Amerigo Vespucci :: La Famiglia

L’albero genealogico, dove si attestano le origini e la discendenza, ha sempre costituito il prestigio della famiglia nobile e degli arrampicatori sociali, la cui ricchezza economica era il presupposto alla nobiltà.
Le genealogie riguardanti i Vespucci sono tutte diverse nella successione dei rispettivi membri, si tratta di alberi compilati nel periodo successivo alla scoperta del nuovo mondo; in alcuni sono raffigurati Amerigo Vespucci e fra Niccolò commendatore del Sepolcro, i due prestigiosi personaggi della casata.
Il nome del navigatore è sottolineato con chiaro intento di nobilitare la discendenza.
Del gruppo di alberi genealogici, conservati presso l’Archivio di Stato di Firenze, se ne evidenziano due per la cura del disegno e le informazioni.
Uno di questi è incorniciato da un bordo, dove sono dipinti gli stemmi gentilizi delle famiglie imparentate con i Vespucci: Catastini, Altoviti, Marzi-Medici, Galilei, Benini, Salviati, Sommaia, Berti, Grazzini, Borromei, Del Pace, Carnesecchi, Del Benino, Ginori, Balducci, Dati, Benintendi, tutte famiglie di medio calibro, ma mancano i Mini, dai quali discende la madre di Amerigo il navigatore, e gli Onesti di Pescia, casata della moglie di Amerigo il Vecchio.
In cima all’albero un’aquila regge un cartiglio con la scritta «In omnem terram», scritta che ritroviamo sulla lapide tombale di Amerigo di Cesare Vespucci, ultimo discendente maschile della casata.
Tutto ciò dimostra essere la ricostruzione della genealogia redatta in epoca posteriore ad uso di rami collaterali a quello di Amerigo. In questa il ritratto di Amerigo, con la barba, è sormontato da un cartiglio con la scritta «Amerigo da che si disse l’America 4a parte del mondo».
L’altra genealogia presenta l’albero che svetta sulla piazza di Peretola, borgo originario della famiglia, dove, oltre la chiesa di S. Maria a Peretola, in fondo alla strada si intravede la casa originaria dei Vespucci.
I Vespucci non ebbero accesso alla nobiltà, pertanto, per la popolare tradizione di dividere i beni in parti eguali fra i discendenti, venne a mancare la primogenitura erede del patrimonio e del titolo nobiliare.
La grande famiglia, nello stabilirsi in città ai primi del secolo XIII, si era acquartierata nel popolo di Ognissanti estendendosi, con diverse case, sull’attuale area oggi occupata dall’ospedale di San Giovanni di Dio, originario “spedale” di Santa Maria dell’Umiltà, fondato da Simone Vespucci nel 1382.
Tornando alla genealogia dei Vespucci, mi atterrò a quella pubblicata da Gustavo Uzielli nel 1898, che ritengo essere la più completa ed anche la più attendibile.
Nel tramando storico si fa riferimento a Vespuccio di Dolcebene di Bartolo che fu nel collegio dei priori nel 1350 circa.
I nomi Vespuccio, Vespuccia, Vespa, Vespino, Vespinello, Spinello e Spinetto, ricorrono negli antenati più remoti della famiglia, ma sono privi o incompleti di date e luogo di origine: chiaramente si tratta di ricostruzione genealogica tarda, reperita per memoria verbale.
Tutto questo “vespaio” lo ritroviamo nello stemma gentilizio, composto di una banda azzurra carica di sette vespe d’oro in campo rosso.
I più antichi stemmi dei Vespucci sono quelli presenti nelle rispettive cappelle e sepolcri nella chiesa di Ognissanti; altri stemmi di epoca successiva li ritroviamo nelle podesterie di Certaldo «Giuliano di Lapo 1450», di Scarperia «Piero di Bernardo di Piero 1484-85», di Cutigliano «Paolo di Amerigo 1631-32», altro, in ceramica tipo robbiana, sulla facciata della podesteria di San Giovanni Valdarno «Piero di Bernardo Vespucci Vicario 1484-85», dove la banda con le vespe è azzurra come il campo (probabilmente si tratta di una delle tante diramazioni che con tale variante voleva distinguere la propria discendenza).
Tutto il clan Vespucci di Borgognissanti si presenta come una grande casata politicamente bene inserita, che resterà repubblicana fino alla sua emarginazione economica e politica subita dal potere mediceo.
Il 10 giugno 1428, Alfonso d’Aragona re di Napoli nomina suo consigliere Giovanni di Simone Vespucci: tale onore comporta l’aggiunta sullo stemma gentilizio di una coppa d’oro con fiori in campo argento, simbolo in realtà poco usato dalla famiglia.
A conclusione del censo familiare si riportano le date delle cariche pubbliche coperte dai Vespucci. Gonfaloni: 1462, 1487, 1498. Priori: 1350, 1354, 1376, 1388, 1389, 1399, 1401, 1405, 1415, 1427, 1430, 1443, 1448, 1454, 1459, 1463, 1468, 1473, 1479, 1488, 1491, 1493, 1512, 1515, 1524.
Queste date segnano l’ascesa politica dei Vespucci, anche se in seguito, nonostante i grandi meriti di Amerigo il navigatore, tutta la casata si troverà esclusa dalla vita cittadina.
Della numerosa famiglia nel censimento “delle Bocche” del 1562 solo Lapo di Marco Vespucci e Maria, già di Bernardo Vespucci, risultano residenti in Ognissanti, popolo di Santa Lucia.
Come molte famiglie del contado fiorentino, che in genere potevano contare su un reddito proveniente da possedimenti nel luogo d’origine, anche i Vespucci, dal borgo di Peretola, fecero parte di questa schiera attratta dal miraggio economico e dall’affermazione sociale; una situazione che non mancò di scandalizzare i bempensanti, contrari a questa invasione.
Significativi sono i commenti o giudizi lasciati dai grandi eruditi che bollarono i contadini nelle forme di disprezzo più colorite.
In primis lo stesso Dante, nel suo Paradiso (XVI, 53):

