al Pigafetta, che della circumnavigazione della Terra sarà il primo cronista. È il destino di Francesco Carletti, l’ultimo grande navigatore fiorentino del Cinquecento, il primo al mondo a compiere il giro della Terra senza disporre di una propria nave o flotta, perché naviga su barche altrui, cambiando bastimento a seconda della rotta, acquistando di volta in volta il “biglietto”.
Scenario d’una passione mercantile sconfinata, circumnavigare il mondo cambiando nave quasi a ogni tratta è una grande opera, intricatissima, è quasi una dannazione; e lo è perché il mercato globale, come hanno già gridato al cielo Sassetti e prima di lui l’Empoli, si è dannato. Per riuscire nell’impresa, Francesco ha una sola possibilità: andare a stracca, disciplinato seguace dell’imperativo «Festina lente», affrettati adagio. Parte da Firenze che si è appena fatto uomo, diciottenne, e il suo viaggio sarà il più lungo, il più lento, l’ultimo.
È il 20 maggio del 1591, e la prima destinazione è ancora a corto raggio: Siviglia, per farsi le ossa col mercante Niccolò Parenti. Due anni dopo lo raggiunge in Spagna il padre, e nel 1594 i due s’imbarcano per Capo Verde, col proposito di acquistare schiavi da rivendere in America. Il resto del viaggio potrebbe dipanarsi secondo la cantilena degli itinerari dell’epoca: da Capo Verde portano settantacinque schiavi fino a Cartagena, in Colombia, dove col ricavato acquistano altre merci; da Cartagena proseguono fino a Panama, poi scendono a Lima, dove rivendono tutto il carico e acquistano lingotti d’argento; poi risalgono a Città del Messico – è il 1595 – e il babbo si dice «già che ci siamo!» e cambia idea: anziché tornare a Lima decide di fare il gran salto, attraversare il Pacifico col figlio Francesco per approdare nelle Filippine. Nel 1596 ad Acapulco trovano una nave che li accoglie e giungono a Manila in capo a mesi tre di navigazione e avventure in numero assai maggiore. Dopo le Filippine il Giappone, a Nagasaki, poi la Cina, a Macao, poi l’India, a Goa, l’emporio di tutti gli empori d’Oriente. Francesco ci arriva nel marzo 1600, il secolo è nuovo, il mondo invecchia e anche lui è più solo, ché il babbo nel frattempo è morto a Macao. Ma Francesco ha imparato a viaggiare, comprare, vendere, guadagnare; ha già visto mezzo mondo e si è fatto ancora più sveglio, e può scrivere che a Goa se la spassa “allegramente”.
Vi resta quasi due anni, con la percezione ormai chiara di trovarsi nel cuore dell’articolata comunità dei mercanti del mondo, con i suoi codici di comportamento e linguaggi rituali, una comunità che sta plasmando il pianeta. Infine, ricco e appagato, Francesco intraprende l’ultimo anello del giro del mondo per tornare a Lisbona. Attraversa quel che resta dell’Oceano Indiano, incontra l’Africa e i suoi scali, supera il Capo di Buona Speranza, e, ormai prossimo a casa, l’Europa si annuncia con lo spirito dei tempi: a Sant’Elena, nella baia dell’isola atlantica, corsari olandesi catturano la nave portoghese sulla quale si trova e si appropriano delle fortune raccolte in anni di viaggi. Non solo, anziché dirigersi in Europa, allungano verso l’America del Sud per sbarcare i prigionieri su un’isola al largo delle coste del Brasile. Per Francesco si prospetta la fine di tutto: abbandonato su una remota isola in compagnia di marinai portoghesi, provato e privato di tutto.
Ma non può mica finire in tale squallore? Francesco è il primo mercante della storia dei commerci che sta per concludere il giro del mondo, ed è un viaggiatore ormai scafato, un fiorentino nato nel secolo di Machiavelli, e qualche scaltrezza la potrà pure sfoderare.
Così, mentre gli olandesi si disfano senza scrupoli dell’equipaggio portoghese nell’isoletta brasiliana, col Carletti incontrano un osso duro. Francesco non molla e argomenta: non solo lui è toscano e non portoghese, e non gli risulta che l’Olanda abbia controversie in corso con il suo Stato, ma anche le mercanzie pregiate che trasporta sulla nave portoghese non appartengono a lui ma al Granduca di Toscana, e un furto diverrebbe una controversia internazionale. Dunque, affida agli olandesi l’incarico di riportare in Europa lui e le sue merci. I corsari esitano: che fare con questo chiacchierone? Alla fine, dopo varie contrattazioni, si tirano dietro il giovane fiorentino, che saluta i portoghesi e salpa per i mari del Nord a bordo della nave pirata, intravedendo all’arrivo in Olanda la possibilità di tornare in possesso del proprio carico.
