Amerigo Vespucci

Ad Amerigo tocca dare il “la” alla generazione che tra Quattro e Cinquecento fa dei fiorentini, gente dell’entroterra, dei grandi navigatori.
Grandi non solo perché capiscono di venti e di astrolabi, ma anche perché sanno scrivere e raccontare meglio di altri quanto vedono, e perché dotati di una preparazione culturale che aiuta anche nelle occasioni più impensate. Per Amerigo sembra quasi che tutto accada per caso – per chi crede al caso – a cominciare dalla nascita nel 1454 in una casa emblematicamente a due passi dall’acqua, in Borgognissanti. C’è una lunetta, nella chiesa d’Ognissanti, affrescata da mano anonima (generalmente attribuita al Ghirlandaio), con il dipinto della famiglia Vespucci nei panni di alcuni fedeli intorno al soggetto sacro. Amerigo non figura nella foto di gruppo perché all’epoca solo il primogenito ha il diritto di esser dipinto nei ritratti di famiglia. Però due angioletti completano il gruppo e si crede che uno dei due sia il ritratto di Amerigo: aveva già le ali per volar via.
Da tempo i Vespucci guardano oltre il fiume di casa: di tradizione mercantile, i fratelli di Amerigo sono spediti a curare gli interessi di famiglia lontano da casa, uno in Ungheria, l’altro a Rodi.
Ad Amerigo tocca la Spagna. Non crediamo rimpianga il destino del fratello primogenito, Antonio, l’unico al quale è stato permesso di trattenersi a Firenze, notaio del Palazzo del Podestà, indizio che i Vespucci hanno mentalità cosmopolita ma sanno anche tenere salde le redini cittadine.
Se degli studi di Amerigo si sa poco, si conosce un dettaglio rivelatore: ha non più di 24 anni quando acquista una carta nautica di Gabriel de Vallseca, eseguita a Maiorca, sul cui dorso è scritto «Questa ampla pelle de geografia fu pagata da Amerigo Vespucci 130 ducati de oro de marco» … che smania di partire!
La Storia – non quella con la “s” piccola, che interessa la vicenda del singolo individuo, ma quella che con colpi di timone anche improvvisi imprime le svolte all’umanità – architetta i suoi incastri.
Quando si dice il destino: su richiesta dei Medici, babbo Vespucci spedisce il giovane rampollo di casa a Siviglia, presso la filiale di Lorenzo di Pierfrancesco, cugino del più noto Lorenzo.
Con i Medici Amerigo s’è fatto le ossa di uomo di fiducia, sin da quando, poco più che ventenne, al seguito dello zio Guidantonio, ambasciatore del Magnifico, giunge alla corte parigina di Luigi XI.
Ma alla Spagna, alla svolta nel suo percorso, Amerigo approda tardi, ormai quarantenne, quasi abbia voluto aspettare un anno singolarissimo, l’anno madre di tante sterzate, i1 1492, con ancora una volta la sua cabala. Dunque la sua avventura comincia l’anno nel quale Colombo sbarca in quel nuovo mondo ancora senza nome, la Spagna si sbarazza – si priva, s’impoverisce – di ebrei e arabi cacciando gli uni e sconfiggendo gli altri, e a Firenze muore Lorenzo il Magnifico, sotterrando con lui un’idea alta dell’Italia e del rapporto fra potere e cultura, tanto che la città si avvia nella lenta ed inesorabile curva della decadenza.
Sarà stato per una sorta di congiuntura astrale, ma da questo trasferimento in Spagna, nel 1492, gli eventi si dispongono per Amerigo quasi in modo indipendente dalla sua volontà.
A Siviglia, dove Amerigo fa da rincalzo a Giannotto Berardi, conosce un ammiraglio genovese – nome e cognome: Cristoforo Colombo – che forse lo ispira a passi più impegnativi.
