[PRT_0008] Giuliano de’ Medici

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MEDICI, Giuliano de’. – Nacque il 25 ott. 1453 a Firenze nella casa vecchia dei Medici in via Larga, ultimogenito di Piero di Cosimo e di Lucrezia Tornabuoni. Come il fratello Lorenzo, per l’istruzione nelle lettere fu affidato all’umanista Gentile Becchi, ma con modesto profitto. Nel 1473, quando si prospettò per lui una carriera ecclesiastica, si dovette impartirgli in tutta fretta altre lezioni di latino. Pare che allo studio dei testi antichi il M. abbia preferito di gran lunga la vita libera e spensierata in campagna, in particolare nella villa di Cafaggiolo, dove passò lunghi soggiorni estivi, divertendosi con la caccia, la pesca e lunghe cavalcate.

Il M. aveva appena compiuto sedici anni quando il 2 dic. 1469 suo padre morì, lasciando in grave crisi lo «stato» dei Medici. Un’assemblea di settecento cittadini, seguaci dei Medici, riunitasi immediatamente dopo la morte di Piero, decise infatti di riconoscere Lorenzo e il M. come eredi politici del padre. Fu il ventenne Lorenzo a prendere in mano la situazione. Il 4 dicembre i due fratelli informarono il duca di Milano, Galeazzo Maria Sforza, della morte del padre, pregandolo di accordare anche a loro la protezione di cui avevano goduto il padre e il nonno. Non invano. Il duca aveva già scritto alla Signoria di Firenze per raccomandare vivamente i due fratelli.

Nei primi anni dopo la morte del padre, quando si trattò di consolidare il regime mediceo a Firenze, il M. svolse però soltanto una parte secondaria. Il protagonista sulla scena politica fu sempre il fratello, dal M. ammirato, ma anche invidiato. Come Lorenzo, che Piero aveva mandato nelle città e corti più importanti dell’Italia, anche il M. desiderava ardentemente viaggiare, per conoscere il mondo e presentarsi in giro. Il suo primo viaggio importante lo aveva fatto già nella primavera del 1469, quando si era recato a Roma come rappresentante del fratello per condurre a Firenze Clarice Orsini, la sposa di Lorenzo. All’inizio del 1471 si discusse di un suo viaggio a Napoli, per presentarsi alla corte aragonese, che non ebbe luogo. Quando a marzo Galeazzo Maria Sforza venne a Firenze e lo invitò a Milano, il M. accettò subito. Tra il maggio e il giugno passò così due mesi nella città lombarda, dove alloggiò nella lussuosa sede del banco mediceo e, bene accolto a corte, fu onorato con feste e tornei. L’anno seguente, nel marzo, progettò un nuovo viaggio, questa volta a Venezia, che fu motivo di gravi contrasti con il fratello. Lorenzo cercò di trattenerlo in considerazione della situazione politica creatasi in conseguenza della rivolta di Volterra, che rendeva inopportuno e pericoloso il viaggio. Il M. rimproverò aspramente il fratello di tenerlo da parte e di non farlo mai partecipare alle decisioni, e, dopo due settimane, partì lo stesso, accompagnato da Gentile Becchi. A Venezia fu ricevuto da alcune famiglie patrizie e persino dal doge. Dopo un piacevole soggiorno, protrattosi per alcune settimane, visitò Padova, Vicenza e Verona e infine la corte di Mantova. I timori di Lorenzo si mostrarono fondati durante il viaggio di ritorno, quando il M. sfuggì a malapena a un attentato in territorio ferrarese, organizzato contro di lui da un vecchio nemico fiorentino dei Medici, costretto all’esilio.

In verità le recriminazioni del M. nei confronti del fratello non erano del tutto infondate: Lorenzo infatti non si faceva scrupolo di usarlo per fini politici, senza alcun riguardo per i suoi desideri. Questo diventò evidente quando nell’autunno del 1472 Lorenzo propose a Sisto IV di nominare il M. cardinale, per soddisfare il vecchio desiderio dei Fiorentini di avere un cardinale proprio e per rafforzare contemporaneamente la posizione dei Medici sia in Curia sia a Firenze. Ma egli si oppose ostinatamente: aspirava a ben altra vita e desiderava soprattutto concludere un matrimonio importante con qualche nobile fanciulla. Per sua fortuna il progetto di Lorenzo fallì a causa dei contrasti politici sorti con il pontefice. Il M. poté tirare un sospiro di sollievo e rivolgere la sua attenzione a faccende più consone al suo gusto.