Gran finale in sottotono: Francesco raggiunge la Zelanda con i corsari, ma è tutto ciò che ottiene. È già abbastanza che non l’abbiano abbandonato al largo del Brasile con gli altri, e per quanto le provi tutte non riesce a persuaderli a restituirgli il maltolto. Restano solo le mani vuote, resta solo il ritorno a casa, dove arriva il 12 luglio 1606. Sono trascorsi quindici anni dalla sua partenza: è una storia come quella di Marco Polo o di Ulisse … quasi quasi sull’Arno non riconoscono nemmeno lui! E certo, in molti l’avranno canzonato, chiedendo a cosa sia servito viaggiare tanto a lungo per tornare senza alcun guadagno.
Di fatto, riporta con sé niente più che «una borsa vuota e un sacco pieno di patientia».
Una dichiarazione parziale: Francesco ha comunque visto il mondo come quasi nessuno l’aveva visto prima, tiene in serbo un racconto dietro l’altro, quasi che potesse scampare a ogni prossima noia tirando fuori dal suo baule un nuovo ricordo, un’ennesima descrizione della terra e delle vicende dei suoi uomini, vari e sempre consimili, compresa, fra le innumerevoli perle, la prima notizia in Europa del cacao. È consapevole del suo bottino, e lo stesso Granduca non tarderà a compensare la scalogna del mercante beffato in dirittura d’arrivo affidandogli missioni diplomatiche e il piano di riorganizzazione del porto di Livorno come destinazione delle rotte orientali, con l’ambizione di mettere al servizio della Toscana la sua pratica di porti in quattro continenti, un progetto che era già il succo del Discorso sul Commercio fra i Toscani e i Levantini del Sassetti. Ma si tralasci la successiva carriera casalinga, perché Francesco oltre che mercante e viaggiatore è fiorentino e riconosce il valore del libro, pietra angolare di ogni vita che si rispetti e dunque, oltre a saper viaggiare e a far di conto, sa scrivere.
Così poco importa che Cosimo II l’abbia poi nominato Maestro di casa, vale invece che Francesco nella sua casa di Firenze si metta a scrivere il libro sul viaggio di quindici anni della sua vita, e nel titolo c’è non solo tutto il programma della sua impresa, ma anche la locandina d’intenti di un uomo soddisfatto, che perlomeno sa venire a patti coi propri ricordi (e che, da mercante prima ancora che da scrittore, sa come venderli):
Ragionamenti, fatti alla presenza del Ser.mo Gran Duca di Toscana D. Ferdinando Medici da Francesco Carletti, ne’ quali si contiene il grande e meraviglioso viaggio, ch’egli fece in circondare tutto l’Universo per via dell’Indie Occidentali, dette Mondo Nuovo, e da quelle all’Indie Orientali, e suo ritorno per quelle sino ad essere arrivato in Firenze, il di’ 12 luglio
1606, di dove prima s’era partito l’anno 1591 alli 20 del mese di maggio. Raccolti e messi insieme da lui medesimo in due discorsi, dove si narra la maniera tenuta nel passaggio e navigationi diverse fatte da un luogo all’altro, con tutti li negotii e traffichi, e d’alcune altre particolarità di quei Paesi di costumi e maniere pellegrine a noi. Loro graduationi, siti e distantie di terra a terra, e ogn’altro accidente occorsoli in così immensa pellegrinatione.
Titolo e argomento autosufficienti: roba da leggersi un paio di volte, chiudere gli occhi e immaginarsi il resto.
Ci si fa largo nelle pagine dei Ragionamenti aprendosi un varco in un mondo fattosi fitto, animato all’inverosimile rispetto ai paesaggi incontaminati delle descrizioni di Amerigo Vespucci e Giovanni da Verrazzano. Ma anche Francesco ha marcato una pietra miliare, perché non solo è il primo mercante al mondo a compiere il giro del mondo, ma soprattutto perché è il primo a rivelare gli intrecci, su tutta la superficie del globo, di un’unica rete di scambi e mercati, un complesso di fondachi e scali marittimi, dai quali si diramano arterie battute quotidianamente che penetrano fin nei recessi del mondo. Ciò che Filippo Sassetti osservava da Goa, Francesco lo sperimenta sulla sua pelle da ogni punto cardinale, solcando il mare, fermandosi e ripartendo. Tutto torna, il pianeta si tiene, si fa un palcoscenico vastissimo ove gli uomini costruiscono le loro vite, indossando ciascuno la maschera che gli è stata data in sorte o che si sono caparbiamente conquistati. E ovunque gli uomini sono gli stessi, attratti dal denaro, vittime e artefici di sopraffazioni, afflitti dalle malattie, soggiogati dal destino di nascere ricchi o poveri, bianchi o neri, preti o laici.