Nel frattempo, è il 1495, anche il Berardi stipula un contratto con la Corona spagnola per l’invio di navi oltremare, ma alla sua improvvisa morte tocca proprio ad Amerigo, nominato esecutore testamentario, l’inaspettata incombenza d’approntare una spedizione verso le Indie … seguendo la nuova rotta.
Così nel 1496 Amerigo si ritrova alla testa della prima spedizione con quattro caravelle.
Il comandante già quarantenne e con poca esperienza diretta di mare, fallisce subito e in modo catastrofico: poco dopo la partenza, la tempesta si abbatte sui segnati dal destino o sui pivelli alle prime armi e fa piazza pulita della flotta.
Amerigo si salva, ma accusa il colpo: rovinato, per due anni non si sa più nulla di lui.
Come si dice: peggio di così!
Ma è una pellaccia dura, e poi, appunto, essendo questione di destino, nel 1499 allestisce una nuova spedizione, ricorrendo ancora al concorso di capitali fiorentini, e, tenendo la rotta più a sud rispetto a quella di Colombo, giunge alle coste del Brasile e del Venezuela, così battezzato – “piccola Venezia” – per via delle case sull’acqua, le palafitte.
È terra inaudita, dove la curiosità di Amerigo Vespucci trova finalmente pane per i suoi denti. Cose mai viste: alberi granitici che sorgono dal mare (le mangrovie), uccelli che paiono dipinti tanto le loro piume sono multicolori (i pappagalli), fuochi accesi e spenti a distanza per inviare messaggi (i segnali di fumo), e ancora mille altri enigmi, a cominciare da una miriade di lingue sconosciute e dall’acqua di mare dolce e potabile (nei tratti di oceano prossimi alle immense foci dell’Orinoco).
Amerigo s’imbatte in regioni che producono ogni tipo di caldo (secco, umido, piovoso, da sole cocente) e scopre il mondo nel quale l’estate è la stagione di fondo, l’ingrediente di base che serve per produrre le altre, gli accenni di altre stagioni.
Altro che scoperta dell’America!
Amerigo divaga perfino di aver raggiunto il Paradiso terrestre, quelle lande proprie del mito che hanno attraversato l’intero Medioevo. Ma più che “paradiso” è terra zeppa di meraviglie, stupefacenti come gli uccelli esotici, inquietanti come i giganti e soprattutto incredibili come i cannibali.
Siamo ancora al primo gran ballo delle esplorazioni, e la tappezzeria è una serie infinita di avventure e di incontri, quasi che ai tropici e all’Equatore ogni metro contenga una sorpresa, e poi un’altra.
Ci sono violenze e saccheggi, il confronto militare è a tutto vantaggio degli europei, bene armati e motivati, ma è ancora una sopraffazione in buona parte dovuta alla vertigine di trovarsi altrove, nello sconosciuto, in un territorio magnifico e ricco di trappole.
Amerigo e i suoi compagni di ventura non hanno ancora in mente di colonizzare e dominare sistematicamente, anzi se ne stanno spesso e volentieri sulla nave, prudenti; poi, quando sbarcano, fendono colpi a destra e a manca, come per aprirsi un varco.
La spada, a suo modo, è come la curiosità, continuamente sollecitata, e la bisaccia dell’esploratore contiene amore e violenza, e si attinge all’uno o all’altra, come detta la passione, che abbonda, giacché, per Amerigo come per gli altri, viaggiare è un’esperienza passionale.
È il ritmo del viaggiatore e finalmente, lontano da cenacoli e studi, sotto la luce dei tropici, il Rinascimento incontra il Nuovo Mondo.
… Magnifico Signor mio [Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici], etc. Gran tempo fa che non ho scritto a Vostra Magnificenza, e non lo ha causato altra cosa, né nessuna, salvo non mi essere ocorso cosa degna di memoria. E la presente sarà per darvi nuova come circa d’uno mese fa che venni delle parti della India per la via del Mare Oceano con la grazia di Dio a salvamento a questa città di Sibilia [Siviglia], e perché credo che Vostra Magnificenza arà piacere di intendere tutto el successo del viaggio e delle cose che più maravigliose mi sono offerte; e se io sono alcuno tanto prolisso, pongasi a leggerla quando più d’ispazio estarà, o come frutta dipoi levata la mensa.