Il suo nome si collega infatti a un avvenimento mondano di grande richiamo, la giostra disputata a Firenze sulla piazza di S. Croce il 29 genn. 1475 per festeggiare l’alleanza con Venezia e Milano, conclusa nel novembre precedente. Il M. fu tra i partecipanti e si propose di mettersi al centro dell’attenzione come valido rappresentante dei Medici accanto al fratello. Si preparò con grande zelo, chiedendo cavalli, giostratori e trombetti per tutta l’Italia; il cavallo sul quale alla fine giostrò gli fu mandato dalla corte di Napoli. Nella parata che precedette il combattimento fece mostra di un tale lusso che un osservatore stimò che egli e il suo numeroso seguito, tra cui anche il fratello e il nipote Piero, di appena tre anni, avessero addosso «d’adornamenti di perle e gioie il valsente di più di 60000 fiorini» (Le tems revient, p. 189); qualcun altro parlò addirittura di 100.000. Il M. combatté, com’era uso secondo la finzione cortese, in onore della dama amata. La prescelta era Simonetta Cattaneo, moglie di Marco Vespucci e ammirata in tutta la città per la sua bellezza. Il M. si batté onorevolmente e, com’era atteso, vinse il primo premio.

La giostra del M. e il suo amore per la bella Simonetta ebbero una notevole ricaduta culturale, poiché vi si collegano varie opere d’arte e di poesia. Già tutto il suo equipaggiamento denotava un gusto raffinato, con i broccati e i velluti delle vesti impreziosite da ricami di perle e pietre preziose. Lo stendardo, che lo precedeva, mostrava, insieme con il motto francese «La sans par», una donna armata di lancia con in mano uno scudo con la Medusa e in testa un elmo, la quale poggiava i piedi su rami d’ulivo ardenti, allusione all’amore del M. e nello stesso tempo alla sua impresa personale, un broncone d’ulivo. Accanto alla donna, un Cupido con le armi rotte era incatenato a un ceppo, sempre d’ulivo. La donna in armi rappresentava la castità dell’amata, come F. Petrarca l’aveva descritta nei Trionfi, e indicava la combattiva virtù della dama che rifiutava di concedersi all’amore. Mentre l’ideazione della composizione va attribuita con tutta probabilità a Poliziano (Angelo Ambrogini), allora ospitato in casa Medici, è probabile che lo stendardo fosse stato dipinto da Botticelli (Alessandro Filipepi). Non è conservato, ma il fatto che una grande tela dello stesso maestro con una simile donna armata fosse registrata nel 1492 nel palazzo Medici, avvalora il suo intervento. Forse fu commissionata per conservare il ricordo di questo giorno di gloria del M., così come Giovanni di ser Giovanni, detto lo Scheggia, aveva rappresentato il torneo vinto nel 1469 da Lorenzo su un lungo pannello inserito nel rivestimento ligneo della sua stanza. È sicuro invece che Andrea di Michele (Andrea del Verrocchio) dipinse un altro stendardo per la giostra del M., del quale, probabilmente in questo contesto, creò anche un busto di terracotta. Il M. vi è rappresentato vestito di una corazza all’antica. Il mento deciso e il naso aquilino gli conferiscono un’aria spavalda che ben si accorda con la sua discesa in campo.

La stessa giostra ispirò al Poliziano le sue famose Stanze. Era abitudine che le giostre fossero celebrate da componimenti poetici. Luigi Pulci aveva cantato quella di Lorenzo, descrivendo nei suoi versi lo svolgimento della giostra in modo piuttosto realistico. Poliziano imbastì invece un racconto allegorico, presentando il ruvido «Iulio» rifugiatosi nei boschi, convertito all’amore dalla visione della bella ninfa Simonetta, per la quale combatte nella giostra assistito dalla dea Gloria. Il M. non poté leggere il poema, che rimase incompiuto in seguito alla sua tragica morte. La giostra produsse anche altri versi, tra cui un carme latino dell’umanista Giovanni Aurelio Augurelli e un’elegia di Naldo Naldi.