Per questo, la prosopopea del titolo del libro di Francesco non inganni: il viaggio è ricerca di guadagno, ma a vedere come va il mondo, sempre più oppresso dalle ferree leggi di avidità che rendono uomini e donne merce in vendita spudorata e perfino oggetti d’arredamento, si entra in un mondo rovesciato, dove lo schiavo è prete, il prete vende schiavi, la donna mora è più sensuale della donna bianca. Mentre l’essenza del piacere del viaggio è ormai affidata solo al frutto della natura – la descrizione della banana è un piccolo capolavoro di precisione – uomini e animali si scambiano i ruoli e alla fine il viaggiatore, ormai più sbigottito che sorpreso dal mercato transoceanico, apprende una dose in più di umiltà. Così, dalle tappe di Francesco alle Canarie e a capo Verde, ecco alcuni squarci su vegetale, animale, umano, altrettante scene d’un gran teatro nero.
Godono ancora la frescura d’un’altra pianta, che fa le foglie molto verdi e grandi, a tale che vi può star sotto una persona al rezzo, e fa una certa sorte di frutte lunghe un palmo e altre meno, che si chiamano “badanas”, grosse come un cetriolo e da la buccia liscia, che si monda come quella nel fico nostrale, ma assai più grossa e soda, e quello che resta di dentro si mangia, ed è di sapore dolce e aspetta al dente quasi popone ben maturo, ma più asciutto e senza sugo; si mangiano ancora rostite e cotte sotto al brace, come le pere, e poi vi si versa sopra un poco di vino bianco, ed è cosa molto cordiale e dilettevole al gusto. Quando questa frutta è verde, si arrostisce, levandoli prima la buccia; e dove sarebbe impossibile mangiarli crudi per la loro asprezza, divengono, cotti, tanto buoni che servono in cambio di pane. Finalmente di questa frutta si fanno e possono fare diverse vivande, sì come fanno li castigliani nell’Indie occidentali, che la chiamano “plantanos”, e li portughesi nell’India orientale “figos”, dove ve ne sono d’infinite sorte e di quelli così piccoli che si mangiano in un boccone.
[…] Vi sono similmente numero infinito di quelle bertuccie, che noi chiamiamo gatti mammoni, che hanno le code lunghe, nominate in quel paese dalli portoghesi “bugios”, alle quali insegnano a ballare e a fare molti altri giuochi e buffonerie. Io ne ho viste di quelle imparare a stare sopra un canto della tavola, mentre si cenava, con una candela in mano, facendo lume a quelli che vi mangiavano, con un certo avvedimento straordinario di non gocciolare sopra la tovaglia e di non fare qualch’altro errore; e ben spesso, finendosi la candela e scottandole, l’andavano trapassando da una mano all’altra per non cuocersi, avanti che non se la lassassero cadere, il che no fanno mai se non forzate da non poterla più sopportare, e poi con un dimenare di bocca a battere i denti pare che voglino dire la causa perché l’abbino gettata via, nel che hanno avvertenza di fare in maniera che la non caschi sopra la tavola. Il simile fanno fare alli loro schiavi, li quali, tutti nudi, alle teste e a’ piedi delle loro mense stanno con le candele in mano, mentre i padroni mangiano e discorrono, servendo di candelieri, non meno pregiati che se fossero d’argento.
Ma tornando al proposito delli uomini maritati, cioè delli Portoghesi che abitano in queste isole, certa cosa è che loro fanno più conto d’una donna mora di quel paese che d’una bianca di Portugallo e pare, in un certo modo, che quel cielo inclini e voglia che s’appetischino più quelle naturali del paese che queste straniere, poiché si vede per esperienza certa che chi non le ha per moglie subito procura averne per concubina, con le quali poi vinti dall’affetione, alla fine si sposano e vivono con esse molto più contenti che se fossero della loro natione; ma gli è bene anche vero che vi si ritrovano di queste more, che di valore, giuditio e di fattezze e disposizione di corpo e ordine di membra, eccetto il colore sopravanzano di gran lunga le nostre donne d’Europa, e in questo confesso ingannarmi ancor io, perché alcune mi sono parse bellissime e quel colore nero non mi dava punto noia.