Vostra magnificenza saprà come per commission della Altezza di questi Re di Spagna mi parti’ con 2 caravelle a’ 18 di maggio del 1499 per andar a discobrir a la parte dell’osidente per la via de la Mar Ozeana; e presi mio camino a lungo della costa d’Africa, tanto che navigai alle isole Fortunate, che oggi si chiamano le isole di Canaria. E dipoi d’avermi provisto di tutte le cose necessarie, fatta nostra orazione e preghiere, facemmo vela d’una isola che si chiama la Gomera, e mettemmo la prua per el libeccio, e navigammo 24 dì con fresco vento sanza vedere terra nessuna; e al capo di 24 dì avemmo vista di terra e ci trovammo avere navigato al pè di 1300 leghe iscosto dalla città di Calis [Cadice] per la via di libeccio. E visto la terra, demmo grazie a Dio e buttammo fuora le barche, e con 16 uomini fummo a terra e la trovammo tanto piena d’alberi che era cosa molto maravigliosa non solamente la grandezza d’essi, ma della verdura, ché mai perdono foglie; e dello odor suave che d’essi salia, ché son tutti aromatici, davono tanto conforto allo odorato che gran ricreazione pigliavamo d’esso. E andando con le barche a lungo della terra per vedere se trovassimo disposizione per saltare in terra, e come era terra bassa, travagliammo tutto il dì fino alla notte, e mai trovammo camino né disposizion per entrar dentro in terra, ché non solo ce lo difendeva la terra bassa, ma la spessitudine delli àrbori. E una cosa maravigliosa vedemmo in questo mare: che fu che prima che allegassimo a terra, trovammo l’acqua dolce come di fiume; e beavamo d’essa, e empiemmo tutte le botte vote che tenavamo.

Oltre il mare, più alto dell’orizzonte, si stende il cielo dell’Equatore e dell’emisfero meridionale.
Altre meraviglie sono da scrutare nelle notti stellate, osservate con avidità dagli occhi dei navigatori, aggrappati alle disposizioni astrali come a rare boe di riferimento nel mare incognito, nel “coelo incognito”.
Più sottile di un marinaio, più colto di un mercante, osservando il cielo, Amerigo sfodera la sua formazione umanistica, abbracciando i tropici con quella solida ambizione di connettere il mondo fisico con la meditazione intellettuale, in un sapere che deriva da un’unica fonte. In parole povere: guardare le stelle e ricordare la Divina commedia di Dante, aggrapparsi a due terzine del Poeta nelle quali (Purgatorio I, 22-27), due secoli prima delle navigazioni oltreoceaniche, è descritta la costellazione della Croce del Sud, l’alter ego della stella polare nell’emisfero meridionale, che poi un altro viaggiatore fiorentino, Andrea Corsali, osserverà e descriverà in dettaglio, fissandola nelle carte astronomiche.
Ma cosa ne abbia saputo Dante è un vero e proprio enigma: è uno dei tanti segni arcani del sapere della Commedia.
Dante è appartenuto a un mondo che sotto il Tropico del Cancro non ha mai messo il naso, ma ha avuto le sue fonti arabe, e da queste – crediamo – avrà saputo dell’esistenza della costellazione meridionale; comunque, non avrà mai immaginato che proprio un suo concittadino, lette le “terzine astronomiche”, nel futuro possa averla riconosciuta, trovandovi un appiglio per la sua perigliosa navigazione, mentre si trova in mari sconosciuti, anni luce dall’Arno.
Così in questo episodio due mondi, due uomini, due epoche, s’incontrano e si passano il testimone.