Oh quanto fora meglio esser vicine
quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo
e a Trespiano aver vostro confine,
che averle dentro e sostener lo puzzo
del villan d’Aguglion, di quel da Signa,
che già per barattare ha l’occhio aguzzo!

ove Cacciaguida, avo di Dante, lamenta la contaminazione recata dalle genti vicine alla vera cittadinanza fiorentina.
Ironico il Boccaccio:

Io non biasimo l’esser di ciò venuti chi da Capalle, e quale da Cilicciavole e quale da Sugame o da Viminiccio, tolti dalla cazuola o da aratro e sublinati al nostro magistrato maggiore.
(Epistola a Messer Pino de’ Rossi).

Classista il Sacchetti:

pensi chi non mi credesse s’elli ha veduto, ma sono molti anni, far cavalieri li meccanici, li artieri, insino a’ fornai; ancora più giù, gli scardassieri, gli usurai e rubaldi barattieri (Novella CLIII).

La prima notizia riguardante Amerigo il Vecchio, nonno del navigatore, risale allo stato d’anime del popolo di Santa Maria a Peretola del 1412. Amerigo ha 18 anni e il nucleo familiare è formato da Stagio di Michele di anni 60 che vive con i figli Niccolò di anni 15 e Giovanni di anni 2.
Nella denuncia catastale del 1427, Amerigo risulta già in Borgognissanti, arrivato verso il 1420; il suo nucleo familiare è così rappresentato:

Amerigo di anni XXXX
Manna sua moglie di anni XXII
loro figli
Verdiana di anni II
Stagio di mesi VI
Caterina madre di Amerigo di anni LV

Amerigo, con i fratelli Giovanni e Niccolò, possiede una casa a Peretola ed una casa a Brozzi, acquistata da loro padre Anastagio di Michele. Nella denuncia suddetta Amerigo piange miseria per «cagione delle gravezze disoneste et altri debiti che à avuti e à e per meno spesa per non poter far altro, tiene la sua donna a Pescia colla sua famiglia in casa con la sua suocera».

I rapporti di Amerigo con la città di Pescia sono facilitati dalla strada maestra che dalla Porta al Prato conduceva a Lucca. Manna degli Onesti, moglie di Amerigo, portò in dote «una vigna nel comune di Pescia in Valdinievole tra Montecharlo et Collodi alle Robe», denunciata nel Catasto del 1451.
Niccolò, fratello di Amerigo, vende vino e fa osteria a Peretola «perché istà et esercita l’arte et mestiere di nostro padre». Nella stessa denuncia si apprende anche che «Giovanni non fa niente è isviato, come ne sono gli altri, et fa danno a se e a noi».
Fra le proprietà dei Vespucci altre vigne sono ubicate a Peretola, in luogo detto “il Gorgho”, a Brozzi, all’Osmannoro e a Sammoro.
Tornando a Manna degli Onesti, la sua dote, costituita dalla vigna, indica l’appartenenza ad una famiglia benestante, infatti documentata nella pieve di Santa Maria a Pescia, oggi sede vescovile: lo stemma degli Onesti, che si compone del rastrello angioino in capo e tre bande verticali sottostanti, campeggia sui banconi della sagrestia. Questi banconi, eccezionali opere di tarsia del Quattrocento, sono stati commissionati da Leonardo degli Onesti, pievano dal 1449 al 1480.
Oltre i ben cinque stemmi degli Onesti sono rappresentati anche lo stemma di Iacopo Ammannati Piccolomini, vescovo di Lucca e le insegne papali (Barbara Scantemburlo, La tarsia rinascimentale fiorentina, Pisa, 2003).
Tali elementi pongono le due famiglie Vespucci ed Onesti a pari condizione sociale, piccoli possidenti inseriti nelle gerarchie ecclesiastiche di media importanza. Ricorderemo come Giorgio Antonio Vespucci, figlio di Amerigo il vecchio, venisse nominato canonico del Duomo di Firenze.
Nel 1451 Amerigo possiede ed abita in una casa in Via Nuova nel popolo di Santa Lucia in Ognissanti, acquistata il 15 febbraio 1434. Possiede ancora i beni di Peretola in comproprietà con i fratelli e chiarisce la provenienza della vigna a Pescia «per resto della dota di mona Manna sua donna».
La casa di Peretola, quella originaria della famiglia Vespucci, nel Catasto del 1427 è così descritta:

Una Chasa posta nel popolo di Sancta Maria a Peretola, luogo detto ‘in sulla strada et al chanto della via che va al Mutrone: a primo strada, a secondo via del Mutrone, a terzo et quarto Donato di Michele et Martino di Razza.