[…] Inoltre vi sono numero grande di schiavi mori tra’ quali ve ne sono ancora de’ liberi che fanno il mercante, e fra loro quelli che sono preti, sacerdoti ordinati ad amministrare tutti li Santissimi Sacramenti, li quali si mantengono quivi, sì come fa ancora il loro Vescovo, ch’è Portughese, in comprare e vende delli suddetti schiavi mori, che sono condotti quivi da mercanti Portoghesi; e da essi dalla terra ferma d’Affrica, capo Verde e da Los Rios che tanto vale come dire dalle fiumare che per quelle coste d’Affrica vi sono navicabili tutto l’anno, per via di commercio si cavano grandissime e innumerabili quantità di mori che poi contrattano con diverse sorte di mercantie, in particolare panni di bambagio, che nasce nelle dette isole.
[…] Promessi a Vostra Altezza Serenissima di raccontarli il modo di negotiare che tenemmo nell’isola di Capo verde, dove, sbarcati che fummo a terra, pigliammo una casa, e cominciammo a dar voce di voler comprare schiavi; onde quelli Portughesi, che li tengono alla campagna nelle loro ville, a branchi come il bestiame, ordinorno che fossero condotti alla città per farceli vedere. Vistone alcuni, e domandando de’ prezzi, trovammo che non ci riusciva l’incetta di tanto guadagno, quanto con la penna, stando in Spagna, avevamo calculato, e ciò avveniva perché ne chiedevano molto più del solito per causa della quantità delle nave che erano venute quivi, e tutte volevano caricare schiavi per le Indie, il che causò un’alteratione ne’ prezzi, che, dove si voleva vendere uno schiavo per cinquanta scudi, al più sessanta, fu forza comprarli per cento scudi l’uno, e beato a chi ne poteva avere per spedirsi, essendo un gran cimento il dir convien bere o affogare; al qual prezzo ne comprammo settantacinque, li dua tertii maschi e l’altro terzo femmine, mescolatamente vecchi e giovani, grandi e piccoli tutti insieme, secondo l’uso di quel paese, in un branco, come tra di noi si compra un armento di pecore, con tutte quelle avvertenze e circostanze di vedere se siano sani e ben disposti e senza difetto alcuno della persona loro. Poi, ciascun padrone li fa segnare o, per dire più propriamente, marcare della sua marca che si fa fare d’argento e poi, infocata al lume della candela di sego, con il quale si unge la scottatura e segno che si fa loro sopra il petto, overo sopra un braccio, o dietro le spalle per riconoscerli. Cosa veramente, ch’a ricordarmi di averla fatta per commandamento di chi poteva in me, mi causa una certa tristezza e confusione di coscienza, perché veritieramente, Serenissimo Signore, questo mi parve sempre un traffico inumano e indegno della professione e pietà cristiana. Non è dubbio alcuno, che si viene a fare incetta d’uomini o, per dire più propriamente, di carne e sangue umano, e tanto più vergogna, essendo battezzati, che, se bene sono differenti nel colore e nella fortuna del mondo, nulladimeno hanno quella medesima anima formatali dall’istesso Fattore che formò le nostre. Io me ne scuso appresso a Sua Divina Maestà, nonostante che io sappia molto bene che, sapendo quella mia intenzione e volontà esser stata sempre repugnante a questo negotio, non occorra. Ma sappialo ognuno e siane Vostra Altezza Serenissima certificata, che a me questo negotio non piacque mai; pure, come si sia, noi lo facemmo e forse ancora per questo, insieme facemmo la penitenza.

Attenzione! appare una parola nuova nelle memorie dei viaggiatori: «penitenza». L’epopea dell’esplorazione è finita, il gran bazar dell’Impero ha messo radici e Francesco è sballottato in un peregrinare dove la scoperta non la si fa senza un minimo di coscienza spirituale. Ormai a viaggiare si vende l’anima, e Francesco dichiara a voce alta quel disagio che Giovanni da Empoli ha spesso lasciato trapelare nelle sue pagine, senza però mai trovare il coraggio di ammettere la sua colpa.
