Amerigo Vespucci :: La Firenze e il mondo di Amerigo

Al tempo di Amerigo, il termine Rinascimento non era ancora in uso. Fu il grande Giorgio Vasari a coniarlo, proprio per ricordare e rievocare nelle sue splendide Vite gli uomini che avevano fatto grande Fiorenza nel mondo: pittori, scultori, architetti straordinari come i loro capolavori.
Giorgio Vasari fu in qualche modo il ministro dei beni culturali della Firenze del granduca Cosimo, che governò come un monarca la Toscana alla metà del Cinquecento.
Cosimo era figlio di Giovanni de’ Medici, capitano delle Bande Nere, eroico combattente della nobile dinastia medicea del ramo del popolano, il cui zio altri non era che Lorenzo di Pierfrancesco, colui che svelò al mondo la scoperta che Amerigo gli aveva descritto nei minimi particolari: la scoperta di un nuovo mondo che da lui stesso prese il nome di America.
Amerigo aveva lasciato Firenze da giovane per trasferirsi a Siviglia e poi a Lisbona, ove per varie vicissitudini ebbe modo di compiere le sue imprese attraverso lo sconfinato mare-oceano. Ma il legame con Firenze, per il tramite di Lorenzo di Pierfrancesco, mai si interruppe.
In età giovanile aveva studiato sotto l’egida dello zio Giorgio Antonio allo studio fiorentino e presso l’accademia neoplatonica di Lorenzo il Magnifico, Marsilio Ficino, Angelo Poliziano, Cristoforo Landino e Pico della Mirandola. Letterati, filosofi, cosmografi, artisti, scienziati, tutte massime espressioni intellettuali della Firenze illuminata dalla signoria medicea, fulgidi apici della cultura umanistica a livello addirittura europeo, che trovarono l’incondizionato favore del Magnifico.
Si può affermare, a ragione, che in quel tempo a Firenze si era riunito tutto il “senno” d’Europa: i grandi umanisti manifestarono una predilezione smisurata, una vera e propria passione per le cose antiche, per le civiltà greca e romana, che erano state cancellate dalla barbarie.
Fu così che l’eredità dell’umano sapere si amplificò e si diffuse ovunque.
Amerigo aveva studiato all’accademia neoplatonica anche con l’amico Pier Soderini, futuro gonfaloniere della repubblica fiorentina e suo referente: i contatti epistolari, le ben note lettere di Vespucci, avviarono in maniera inarrestabile la rivelazione del nuovo mondo nel vecchio continente, attraverso la puntuale descrizione dei suoi viaggi e delle sue scoperte.
L’architetto Filippo Brunelleschi fu l’artefice di palazzi e chiese rinascimentali, da San Lorenzo a Santo Spirito, dagli Innocenti alla Cappella dei Pazzi, ma il suo capolavoro è rimasto ai posteri nelle sembianze della cupola di Santa Maria del Fiore, il duomo di Firenze: una costruzione ardita e innovativa, che per la sua mole ha contraddistinto nei secoli trascorsi il profilo cittadino anche a non breve distanza, tanto da erigersi inconfondibile in innumerevoli ritratti urbani di ogni epoca. Si rammenti che – potrebbe sembrare anomalo – a questa grande impresa di architettura e di ingegneria, prese parte anche un personaggio chiave nelle vicissitudini storiche della scoperta del nuovo mondo: Paolo Dal Pozzo Toscanelli.
Toscanelli, medico, scienziato, umanista, cosmografo, fu una figura di assoluto rilievo nella Firenze quattrocentesca, animata da un incontenibile fervore culturale, capitale delle arti ma anche della geografia.
Nel 1474 è attestato abbia redatto una mappa su espressa commissione del re del Portogallo Alfonso V; essendo il Portogallo, allora, all’avanguardia nelle navigazioni atlantiche, alla ricerca di una più agevole “via delle spezie”, le convinzioni di Toscanelli sulle dimensioni del globo e sulle fattezze dell’ecumene vi trovarono terreno fertile, visto che davano spazio a nuovi itinerari, marittimi, per il Catai, attraverso il misterioso oceano di ponente; sostenne cioè di poter navigare dalle coste europee atlantiche, puntando ad occidente, e così raggiungere senza ostacolo alcuno le Indie “orientali”.