Casa già identificata da chi scrive, ubicata in Via di Peretola n. 8, con risvolto su Via delle Compagnie: Nella denuncia catastale del 1457, fatta da Nastagio padre di Amerigo il navigatore, il nucleo familiare si compone così:

Ser Nastagio detto d’anni 32
Monna Lisa sua donna d’anni 22
Antonio suo figliolo d’anni 6
Girolamo suo figliolo d’anni 5
Amerigo suo figliolo d’anni 4
Bernardo suo figliolo d’anni 3
Agnoletta sua figliola d’anni 1

(Gustavo Uzielli, Vita di Amerigo Vespucci, Firenze, 1898)

Si premette come in tutti i documenti riguardanti i Vespucci si rilevino inesattezze sulle date, tanto da far supporre un’approssimazione nella redazione, probabilmente ritenuta poco importante agli effetti della tassazione. Sulla stessa data di nascita di Amerigo il navigatore ci sono incertezze. Per quanto riguarda Agnoletta, in altre denunce si trova Caterina: può darsi si tratti di una prima bambina morta in tenerissima età.
Monna Lisa o Lisabetta Mini, madre del navigatore, appartiene ad una famiglia originaria di Montevarchi, ma già a Firenze fin dal secolo XIV. I Mini hanno tradizione notarile e fra gli antenati di Lisabetta si trova Andrea, che già nel 1390 svolgeva professione di notaro; suo figlio Giovanni, nato nel 1387 circa, svolge la professione paterna già nel 1428; di Luca, figlio di Giovanni, che sposa Domenica nel 1387, non conosciamo la professione, ma risulta avere proprietà fondiarie a Prato. Luca e Domenica avranno sei figli, fra i quali Lisabetta, nata nel 1425, la quale, nel 1450, sposa Nastagio Vespucci notaio.
La professione notarile delle due famiglie ci indica censo e rapporti.
Lisabetta portò in dote 550 fiorini.
Le tombe dei Mini, restaurate nel 1444 da Piero di Luca di Giovanni, fratello di Lisabetta, erano nella chiesa di San Pier Maggiore, poi andata distrutta. Il loro stemma gentilizio reca un giglio fra tre palle d’oro in campo blu. Una loro villa è ciò che resta dell’edificio ubicato in Via Fanfani.
Nastagio svolge attività di notaio all’Arte dei Vinai, successivamente passerà all’ufficio delle “tratte”.
Dei tre figli di Amerigo il Vecchio, oltre il notaio, c’è Giorgio Antonio, domenicano nominato canonico del Duomo di Firenze.
Poco si sa di Verdiana, probabile suora di clausura. L’inserimento sociale di Amerigo presuppone di mettersi alla pari con i parenti più ricchi, in particolare con Piero di Giuliano capitano delle “galee” della Repubblica Fiorentina, padre di Marco sposato a Simonetta dei famosi banchieri Cattaneo di Genova.
Questo nucleo ha nella chiesa di Ognissanti proprie tombe nella seconda cappella del transetto sinistro. Altri membri importanti sono i fratelli Simone e Guido Antonio di Giuliano, con tomba e cappella ubicata in testa al transetto destro nella suddetta chiesa, Simone, fondatore dello “spedale” di Santa Maria dell’Umiltà, Guido Antonio, giureconsulto ambasciatore della Repubblica, protettore di Amerigo il navigatore.
Amerigo elegge il sepolcro familiare nel secondo altare a destra, caratterizzandolo con un grande affresco ove, nella soprastante lunetta, sotto il manto della Madonna della Misericordia sono raffigurati tutti i membri della famiglia Vespucci, dal vecchio Anastagio ai figli di Nastagio.
L’affresco, esteticamente piuttosto modesto, si compone di due parti: la lunetta suddetta e la sottostante deposizione di Cristo, erroneamente attribuite e considerate la seconda opera di Domenico del Ghirlandaio, vengono collocate cronologicamente tra gli affreschi di Sant’Andrea a Cercina e quelli di Sant’Andrea a Brozzi, ma non ne ha le caratteristiche, peraltro non combinando con l’età dei personaggi raffigurati; la datazione del dipinto va quindi retrocessa alla fine degli anni Cinquanta del Quattrocento, quando Domenico Ghirlandaio era un bambino. L’insieme è chiaramente dipinto in due periodi diversi e non escluderei essere opera giovanile del Botticelli, pittore dei Vespucci, eseguita nel periodo di apprendistato presso la bottega di Filippo Lippi.
Data l’importanza storica di questo affresco meriterebbe una più approfondita analisi.