Pare che il M. si fosse invaghito di Simonetta più di quanto le regole del gioco amoroso prevedessero. Frequentò assiduamente la sua casa e quando, un anno dopo, Simonetta morì, il M. si fece dare dal marito i suoi vestiti e il suo ritratto. La sua morte produsse, come già la giostra di cui ella era stata la regina, un fiume di componimenti poetici dalla penna dei letterati fiorentini, tra cui Poliziano e il fratello Lorenzo. Forse anche lo stesso M. scrisse qualche verso.

L’amore per Simonetta Cattaneo non impedì al M. di proseguire nella ricerca di un matrimonio onorevole. Già durante il viaggio a Venezia si parlò di un suo matrimonio con una fanciulla veneziana, pare della famiglia Correr. In quel momento non se ne fece nulla, ma il progetto fu ripreso nel 1474, quando fu conclusa l’alleanza con Venezia, e risuscitato ancora nel 1477, senza mai approdare a qualcosa di concreto. La visita del M. alla corte mantovana aveva ugualmente fatto sorgere voci circa un matrimonio con una delle tante figlie del marchese. Nel 1475 Lorenzo lo voleva sposare a una ragazza del ramo milanese dei Borromei, mercanti fiorentini, ma egli si oppose. La figlia di un mercante, anche se ricchissimo, non gli dovette sembrare all’altezza delle sue aspirazioni. Nel 1476 fu proposto al M. un matrimonio con una nipote di Girolamo Riario, potente nipote del papa Sisto IV, ma neanche questo si realizzò. Finalmente fu concluso nel 1477 un accordo per il matrimonio con Semiramide, sorella del signore di Piombino, Iacopo (IV) Appiani: faceva seguito al contratto d’affitto delle miniere di ferro dell’Elba, proprietà di questo signore, da parte dei due fratelli Medici.

Come nel caso delle miniere dell’Elba, il M. era associato al fratello anche in altri affari. La depositeria pontificia, concessa da Sisto IV nel 1471, come pure altre ragioni commerciali, erano intestate ad ambedue i fratelli. Come Lorenzo, il M. era stato ascritto dal padre all’arte di calimala, la corporazione dei mercanti, già il 15 genn. 1459, e il 30 dic. 1465 all’arte del cambio, quella dei banchieri. Non pare però che abbia mai ricevuto un’istruzione appropriata in questo campo, né che si sia interessato agli affari. Forse i viaggi a Milano e a Venezia, dove operavano due importanti filiali del banco Medici, gli offrirono l’occasione di farsi qualche idea della loro attività.

Tuttavia, con il tempo e con il progredire dell’età il M. conquistò una posizione più onorevole e attiva accanto al fratello. Quando Lorenzo era assente da Firenze, lo sostituì spesso nel disbrigo di questioni politiche e diplomatiche. Lorenzo stesso era ben conscio che l’esistenza di un fratello era una riserva e una garanzia per lo «stato» dei Medici. Quando si trattò per il suo cardinalato, il cardinale Iacopo Ammannati Piccolomini, vecchio cliente dei Medici, gli fece tra l’altro presente che, nel caso egli fosse stato ucciso, il fratello avrebbe potuto prendere il suo posto e conservare in questo modo lo «stato» dei Medici. E se in quel momento il M. si fosse trovato a Roma, sarebbe stato più difficile eliminare i due fratelli contemporaneamente. Da quando aveva assunto la guida del partito mediceo, Lorenzo corse pericolo di vita più di una volta; contro di lui furono ordite varie congiure scoperte in tempo. La situazione divenne particolarmente pericolosa quando la famiglia Pazzi, concorrente dei Medici negli affari e avversaria del loro regime, si mise d’accordo con l’ambizioso nipote di Sisto IV, Girolamo Riario, signore di Forlì, che mirava ad allargare il suo dominio nell’Italia centrale e temeva, a ragione, la resistenza di Lorenzo e dei Fiorentini. Questa volta il complotto riuscì e costò la vita non a Lorenzo, ma al Medici.

