[PRT_0029] Angelo Ambrogini

PRT_0029_Agnolo Ambrogini Poliziano
AMBROGINI, Angelo, detto il Poliziano. – Nacque a Montepulciano (sul cui nome latino Mons Politianus egli foggerà poi il proprio appellativo umanistico) il 14 luglio 1454 da Benedetto, egregius legum doctor, e da Antonia Salimbeni. Non aveva ancora compiuto i dieci anni, quando gli fu ucciso il padre per vendetta. Non pare che questa tragica esperienza abbia esercitato particolare influenza sull’animo dell’A., almeno a giudicare dal fatto che egli non ne fa mai alcun cenno nella sua opera letteraria. La morte del padre ebbe comunque parte notevole nel suo destino, poiché la madre, rimasta vedova con cinque figli in tenera età, fu costretta, per alleggerire il carico familiare, ad inviare Angelo, che era il primogenito, a Firenze presso un cugino, non sappiamo precisamente in quale tempo, ma certo non dopo il 1469.
Intorno a quegli anni, la città che si apriva allo sguardo del giovanissimo e intelligente provinciale, era in un momento assai delicato e complesso della sua storia. Proprio allora, infatti, sul tronco robusto di quello che è stato felicemente definito “umanesimo civile” fiorentino, sulla vigorosa fede nella “virtù” umana e in particolare nelle capacità civilmente costruttive dell’intelligenza e della cultura, si cominciano a profilare alcuni indizi di uno stato d’animo tendente a negare o almeno a limitare quella fede. Al 1470 risalgono le prime riforme costituzionali di Lorenzo de’ Medici, primi segni di una evoluzione verso un assolutismo disilluso e realistico, che reciderà i sogni di libertà repubblicana e tenderà a respingere la letteratura e la cultura fuori dalla attiva collaborazione politica e a considerarle, se non proprio come strumento di tirannide, quale nobile e raffinato, ma comunque esterno, elemento decorativo. Questa separazione della cultura dalla vita civile aveva cominciato, d’altra parte, a manifestarsi da tempo nell’opera di Marsilio Ficino, che nel 1470 aveva già compiuto le sue traduzioni di Platone e degli scritti ermetici e composto e pubblicato più di un’opera in cui il concetto umanistico della dignitas hominis si fondava non tanto sulle sue possibilità di azione terrena, quanto sulla capacità di attingere, attraverso la contemplazione mistica, un mondo sovrumano fatto di luce e di amore. Né mancano segni del nuovo orientamento nel campo propriamente artistico: nel 1470 è stato già scritto il Morgante, estrosa evasione nel mondo di una bizzarra soprarealtà tutta linguistica, mentre cominciano a dipingere e a scolpire pittori e scultori raffinatamente decorativi quali il Baldovinetti, il Botticelli, Antonio Pollaiolo.
A queste nuove tendenze rimane tutt’altro che insensibile, fin dall’inizio del suo soggiorno a Firenze, il giovane Poliziano. Anche perché assillato da preoccupazioni economiche, se non addirittura dalla miseria (il cugino presso cui alloggiava, era uomo povero e “senza aviamento”), egli è ben lontano dall’idea di impegnare la sua intelligenza in una attività indipendente; anzi, fin dai primissimi anni lo vediamo dirigere epigrammi latini di elogio e di supplica ai più autorevoli cittadini, lamentando la propria povertà e offrendo i suoi servigi di poeta, finché non gli si presenta l’occasione più splendida che egli poteva augurarsi, quella di suscitare il benevolo interessamento di Lorenzo de’ Medici. Le qualità del giovane dovettero subito colpire l’occhio acuto del Magnifico. Ma nella casa dei Medici sembra che egli sia entrato solo verso il 1473, quando aveva già composto e dedicato a Lorenzo i due primi libri della sua versione dell’Iliade,e che all’inizio il Magnifico non gli abbia affidato alcun incarico preciso, lasciandolo libero di continuare i suoi studi nella biblioteca medicea, e solo saggiandone le qualità in qualche servizio saltuario di segreteria. L’incarico viene solo nel 1475, quando il Poliziano è scelto quale precettore di Piero, allora fanciulletto di tre anni: sistemazione sicura, rafforzata da donativi e benefici importanti, come la ricca prioria di San Paolo concessagli, dopo molte insistenze, nel 1477. Quanto tale sistemazione non solo non dispiacesse ma costituisse il vero ideale di vita del Poliziano è provato non solo daglientusiastici ringraziamenti in versi e in prosa al suo protettore, che gli aveva assicurato la “vatum pretiosa quies”,la serenità spirituale e la tranquillità economica che erano per lui condizioni essenziali per la creazione poetica, ma ancor più dal fatto che il periodo dal 1473 al 1478, quello cioè passato in casa del Magnifico, corrisponde alla fase poeticamente più viva e originale della sua carriera letteraria.


Fonte: Treccani | www.treccani.it