Nella lunetta sono raffigurati ai lati Anastagio e la moglie Caterina, presso la Madonna inginocchiati Amerigo il Vecchio con la moglie Manna degli Onesti; nel gruppo degli uomini il giovane Antonio, primogenito di Stagio che seguirà la paterna professione di notaio, il vescovo Antonino assieme a Stagio ed a Giorgio Antonio, il canonico; nel gruppo delle donne, al centro Lisabetta Mini con la mano sul petto, la piccola Caterina, Verdiana suora ed il piccolo Bernardo; gli angioletti che sostengono il manto della Madonna sono identificabili con Amerigo il navigatore a sinistra e Girolamo a destra.
Nella scena sottostante della Deposizione, sul lato sinistro, si identificano il giureconsulto Guido Antonio con accanto il giovane Amerigo il navigatore – che però non compare nella sinopia – e sia per la posizione sia per la protezione di Guido Antonio sembra essere stato incluso durante la stesura dell’affresco, all’ultimo momento. Secondo alcuni il personaggio raffigurato nell’affresco è, invece, da identificarsi con lo zio Giorgio Antonio o nelle vesti di Sant’Anastasio di Persia, eponimo del padre Nastagio, tanto che non vi è ancora chiarezza sui soggetti affrescati e sul pittore stesso.
Gli stessi tratti somatici di Amerigo, raffigurato nella deposizione di Ognissanti, li ritroviamo in altro ritratto, attribuito al Botticelli e conservato a New York nella collezione Duveen, dove il nostro ha circa 25 anni; la stessa faccia, tonda ed un po’ grassoccia, la ritroviamo nel ritratto inciso nell’atlante del Waldseemüller, pubblicato nel 1507: la faccia robusta e piena, con le stesse caratteristiche dei precedenti sopra citati, è qui inquadrata da capelli lunghi e la presenza di un porro in faccia fa pensare ad una possibile conoscenza diretta fra il navigatore ed il cartografo.
L’iconografia ufficiale di Amerigo è attribuibile ad un frainteso da parte di uno dei tre pittori incaricati da Paolo Giovio, morto a Firenze nel 1552, ai quali commissionò ai primi dei Cinquecento ritratti di illustri personaggi. I pittori furono Ridolfo del Ghirlandaio, il Bronzino ed Alessandro Allori, uno dei quali, ispiratosi all’affresco in Ognissanti, scambiò o prese a modello Amerigo il Vecchio, raffigurando il navigatore in età troppo matura.
Amerigo morì a circa sessanta anni e non aveva quella faccia ossuta caratterizzata da un gran naso, ma da questo ritratto primigenio sono derivati tutti i ritratti successivi del navigatore.
Nella concezione dinastica del Rinascimento la famiglia, a causa della rilevante mortalità infantile, non dava importanza ai bambini, cioè si evitava di affezionarsi troppo e solo dopo i dieci anni si veniva presi in considerazione.
Naturalmente le maggiori attenzioni erano per il primogenito, gli altri figli si dovevano arrangiare, le femmine venivano liquidate con la dote e, se mancava, finivano in convento. Tale costume lo ritroviamo nel nucleo familiare di Amerigo il Vecchio, a sua volta nel figlio Nastagio notaio ed infine in Antonio, il ragazzo impettito nel lunettone di Ognissanti, che seguì la professione paterna di notaio … i suoi fratelli, Amerigo, Girolamo e Bernardo dovettero arrangiarsi da soli.
Amerigo entrò nelle grazie di Guido Antonio, un gran signore, committente del Botticelli, dal quale Amerigo apprese i rudimenti della politica e come ci si doveva presentare alle corti d’Europa. Ancora più importante per il nostro fu la benevolenza dello zio canonico Giorgio Antonio, persona di grande cultura, amico di Lorenzo della Volpaia, Marsilio Ficino e Paolo Dal Pozzo Toscanelli, con i quali organizzava riunioni di carattere scientifico e filosofico, costituendo un gruppo di grande livello umanistico, al quale partecipava anche il giovane Amerigo traendo da esse il meglio della cultura rinascimentale, apprendendo, oltre al latino, cognizioni astronomiche, astrologiche e geografiche, insomma un bagaglio culturale che avrebbe permesso al nostro di affrontare qualsiasi evento con equilibrio e dignità.
Indubbiamente la città di Firenze con Amerigo è stata ingrata, pochi gli studi e poca la considerazione e valutazione della sua grande opera. In particolare passiva nei confronti di coloro, a cominciare da Voltaire, che lo hanno denigrato pesantemente.
Fra i denigratori contemporanei, in una pubblicazione del 2009, F. F. Armesto ne dice di tutti i colori e nel suo testo inserisce questo passo infamante:

Ficino scrisse ad Amerigo dichiarazioni d’amore tipicamente affettate, vagamente omosessuali e disseminate di riferimenti al suo oroscopo.

Lo storico, statunitense di tradizione quacchera, giudica il nostro Rinascimento con la sua morale, senza rendersi conto che nella Firenze dell’epoca la sesso-pedagogia, derivata dalla cultura greco-romana, non scandalizzava nessuno.
L’adolescenza di Amerigo trascorse nello studio più serrato: di quel periodo ci è pervenuto un quaderno autografo in latino, oggi conservato alla Biblioteca Riccardiana di Firenze. L’economia familiare non doveva esser male, tanto che secondo la denuncia del 1480 Nastagio possedeva «uno poderetto chon casa da signore et da lavoratore et vignata et fructata posto nel popolo di San Felice a Ema, luogo detto Campo Gretti». Ma la serenità familiare dei Vespucci fu sconvolta da un evento noto sotto il nome di “Congiura de’ Pazzi”: l’assassinio di Giuliano de’ Medici ed il ferimento del fratello Lorenzo, durante la messa nel duomo di Firenze del 26 aprile 1478, scatenò in città una reazione tale che gli antimedicei, fatti a pezzi, furono infilati nelle picche e portati in giro per le strade … una giustizia sommaria, orchestrata da Lorenzo, che contò circa trecento morti.
Piero, il capitano, e Guido Antonio, l’ambasciatore, coinvolti nella congiura, vennero arrestati e condotti nelle Stinche. Guido Antonio, scagionatosi, rientrò nei ranghi e nel 1479, ricevuto l’incarico di recarsi dal re di Francia in qualità di ambasciatore, partì accompagnato da Amerigo; inoltre riuscì a trasformare il carcere a vita, inflitto a Piero, nell’esilio, ma per i Vespucci la fine era ormai segnata.
Nel 1481 Amerigo, rientrato a Firenze, godette dell’amicizia di Lorenzo di Pier Francesco de’ Medici, che più tardi lo avrebbe inviato a Siviglia in forza al banco Berardi, nel quale il Medici aveva appoggiato i suoi interessi economici.
Nel 1483 Amerigo era ancora a Firenze, visto che il 17 agosto dello stesso anno con il fratello Antonio vendette le proprietà di Peretola. Nel 1489 la famiglia di Amerigo risultava piuttosto smembrata … Bernardo, da Buda in Ungheria, in data 25 febbraio 1488 scrive al fratello Amerigo che a Buda gli italiani sono mal visti e tutti i giorni rischiano la vita, fa vita grama e pericolosa, spera di rientrare presto a Firenze; Girolamo invece, fattosi frate, in una lettera inviata da Rodi il 12 settembre 1488 ad Amerigo, si lamenta della sua condizione economica e di essere stato abbandonato dalla famiglia:

e prieghoti ne sia chon messer Ghuido Antonio et chome messer Giorgio Antonio, e dilo loro e che mi avisino quello ho da fare. Non altro. Rachomandami alla mia chara madre e a tutti di chasa, etc.
Fra Girolamo Vespucci.
Il banco Berardi era il più importante della Spagna, gestiva il tesoro della Corona e dirigeva i cantieri navali a Cadice, tanto che fu poi proprio quel banco a finanziare i due viaggi oltreoceano capitanati da Cristoforo Colombo. Oltre a queste attività si era in grado di mettere sul mercato partite di ben 1500 schiavi neri razziati dai negrieri cristiani sulla costa africana.
Morto però nel 1496 Giannotto Berardi, Amerigo lasciò il banco per inserirsi attivamente nell’organizzazione delle traversate oceaniche per raggiungere i mercati più lontani.
Amerigo a Siviglia venne raggiunto dal nipote Giovanni, figlio di Antonio; trattato come un figlio intraprese la professione di cartografo interrompendo la tradizione notarile della famiglia, tanto che negli anni 1523-1524 andò a ricoprire la carica di Piloto Mayor, un tempo ricoperta dallo zio Amerigo, ossia la direzione della vecchia Compagnia delle Indie che Amerigo aveva mutato in Casa de Contratación.
I rapporti di Amerigo con la famiglia non furono gran che; si potrebbe affermare che la ignorasse, tanto che nel testamento, scritto il 21 ottobre 1511, pochi mesi prima della morte, sembra non sapere se sua madre è ancora in vita:

Herede la dicta madona Lisa, mi senora madre, sy fuere biva
(Consuelo Varela, Colombo e i fiorentini, Firenze, 1991)

Ad Amerigo, quando si trovò immerso nella nuova realtà di navigatore improvvisato, che approda ad un mondo sconosciuto, non potevano che riaffiorare alla mente tutti gli studi giovanili, fra i quali, in particolare, la teoria sostenuta da Paolo Dal Pozzo Toscanelli (secondo la tradizione sembra avesse trovato sbocco su una carta geografica generale), ossia «veleggiare verso occidente per approdare all’oriente».
Riemersero le cognizioni astronomiche di Marsilio Ficino, la concezione dell’uomo microcosmo, ove la spinta all’avventura non era finalizzata alla conquista ma alla conoscenza.
Insomma, in quello scorcio di fine secolo in Amerigo, intento ad affrontare un’impresa davvero titanica, si concentrò tutta la sapienza del Rinascimento, che gli servì per comprendere in breve tempo l’esistenza di un quarto continente, che Cristoforo Colombo aveva definito pieno di meraviglie.
Nel viaggio verso il nuovo mondo vede Amerigo in qualità di “piloto” e le lettere che invia agli amici Lorenzo Pier Francesco dei Medici ed Pier Soderini, gonfaloniere della repubblica, sono vere e proprie relazioni di viaggio.

Per commission dell’altezza di questi re di Spagna, mi parti’ con due carovelle a dì 18 di maggio 1499 per andare a discobrir a la parte dell’occidente per la via de la Mar Ozeana.