Cristoforo Colombo non fece altro che far propri i dettami cosmografici del Toscanelli per progettare la sua traversata dell’Atlantico, risultando del tutto provvidenziale l’errato computo della dimensione del globo terrestre, nella realtà un quarto più ampia di quella calcolata dal geografo fiorentino: in quel quarto vi era un nuovo continente, il quarto per l’appunto, che Colombo incontrò inaspettatamente sulla sua rotta verso le Indie e che Amerigo svelò come il “mundus novus”.
Nel Quattrocento, Firenze era famosa in tutto il mondo conosciuto, tanto nelle attività commerciali, quanto nelle espressioni artistiche e architettoniche. Nei traffici mercantili la città eccelleva da tempo e intere famiglie dedite ad essi avevano accumulato enormi ricchezze, custodite nelle banche cittadine di proprietà delle famiglie Bardi, Berardi, Peruzzi, Medici e altre ancora.
Anche i Vespucci si erano dedicati alla mercatura e Ser Nastagio destinò il figlio Amerigo all’esercizio dei commerci, da espletare anche con lunghi viaggi e lunghe trasferte. Come Amerigo, in quel tempo, altri giovani fiorentini furono inviati in tutta Europa, dalle famiglie di mercanti e banchieri di appartenenza, ad aprire agenzie di commercio e bancarie; bastino due menzioni: i Portinari, che dal Nord Europa richiamarono a Firenze pittori fiamminghi della levatura di Memling e Van Der Koes, e i Rucellai, che da tempo esportavano sete e stoffe in tutto il continente.
Molte illustri casate fiorentine del periodo rinascimentale stanziarono veri e propri avamposti nella Penisola Iberica, in particolar modo in Andalusia e Portogallo, e in questa veste contribuirono a finanziare le imprese d’oltremare volute dai sovrani spagnoli e portoghesi: oltre alle epocali imprese colombiane vi furono quelle di Amerigo Vespucci, che al servizio dei regnanti iberici ampliò gli orizzonti aperti da Colombo solo qualche anno prima, fino a giungere alle estreme latitudini meridionali dell’odierna America Latina.
Amerigo esplorò e descrisse nelle sue relazioni di viaggio il continente “americano” del sud, dal Venezuela al Brasile e all’Argentina e al ritorno fu ricevuto con tutti gli onori, ottenendo addirittura la carica di Piloto Mayor in Spagna. Suo proposito fu sempre quello di tornare nella sua Fiorenza, per trascorrervi la vecchiaia, ma non fu esaudito anche per la prematura scomparsa, a “soli” (nell’ottica dei nostri giorni) 58 anni: uno dei tanti figli del rinascimento fiorentino, morì a Siviglia nel 1512, lontano dalla città nella quale era nato e nella quale era cresciuto ed aveva appreso quei fondamenti scientifici che lo condussero poi a compiere grandi imprese tanto materiali, quanto intellettive.
L’amico Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, destinatario del suo Mundus novus, morì nel 1503, solo qualche anno prima della pubblicazione vosagense – opera del geografo Martin Waldseemüller e del poeta Matthias Ringmann– della Cosmographiae Introductio e del monumentale planisfero di corredo in dodici stacchi: ed è nel nono stacco che si staglia sul chiaro e uniforme colore continentale, in basso a sinistra, il nome “America”, nella sua prima apparizione storica, derivato – le motivazioni sono esplicate dall’autore senza possibilità di erronea interpretazione – dal nome fiorentino del navigatore che aveva esplorato, percepito e svelato il nuovo continente.
La figura di Amerigo Vespucci, come espressione di una straordinaria vicenda umana e scientifica, assume così grande rilievo per ridefinire e rivalutare, attualizzandoli ai nostri giorni, gli aspetti peculiari della cultura rinascimentale italiana, che sta alla base di tutta la nostra civiltà occidentale; ed è altresì importante per reinquadrare la città di Firenze di allora, come perno del pensiero filosofico, artistico ed economico dell’intera Europa.
All’inizio del Quattrocento, Brunelleschi nell’architettura, Masaccio nella pittura e Donatello nella scultura, avevano rinnovato l’estetica gotica attraverso una nuova sintesi di elementi medievali e greco-romani classici: uno stile rinnovato che, diffusosi in tutto il mondo allora conosciuto, prese appunto il nome di Rinascimento, raggiungendo l’apice nella seconda metà del secolo, quando Lorenzo il Magnifico, storicamente parlando il più illustre rappresentante della stirpe medicea, esercitò una vera e propria signoria sullo stato fiorentino; stimato per le sue doti diplomatiche, amante delle arti e della scienza, collegò Firenze a tutto il mondo, instaurando una rete di filiali bancarie, ambascerie e agenzie commerciali sempre più fitta e capillare.