E tanto navigammo per la torrida zona alla parte d’austro che ci trovammo istar di basso della linea equinoziale e tener l’un polo e l’altro al fin del nostro orizzonte; e la passammo di 6 gradi, e del tutto perdemmo la Stella Tramontana, ché apena ci si mostravano le stelle della Orsa Minore, o, per me’ dire, le Guardie che volgono intorno al firmamento. Io, come desideroso d’essere l’autore che segnassi a la stella del firmamento dello altro polo, perde’ molte volte il sonno di notte in contemplare il movimento delle stelle dello altro polo, per segnar qual d’esse tenessi minor movimento e che fussi più presso al firmamento; e non potetti, con quante male notti ebbi, e con quanti strumenti usai – che fu il quadrante e l’astrolabio -, segnar istella che tenessi men che 10 gradi di movimento a l’intorno del firmamento; di modo che non restai satisfatto in me medesimo di nominar nessuna essere il polo del meridione a causa del gran circulo che facevono intorno al firmamento. E mentre che in questo andavo, mi ricordai d’un detto del nostro poeta Dante, del qual fa menzione nel primo capitolo del Purgatorio, quando finge di salir di questo emisperio e trovarsi nello altro, che, volendo descrivere el polo antartico, dice:

Io mi volsi a man destra, e posi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.
Goder pareva il ciel di lor fiammelle;
o Settentrional vedovo sito,
poi che privato sei di mirar quelle!

Che, secondo me mi pare che il poeta in questi versi voglia descriver per le “quattro stelle” el polo dello altro firmamento, e non mi diffido fino a qui che quello che dice non salga verità: perché io notai 4 stelle figurate come una mandorla, che tenevano poco movimento.

Allenato a studiare il cielo e a collegare osservazioni, letture, ricordi di giovinezza, Amerigo pare il profilo perfetto per terminare la carriera di viaggiatore a Siviglia col titolo di Piloto Mayor, non un titolo onorifico, ma l’incarico, mica da poco, di provvedere al costante aggiornamento degli ausili ai viaggi del tempo, che diffondendosi si stanno facendo sempre più esigenti: sovrintendente alle carte nautiche e agli strumenti di navigazione.
Non ne ricava grandi ricchezze o vantaggi economici, come attesta pure il carteggio fra Cristoforo Colombo e il figlio Diego, e, col giusto di uno stipendio e d’una posizione rispettabili, se la passa benino.
Ma c’è chi ha scritto che Amerigo abbia anche venduto fumo, accreditandosi viaggi che non avrebbe mai compiuto, e probabilmente per il Piloto Mayor non era difficile manipolare itinerari, informazioni e mappe cui aveva accesso.
Così quel giovane nato sull’Arno, che ha sacrificato i suoi risparmi per comprare la mappa di Gabriel de Vallseca, tornato dal viaggio, nel 1501 cambia cappello per servire anche l’altro grande committente di navigazioni ultra-oceaniche, il re del Portogallo.
Di nuovo in Sud America, si spinge fino alla Patagonia e ripercorre il Brasile, ritrovando il mondo meraviglioso dell’altro viaggio.
Due navigazioni nel giro di pochi anni. Quanto basta per la gratifica di una fama immortale, con il nuovo continente, al quale ci si continua a riferire come “Indie”, finalmente battezzato.
È una cerimonia alla quale Amerigo non prende parte più di tanto: si limita a diffondere le sue carte. È un cartografo tedesco, Martin Waldseemüller, incaricato di redigere una dissertazione sulle nuove scoperte geografiche accompagnata da una carta del mondo, a farsi carico della decisione – la cui difficoltà è nota a ogni genitore – di scegliere il nome.
Il libro e la mappa, dedicati all’Imperatore Massimiliano, sono presentati il 25 aprile 1507: è il giorno del battesimo, nasce un nome destinato ad avere fortuna, che ancora oggi incute rispetto e sollecita sogni, un grande nome, America.