I congiurati – oltre ai Pazzi anche esponenti di altre famiglie fiorentine contrari al regime dei Medici, in particolare i Salviati con l’arcivescovo di Pisa, Francesco Salviati – entrarono in azione nell’aprile del 1478 in occasione della visita a Firenze del giovanissimo nipote di Girolamo Riario, il cardinale Raffaele Sansoni Riario, forti del consenso del papa e del re di Napoli, Ferdinando I d’Aragona. Nella convinzione che Lorenzo e il M. avessero reso i dovuti onori al cardinale, chiesero di riceverlo nella loro villa di Fiesole, ritenuto il luogo più adatto per uccidere entrambi i fratelli. Il piano fallì perché il M. non si presentò all’incontro con la scusa di un’indisposizione. Perciò decisero di approfittare della messa solenne nel duomo, alla quale il cardinale avrebbe dovuto presenziare e Lorenzo e il M. avrebbero assistito di sicuro. La cerimonia si svolse la mattina del 26 apr. 1478, una domenica. Il duomo era gremito e tra la folla si trovarono anche i due fratelli Medici, ognuno circondato dai propri amici. Il segnale convenuto per attuare il piano era la comunione del prete officiante. In quel momento gli assassini, mescolati tra la folla, aggredirono Lorenzo e il M. che si trovavano tra loro lontani. Lorenzo, ferito, riuscì a fuggire nella sagrestia, mentre il M. morì sotto i colpi furiosi (se ne contarono diciannove) infertigli da Franceschino Pazzi e da Bernardo Bandini Baroncelli.

I funerali si svolsero il 30 aprile nella chiesa di S. Lorenzo. Vi partecipò tutta la gioventù fiorentina, che per lui si vestì a lutto. Poliziano, testimone oculare dei fatti, che raccontò nel Coniurationis commentarium, in conclusione schizza un breve profilo del M. (pp. 62-65), in cui lo descrive come una persona di statura alta e di corporatura robusta, con occhi e capelli neri e pelle olivastra, che sapeva benissimo cavalcare, lanciare, saltare e lottare. Avrebbe amato moltissimo la pittura, la musica e tutte le cose belle, e nella poesia preferito le poesie d’amore. Egli stesso avrebbe scritto alcune poesie (effettivamente gliene sono attribuite in qualche manoscritto alcune amorose, peraltro assai mediocri). Le sue qualità fisiche e morali, conclude Poliziano, gli avevano procurato l’amore del popolo e dei suoi familiari. Anche secondo Guicciardini (p. 120), il M. «era bene voluto dal popolo» che lo avrebbe seguito nel caso fosse stato ammazzato il fratello. Lo stesso Lorenzo ammise, alcuni anni dopo la sua morte: «era di qualità di potere supplire in mia assenza» (VIII).

In ricordo della congiura Lorenzo commissionò allo scultore Bertoldo di Giovanni una medaglia, che mostra il profilo del M. e, sotto, la scena del suo assassinio. L’iscrizione recita «Iulianus Medices luctus publicus»: la sua morte non era fatto privato, ma affare di Stato. Carattere commemorativo ha probabilmente anche un ritratto del M. a opera di Botticelli, di cui si sono conservate tre versioni. Gli occhi semichiusi e la durezza dei tratti lasciano pensare che sia stato dipinto dopo la sua morte, tenendo presente una maschera mortuaria (Berlino, Staatliche Museen, Gemäldegalerie).

Il 26 maggio 1478, esattamente un mese dopo l’assassinio del M., nacque il suo figlio naturale che il giorno seguente fu battezzato con il nome di Giulio. Non si è potuto stabilire chi fosse la madre, da cercare forse tra il personale domestico. Fu accolto subito in famiglia ed educato insieme con i figli di Lorenzo. Nel 1523 Giulio sarà eletto papa con il nome di Clemente VII. A lui Machiavelli dedicò le sue Istorie fiorentine, ricordando nella dedica il M. con le seguenti parole: «della memoria del padre di V. S. io non ne ho parlato molto; di che ne fu cagione la sua breve vita, nella quale egli non si potette fare cognoscere né io con lo scrivere l’ho potuto illustrare. Nondimeno assai grandi e magnifiche furono l’opere sue, avendo generato la S. V.».


Fonte: Treccani | www.treccani.it