.. è questo l’inizio della lettera inviata a Lorenzo il 28 luglio 1500.
Nelle lettere riguardanti i suoi viaggi, oltre ad evidenziare la propria dimensione culturale, emerge l’uomo nuovo, l’umanista, che estende la cultura fiorentina oltre i limiti geografici fino allora conosciuti. Di importanza fondamentale per affrontare l’oceano furono le conoscenze astronomiche, altrimenti Amerigo non avrebbe mai compreso appieno perché, costeggiando le nuove terre, le stelle dell’emisfero settentrionale tramontassero e ne apparissero di nuove all’orizzonte.
Consapevolmente ricercò nel firmamento la stella o la costellazione che poteva fungere da punto di riferimento per il corretto orientamento nell’emisfero meridionale e, con sorpresa:
Mentre che in questo andavo, mi ricordai di uno detto del nostro poeta Dante, el quale fa menzione nel primo canto del Purgatorio, quando finge di salire di questo emisfero e trovasi ne l’altro; el quale volendo discrivere il polo antartico, dice così:

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente
. Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle:
oh settentrional vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!

La bellezza e l’importanza di questo passo è tale da lasciare stupiti; altra considerazione non può essere dedotta su come la grande concezione umanistica su cui poggia il Rinascimento sia contenuta fra due parentesi: aperte da Dante e chiuse da Amerigo.
Varie sono le pubblicazioni riguardanti la vita e le “lettere” del Vespucci, pertanto, da questo breve assunto, sono esclusi riferimenti biografici sul personaggio, privilegiando alcuni frammenti autografi al fine di misurarne la grandezza. Dopo Amerigo sul nuovo continente approderanno solo “conquistadores”, i quali, al soldo delle grandi potenze europee e della Chiesa, scriveranno le pagine più infami della storia dell’umanità.
Per la prima volta Amerigo sfata le antiche credenze e superstizioni sulla natura del globo terrestre.

Dalla maggior parte de’ filosofi in questo mio viaggio sia reprobato, che dicono dentro alla torrida zona non si può abitare a causa del gran calore; io ho trovato in questo mio viaggio esser il contrario: che l’aria è più fresca e temperata in quella regione che fuora d’essa e ch’è tanta la gente entro essa abita.

E descrive molto bene l’incontro con gli indigeni:

Non tengono balba alcuna e non veston vestimento nessuno, asì gli uomini come le donne, che come saliron dal ventre di lor madre, così vanno e non si coprono vergogna alcuna. […] Sono gente di gentile compressione e di bella statura; vanno disnudi del tutto […] e trovammo che ci stavano attendendo, e tutti carichi di mantenimento, e ci detono da fare colazione molto bene secondo lor vivande. E vista tanta buona gente e trattarci molto bene, no usàmo torre nulla de loro. […] Dieronci molti papagalli e di molti colori, e con buona amistà ci partimmo da lorobr>
Così Amerigo vede e contatta gli indigeni, senza scandalizzarsi e con la più semplice curiosità dello studioso. Senza elencare i crimini dei “conquistadores” ai danni delle civiltà precolombiane, il disprezzo per queste è bene espresso in due frammenti autografi di celebri navigatori quali Cristoforo Colombo:

Una di queste province è chiamata “Avan”, e in essa la gente nasce con la coda.
L’altro è Francesco Carletti, scaltro mercante che viaggiò fra il Giappone e la Cina visitando i luoghi con l’occhio del profitto:

In questo paese ci nasce il prezioso legno aloè, e vi si trova molt’oro, e molti animali detti rinoceronti, e similmente elefanti; e secondo che scrivono i Cinesi ne’ detti lor libri di geografia vi nasce ancor una specio di uomini selvatichi di statura ordinaria, ma molto pelosi e colla coda.
L’attribuzione della coda all’uomo è la forma di massimo disprezzo: di esso, come di un animale, si può liberamente disporre.

La notizia della scoperta del nuovo mondo fatta da Amerigo Vespucci arrivò a Firenze dove:

Con solennità di voti si conseguisse per decreto dei Padri, da’ benemeriti della Repubblica, uno dei quali fu Amerigo Vespucci, giunta novella a Firenze, dell’aver egli, a colpo di gran fortuna, scoperta la quarta parte del mondo, e ad essa il nome suo e quel della Patria, con replesso durevole per tutti i secoli, si mandarono le Lumiere alla sua Casa di Borgognissanti, per segno della straordinaria allegrezza, che ne fece il Popolo, accese dì, e notte del continuo per tre giorni, e similmente, costa, se ne riconoscesse benemerito Pier Soderini, eletto Gonfaloniere a vita (Ferdinando Leopoldo Del Migliore, Firenze città nobilissima illustrata, Firenze, 1684).

Nel secondo viaggio fatto ancora per conto del re del di Spagna Amerigo, partito il 18 maggio 1499, scrisse nuovamente a Pier Francesco. L’argomento della lettera ci focalizza un Vespucci attento all’ambiente naturale: esprimendosi con tal meraviglia da rasentare l’ingenuità, osserva con attenzione le piante e gli animali ed in particolare i costumi degli indigeni, lontano dal pensare a depredazioni o violenze nei loro confronti.
Durante gli sbarchi non mancarono incontri con tribù bellicose che, quando era possibile, venivano scansate.

Questa terra è molto amena e piena di infiniti albori verdi e molto grandi, e mai non perdono foglia e tutti hanno odori soavissimi e aromatici e producono infinitissime frute e molte d’esse buone al gusto e salutifere al corpo. E campi producono molte erbe, fiori, radice molto soave e buone, che qualche volta mi meravigliano de’ soavi odori de l’erbe e de’ fiori e de’ sapori d’esse frute e radice, tanto che infra me pensavo esser presso il paradiso Terestro: infra questi alimenti arei creduto esser circa ad esso. Che diremo noi della quantità delli uccelli e di loro penaggi e colori e canti, e quante sorte e di quanta formosità? Non voglio algarmi in questo, finché dubito non sarei creduto.