Per la “quarta parte del mondo” Waldseemüller si spiega così:

Poiché l’Europa e l’Asia hanno ricevuto nomi femminili, non vedo alcuna ragione per non chiamare quest’altra parte “Amerige”, ovverro la terra di Amerigo, o “America”, in onore del sagace scopritore Amerigo.
Quanto l’hanno bastonato il povero Amerigo, per questa fama immortale, per l’onore sommo scippato a Colombo e ad altri navigatori!
Ma mica tanto eccessivo è il riconoscimento: dopo i primi abbagli, sarà lui il primo a capire che questo Occidente dischiuso non è l’Asia, ma un altro, diverso, insospettato continente.
Forse ci vuole uno spirito fiorentino per iniettare a posteriori una dose di cinica analisi nell’entusiasmo delle prime navigazioni: Colombo continua a lungo nel sostenere che da Panama al Gange è come da Pisa a Genova e propone addirittura di liberare Gerusalemme passando dall’America; intanto le sue spedizioni portano solo schiavi affamati e sifilide e provocano ad Haiti un milione di indigeni morti in dieci anni per la repressione violenta dei coloni, esasperati dall’assenza di benessere che hanno trovato.
Amerigo ha, invece, visto giusto e non ha martirizzato gli indigeni né promesso ricchezze, ma fatto osservazioni scientifiche e geografiche.
Tanto non è quel che conta: conta la magica fessura nella quale Amerigo è caduto e che lo ha portato dall’altra parte del mondo.
Valgono i capolavori che vede e, più memorabile di meriti e fama, il suo viaggiare pare il più bel viaggio del mondo: s’è incantato dinanzi ai colori dei pappagalli, ha sofferto il caldo, ha frequentato i cannibali, assaporato il senso di superiorità sugli indigeni, ha avuto paura, fatto schiavi, ma soprattutto ha salvato la pelle.
Così torna in Spagna quasi a mani vuote, col poco guadagno che viene dagli schiavi e orgoglioso del suo modesto bottino di regali per i reali di Spagna che è quasi patetico leggere, ma felice di provenire da un mondo magmatico dove ha incontrato l’altro uomo e l’altra natura, e dove lui, il fiorentino, il rinascimentale, l’europeo, è minoritario.
Quanto basta per riempirsi non le tasche, ma un archivio sterminato di immagini e ricordi; e alla fine – mormora Amerigo – si racconta quel che si può.

Discoprimmo infinita terra, vedemmo infinitissima gente e varie lingue, e tutti disnudi. Nella terra vedemmo molti animali selvatichi e varie sorte d’uccelli, e d’alberi infinitissima cosa, e tutti aromatici. Traemmo perle e oro di nascimento in grano. Traemmo 2 pietre, l’una di color smeraldo, e l’altra d’amatiste, durissime e lunghe una mezza spanna e grosse tre dita: questi Re hanno fatto gran conto d’esse e l’hanno guardate infra le loro gioie. Traemmo un gran pezzo di cristallo che alcuno gioiellieri dicono che è berillo, e, secondo che gl’Indii ci dicevono, tenevono d’esso grandissima copia. Traemmo 14 perle incarnate che molto contentorono alla Reina, e molte altre cose di petrerie che ci parvono belle. E di tutte queste cose non traemmo quantità, perché non paravamo in luogo nessuno, ma di continuo navicando. Giunto che fummo a Calis, vendemmo nostri stiavi, che ce ne trovammo 200 d’essi, e il resto fino a 232 s’eron morti nel golfo. E tratto tutto el guasto che s’avea fatto ne’ navilii, ci avanzò opera di 500 ducati, e quali s’ebbono a ripartire in 55 parte, che poco fu quel che toccò a ciascuno; pur con la vita ci contentammo, e rendemmo grazia a Dio, che in tutto el viaggio di 57 uomini cristiani che èramo, non morirno salvo dua, che ammazzorno gl’Indii.
Trapasso molte cose degne di memoria per non essere più prolisso che non sono, che si serbono nella penna e nella memoria.