Invece Francesco la penitenza la sconta puntuale: è la perdita d’ogni fortuna raccolta in quindici anni di commercio in giro per il mondo. La rapina dei corsari Francesco la sente come il pareggiare i conti con le proprie violenze. Non la fa troppo lunga, abbozza, incassa e coglie la relazione fra il maltolto inflitto agli altri e il maltolto subito. Il giro della Terra gli ha infuso un po’ di distacco, una certa dose di relativismo: ha già visto abbastanza della sorte dell’uomo, e sa che si parte. Questo perché, nel suo viaggio per i mercati, l’occhio di Francesco beneficia di una considerevole libertà, sollecitato costantemente da gesti, frasi, odori, colori che vengono da lontano, da scambi e gesti consumati, e che lì convergono come disponendosi all’interno di un tempio nel quale si celebra l’antico rituale della compravendita. Questo ritmo è il basso continuo che accompagna tutto il viaggio, fino al compimento del giro del mondo. La circumnavigazione di Francesco è la cifra di un mondo sempre più globalizzato e il suo tempo grosso modo coincide con quello delle scoperte del concittadino che da Arcetri studia la sfericità della terra non più centrale, ma periferica nel sistema solare. Tanti a guardare in alto quanto a percorrerlo orizzontalmente, il mondo si compatta, si fa più casalingo, afferrabile.
È un momento solenne: con Francesco il mondo è finalmente un’unica città rotonda, alla quale si accede da mille porte sul mare, ognuna con la sua lingua e le sue leggi. Alle porte, una volta varcate, corrispondono altrettanti mercati, la costellazione del pianeta: ognuno col suo frenetico viavai, la sua moneta, il pigia-pigia fra i fondachi, il guadagno di tutti. Francesco scorge il filo comune, se non il moto perpetuo del traffico di merci, l’ansia del comprare e del vendere che dall’alba fino a sera inoltrata pervade tutte le strade del mondo, strade strette, torte, sudice, maestose nell’essere depositarie di millenarie carovane di scambi e saperi.
Viaggiando, Francesco descrive la quantità delle cose che s’intreccia con la quantità degli uomini (uomini, quasi sempre solo uomini: il mercanteggiare è ancora affare con mai una donna, che in questo vagito del “globe trotter” è ancorata alla casa, tiene ferma la radice), e mai un solo giorno si sente sperso nella “massa”. Non lo è perché Francesco è il mercante laico, che si definisce come mercante e non colonizzatore, cristiano contrapposto a maomettano, conquistatore. È uno spirito aperto, un tardo rinascimentale che abbraccia il mondo e lo vede e lo descrive per quel che è, non per come lo desidera.

Ma il Rinascimento è finito da un pezzo, i tempi sono altri rispetto alle esplorazioni in mare aperto di Amerigo & C. A volte, al cospetto dei branchi di schiavi, lo spirito che anima Francesco si sente fuori posto, e non sempre incontra un mondo accogliente: sono nati monopoli, sventolano le bandiere delle possessioni nazionali, perfino i pirati si sono convertiti in corsari prestandosi a strumenti governativi.
Sta tramontando l’avventura individuale, il gesto eroico del navigatore solitario, il commerciante che fa la sua fortuna partendo e vivendo giorno per giorno. Francesco – se ne rende conto al cospetto della facilità con la quale gli olandesi, non i mori maomettani, gli rapinano i suoi averi – è ormai un epigono, quasi uno stravagante, come lo descrive uno dei portoghesi che si trova sul vascello assaltato, mentre i corsari, sottraendogli ogni proprietà, lo mettono in riga coi tempi. Di insidie ve ne sono sempre state, sono il sale del viaggio; ma se la labilità cui andavano incontro i primi navigatori era dovuta alle incertezze delle rotte e all’imprevedibilità degli indigeni, ora la minaccia non è la natura esotica o la gente di colore, ma «homo homini lupus», dove entrambi gli uomini sono europei.
Per salvare la mercanzia Francesco s’arrampica sugli specchi e invoca la protezione del Granduca; ma ormai siamo nel Seicento, la stella di Firenze sta cadendo, e ciò che gli è stato sottratto in mezzo all’Atlantico non gli sarà restituito in Olanda. Tanto che, alla fine, a Francesco potrebbero fare il discorso dell’ostessa all’agrimensore: lei non è del Castello, lei non è del paese, lei non è nulla. Lei dopotutto non è che è un viaggiatore solitario, uno che è di troppo, e sempre tra i piedi.

(tratto da Niccolò Rinaldi, Oceano Arno. I navigatori fiorentini, FirenzeLibri, 2012)