È chiaramente un precursore negli studi antropologici, per le sue osservazioni e considerazioni sui costumi degli indigeni.

Non tengono né leggi né fede, vivono secondo natura. Non conoscono immortalità d’anima. Non tengono in fra loro beni propri, perché tutto è comune. Non tengono termini di regni o di provincia; non hanno re, né ubbidiscono a nessuno: ognuno è signore di sé: Non amministrano giustizia, la quale non è loro necessario, perché non regna in loro codizia. Abitano in comune e case fatte a uso di capanna, molto grande; e per gente che non tengono ferro né altro metallo nessuno, si possono dire le loro capanne di vere case miracolose, perché ho visto case che sono lunghe 220 passa e larghe 30 e artificiosamente fabricate, e in una di queste case stanno 500 o 600 anime.

Costumi sessuali e cannibalismo sono registrati da Amerigo con l’attenzione e la saggezza del vero scienziato, senza biasimo né condanna.
Invece per conto del Portogallo, Amerigo affrontò il terzo viaggio che poi relazionò scritto in latino all’amico Lorenzo di Pierfranceso de’ Medici: in breve fece il giro d’Europa sotto il titolo Mundus Novus e venne tradotto in diverse lingue.

Con felice augurio dunque alli 13 maggio 1501 per comodamento del Re ci partimmo da Lisbona con tre caravelle armate e andammo a cercare il nuovo mondo.

A pochi anni dalla scoperta si parlò già di nuovo mondo, ormai erano completamente tramontate le Indie di Cristoforo Colombo.
Il quarto viaggio fu nuovamente sotto la bandiera portoghese. La lettera, o relazione, scritta da Amerigo, riassumendo tutte le precedenti esperienze, fu stampata a Firenze nel 1503 sotto il titolo Lettera di Amerigo Vespucci delle isole nuovamente trovate in quattro suoi viaggi.
L’opera sconvolse il mondo scientifico dell’epoca, gravato da credenze, superstizioni e cognizioni fantasiose tratte dalla Storia Naturale di Plinio. Il successo e l’importanza di questa piccola pubblicazione fu strepitoso e, a pieno diritto, può essere considerata la porta del mondo moderno.

Le cose che quivi io vidi non sono note agli uomini del nostro tempo, cioè la gente, i costumi, l’umanità, la fertilità del terreno, la bontà dell’aere e ‘l cielo salutifero, i corpi celesti e massimamente le stelle fisse dell’ottava sfera, delle quali nella nostra non vi è menzione, né insin ora sono state conosciute, né anche dai dotti degli antichi.

Queste poche parole sono sufficienti a far brillare la figura di Amerigo Vespucci, la quale si staglia netta e pulita sul torbido mondo dei regnanti europei e dei loro “conquistadores”.
Partenze e rientri dai quattro viaggi compiuti da Amerigo nel nuovo mondo:

I – 10 maggio 1497 – 15 ottobre 1498
II – 16 maggio 1499 – 8 dicembre 1499
III – 10 maggio 1501 – 7 settembre 1502
IV – 10 maggio 1503 – 18 giugno 1504

Si annoverano altri due viaggi ma purtroppo senza data e non bene storicizzati.
Nell’aprile del 1507, a Saint-Diè in Lorena venne pubblicato un trattato di geografia, la Cosmographiae Introductio ad opera di Martin Waldseemüller e Matthias Rigmann, ove, sul grande planisfero inciso in dodici fogli, per la prima volta il nuovo mondo appare denominato AMERICA all’insaputa di Amerigo, ancora in vita; un Amerigo in procinto di ricevere incarichi di prestigio nella Casa de la Contratación, con le funzioni di rilasciare i permessi per le traversate atlantiche, mediante un corso di navigazione strumentale ed il controllo delle merci importate.
Al di là di considerazioni o ipotesi che si possono avanzare su questa vicenda, resta di fatto che il nuovo mondo e non le Indie fu scoperto da Amerigo, che peraltro per primo approdò sulla terra ferma del nuovo continente.
Riguardo ai due protagonisti, Cristoforo e Amerigo, il navigatore e il cartografo, è appurato che si siano conosciuti personalmente e che la denominazione sia frutto di successiva riflessione degli editori.
Un’importante conferma si può rilevare nella presenza del ritratto di Amerigo inciso a margine del grande planisfero del 1507, nonché della vespa, simbolo araldico dei Vespucci, che compare su uno svolazzo degli ornati decorativi.
Successivamente, nel 1508, il Vespucci fu nominato Piloto Mayor del regno di Spagna, il più alto onore che sia stato concesso ad un navigatore.
In tarda età Amerigo contrasse matrimonio con la sivigliana Maria Cerezo e poco dopo, il 9 aprile 1511, redasse il suo testamento in lingua spagnola, lasciando elemosine a chiese e conventi, oggetti e strumenti nautici, vestiti e libri al nipote Giovanni, figlio del fratello Antonio …

E quando la mia fine accade, voglio che il mio corpo venga sepolto nella chiesa di San Michele in questa città di Siviglia, nella sepoltura dei Ceresos di Gonzalo Fernàndes di Cordova; e venga sotterrato con l’abito del signor San Francesco.