Fu questo il sostrato sul quale ebbero modo di proliferare le scienze geografiche, in quanto ritenute irrinunciabile strumento per una sempre più esatta conoscenza del mondo circostante, sia in ambiti circoscritti, sia planetari, sia cosmici: da qui l’uso di “cosmografo” ad indicare una sorta di geografo della propria città, dello stato di appartenenza, dell’ecumene, degli astri e dei pianeti dell’universo.
La piena rivalutazione della “geografia”, concepita letteralmente proprio come “disegno della terra”, contribuì alla grande rivoluzione estetica rinascimentale, quando ebbe luogo l’introduzione della prospettiva, tecnica grafica e geometrica derivata dalle proiezioni cartografiche, che il geografo Paolo Dal Pozzo Toscanelli, pure collaboratore del Brunelleschi nei progetti della cupola, applicò per calcolare la distanza che intercorreva, navigando verso occidente, fra l’Europa e l’estremo oriente asiatico, al fine di buscar el levante por el poniente. Cristoforo Colombo si basò proprio su questa concezione toscanelliana e sulle sue indicazioni cartografiche per realizzare il sogno, a lungo cullato e a lungo rimasto nel cassetto, di raggiungere le Indie navigando verso ovest.
Calandoci ora nello storico quartiere di Santa Maria Novella, più precisamente nel borgo di Ognissanti, ecco che ancora oggi possiamo percepire la presenza in loco dei Vespucci, ivi stanziatisi, presso il corso dell’Arno, fin dal XIV secolo: nella chiesa di San Salvatore si trovano epigrafi sepolcrali della famiglia e opere d’arte che, fra gli altri, ritraggono un Amerigo molto giovane, adolescente.
Allora, in quella parte di Firenze vi erano le botteghe degli artisti del Rinascimento. Lo scultore Andrea Verrocchio era inquilino di un cugino di Amerigo e presso la sua bottega, concorrente di quella del Pollaiolo, venivano ad esercitarsi artisti eccelsi come Leonardo Da Vinci; e la bottega del Verrocchio confinava con quelle di Alessandro Botticelli e di Domenico Ghirlandaio.
Amerigo, dunque, visse a Firenze la sua età giovanile e la sua formazione, circondato da una importante schiera di talenti straordinari che influenzarono la sua futura visione del mondo, in una Firenze “illuminata”, che, volta al riappropriarsi delle radici greco-romane, stava precorrendo la modernità.
Buona parte del complesso edilizio di pertinenza dei Vespucci, inglobante anche le residenze familiari, divenne ben presto spedale di accoglienza per i poveri, titolato dapprima a Santa Maria dell’Umiltà, poi a San Giovanni di Dio: rimasta per secoli una delle maggiori strutture ospedaliere di Firenze, fu donata da Simone Vespucci alla cittadinanza per le cure dei più bisognosi, esattamente il 12 luglio 1400.
A Firenze Amerigo Vespucci trascorse quasi quarant’anni della sua vita e si trasferì a Siviglia ormai non più giovane, nel 1492, guarda caso l’anno fatidico per le grandi scoperte, l’anno del giro di boa, l’anno comunemente considerato l’avvio dell’Evo Moderno. Nella città andalusa divenne oltretutto uno dei protagonisti finanziari delle spedizioni di Cristoforo Colombo, in società con il mercante fiorentino Giannotto Berardi. Ma Amerigo, uomo colto e di larghe vedute, che aveva respirato appieno il fervore umanistico, non si fermò al solo arricchimento materiale, che non poteva gratificare nel profondo l’uomo che si era appena riscoperto nelle sue potenzialità. Decise, dunque, di imbarcarsi.
Ecco come lui stesso racconta questa sua decisione:

Ho conosciuto le continue preoccupazioni e pericoli che l’uomo ha nel procurarsi le ricchezze, e allora decisi di lasciare l’arte della mercanzia e porre lo scopo della mia vita in qualcosa di più nobile e che dura nel tempo e nella storia. Mi preparai ad andare a scoprire il mondo e le sue meraviglie.