Amerigo nato a Firenze, forse il 9 marzo 1454, morì a Siviglia il 22 febbraio 1512 e, come da volontà testamentaria, venne sepolto nella tomba dei Cerezo, andata distrutta in un restauro della chiesa effettuato nell’Ottocento.
A Firenze Antonio, il fratello primogenito, con il padre Nastagio, continuava la familiare attività notarile: notizie al riguardo sono rintracciabili nelle relazioni della Cancelleria della Repubblica Fiorentina.
L’inserimento di Antonio nella cancelleria risale al 13 gennaio 1476 e di questo periodo resta un intero volume amministrativo di sua mano.
Altre notizie si hanno nel 1497, quando Antonio era impiegato alle “tratte” (così erano nominate le tasse), e nell’anno successivo, il 19 giugno, quando entrò nel Consiglio Maggiore della Cancelleria.

Antonio Vespucci il 9 dicembre 1512 fu confermato Notaro delle Tratte per un anno dal giorno in cui scadeva l’ultima sua elezione.
Alle Tratte è confermato continuamente ser Antonio Vespucci che ebbe pure nel 1518 e 20 all’Arte dei Giudici e Notai il supremo ufficio di Proconsolo.
In favore del Vespucci, oramai vecchio e infermo, Notaro alle Tratte, si ebbe nel 1528 una provvisione simile a quella di trentanni innanzi pel Landini: È giusto, vi si dice, che una “bene istituita“ Repubblica sia grata a quelle persone che hanno a suo servizio consumato la vita; ed è noto con quanta fede e sollecitudine il Vespucci abbia servito fin dal 1497 come Cancelliere delle Tratte.
(Demetrio Marzi, La Cancelleria della Repubblica Fiorentina, Firenze, 1920, rist. 1987)

Antonio, fratello di Amerigo il navigatore, aveva otto figli: Anastasio nato nel 1487, Amerigo, Bartolomeo nato nel 1479 (medico professore a Padova, priore nel 1524, morto il 27 aprile 1527), Andrea nato nel 1485, Giovanni nato nel 1486 (che ricordiamo a Siviglia con lo zio Amerigo), Giuliano nato il 24 gennaio 1503, Agnoletta nata nel 1496 (sposata a Sassolino di Cosimo Dati) e Francesca nata nel 1498 Da Bartolomeo di Antonio discesero Caterina, Fioretta sposata a Michele Marzi-Medici, Amerigo morto nel 1528, Giorgio morto nel 1599 (in sposo a Elisabetta Bartoli) e Lisabetta; quest’ultima sposata a Vincenzo Marzi Medici fu madre di Alessandro arcivescovo di Firenze nel quale confluì ciò che restava del patrimonio fondiario dei Vespucci: le case a San Felice ad Ema e l’altare di famiglia nella chiesa di Ognissanti.
La discendenza prosegue: in Maria di Giorgio sposata a Niccolò di Tano Tani e nel fratello Bartolomeo nato il 20 ottobre 1585 sposato a Cinzia di Francesco Grazzini, in seconde nozze a Margherita di Antonio Benini, da Bartolomeo discendono Lisabetta sposata a Stefano Roncalli, Giorgio, Laura sposata a Giulio di Tommaso Pitti, Cosimo, Filippo (nato il 26 novembre 1591), Felicita sposa a Jacopo di Giovanni Ulrih, Francesco e Guidantonio nato il 30 ottobre 1611 sposato a Maria di Giovanni Berti, dai quali discendono Bartolomeo Amerigo (nato il 15 giugno 1656 e morto il 12 dicembre 1710) e Giovan Carlo (nato il 4 luglio 1655 e morto il 4 novembre 1712), ultimo discendente dei Vespucci del ramo di Amerigo (Gustavo Uzielli, Vita di Amerigo Vespucci, Firenze, 1898).
L’altare dei Vespucci nella chiesa di Ognissanti, passato in eredità ad Alessandro Marzi-Medici, vescovo di Firenze dal 1605, morto il 13 agosto 1630, subì pesanti modifiche: all’affresco, a suo tempo commissionato da Amerigo il Vecchio, venne sovrapposto un altare in pietra con conseguenti danni all’antico dipinto, che fu coperto in toto da una tela di Matteo Rosselli raffigurante Santa Elisabetta di Portogallo.
Alle basi delle colonne laterali figurano gli stemmi dei Marzi-Medici così composti: capo d’Angiò rosso in campo blu, leone rosso affrontato al becco nero, accompagnati dalla palla medicea in campo d’oro.
L’antico affresco, dietro segnalazione del Padre Roberto Razzòli (Gli affreschi d’Ognissanti, Firenze, 1898) sarebbe tornato in luce quasi tre secoli più tardi, il 3 febbraio 1898, in occasione proprio delle onoranze a Paolo Toscanelli, Amerigo Vespucci e Girolamo Savonarola.
Un affresco, quello dei Vespucci, mal restaurato, rimaneggiato e con la perdita di alcune parti, erroneamente attribuito a Domenico Ghirlandaio, pone non pochi problemi nell’identificazione dell’autore e dovrebbe esserne approfondita l’analisi per una migliore collocazione spazio-temporale.