Salpato nel maggio del 1499, giunse inconsapevolmente ad esplorare un’immensa fascia costiera di una sconfinata terra, da Maracaibo fino al Rio delle Amazzoni, ove iniziò a prender consapevolezza di una entità continentale del tutto nuova, mai contemplata nello scibile geografico dell’antichità. Ed è veleggiando lungo le coste del Lago di Maracaibo che pensò di battezzare la terra che vi si affaccia «Veneziola» (da cui l’ispanico Venezuela): gli fu suggerito dai numerosi villaggi indigeni eretti in loco su palafitte, che gli richiamarono alla memoria la città di Venezia.
La supposizione che tutte le terre, che stava esplorando, non appartenessero – come invece imperterrito continuava a sostenere Colombo – alle Indie orientali di pari passo si faceva strada e prendeva corpo nell’illuminata mente. All’intuizione che oltre ad Europa, Africa ed Asia, vi fosse un altro immenso continente, pieno di «maraviglie», presto si sostituì la convinzione di essere di fronte ad un «nuovo mondo», come egli volle definire nella lettera a Lorenzo di Pierfrancesco dei Medici, suo nobile amico e referente. Inviare una missiva ufficiale a Firenze, allora, significava diffonderne in breve i contenuti in tutta Europa ed, infatti, l’opinione pubblica rimase stupita dalle incredibili descrizioni che vi erano narrate. Dovevano essere ridisegnati tutti gli atlanti, tutti di impronta tolemaica, fino ad allora ritenuti attendibili e completi, tutti vecchi di oltre un millennio ed ora ritenuti ancorati ad un troppo ristretto scibile geografico.
Il 13 maggio 1501 Vespucci partì da Lisbona, per il suo terzo viaggio secondo la tradizione, sotto i vessilli portoghesi. Navigò per migliaia e migliaia di chilometri in oceani ignoti ed esplorò terre mai viste prima da nessuno. Come per molti altri che lo seguirono, volle attribuire ai luoghi che visitava nomi che in qualche modo avessero un fondamento. Ad esempio, nelle sue relazioni racconta di aver gettato, il 1 novembre 1501, l’ancora in una baia, e, per attinenza alla festività cattolica e verosimilmente anche al borgo fiorentino di nascita, di averla denominata “Baia di tutti i Santi”, ove oggi si affaccia Salvador de Bahia de todos os Santos. Il 1 gennaio, invece, narra di essere approdato presso uno splendido golfo dove ritenne sfociasse un grande fiume e, considerata la data, di averlo chiamato “fiume di gennaio”, l’odierna Rio de Janeiro. In poche parole possiamo dire a ragione che Amerigo sia il navigatore che ha scoperto, nella storia, la maggiore estensione di territori costieri.
Il tedesco Martin Waldseemüller, erudito cartografo lorenese, nel 1507 riportò su carta, una monumentale carta, il profilo ormai continentale delle terre scoperte da Vespucci nelle sue lunghe esplorazioni. Nel planisfero cordiforme trovò spazio, seppur non ancora adeguato alla realtà geografica, un nuovo continente contraddistinto nella sua parte australe con un nome che divenne subito marchio indelebile: «America», ovvero “Terra di Amerigo”.
Prima la scoperta colombiana e poi la rivelazione vespucciana del nuovo mondo rappresentarono una sorta di traguardo del Rinascimento, ove economia, politica, cultura, arte e fede si trovarono unite, volte a porre le basi della modernità e della nostra civiltà occidentale.
La storia di Firenze e dell’America si lega indissolubilmente, da allora, alla figura di Vespucci, simbolo dell’ingegno e dell’eccellenza di quella Età dell’Oro. Amerigo morì a Siviglia con il titolo onorifico di Piloto Mayor, riconosciuto dagli imperi sia spagnolo sia portoghese.
Stimato ed onorato ai suoi tempi non solo come intrepido navigatore, ma anche come insigne cosmografo, ha affidato ai posteri le sue irripetibili gesta, che condussero alcuni studiosi ad attribuire un nome al quarto continente, ben più esteso della vecchia Europa, veicolando al femminile il suo nome fiorentino.
Questo breve excursus storico sulla figura di Amerigo Vespucci è stato dettato da impellenti esigenze di salvaguardia della memoria del nostro migliore passato, tutte tese a dedicargli un luogo destinato a raccogliere i numerosissimi documenti, cartografie e dipinti che in qualche modo ne testimonino le imprese, unitamente a quelle dei grandi navigatori toscani ed italiani.
E per la creazione di un simile spazio museale, il luogo sicuramente più adatto altro non può essere che l’edificio di Borgognissanti, secolare sede dell’antico Ospedale di San Giovanni di Dio e casa natale di Amerigo Vespucci.