Amerigo Vespucci :: Spedizioni :: 1497: Primo viaggio

Partono con quattro navi sotto il comando di Alonzo de Ojeda il 16 maggio 1497 da Cadice, fanno sosta e rifornimento alle Canarie (28° Nord e estremo confine del mondo abitato) e dopo otto giorni riprendono il mare con rotta ovest-sudovest.
La traversata dell’Atlantico dura più di un mese e quando avvistano terra sono a 16° Nord.
La riva si prolunga verso ovest e la spedizione la costeggia alla ricerca di un buon ancoraggio. Su un moderno atlante geografico troviamo che una costa con l’andamento descritto può essere solo quella dell’Honduras a partire dal Capo Gracias a Dios.
Il primo sbarco è effettuato con le cautele del caso: gli spagnoli si portano dietro il loro equipaggiamento di armi ma non serve; i nativi sono timorosi e solo dopo ripetuti allettamenti con oggetti sconosciuti e avvincenti (campanelli, specchietti e collanine rilucenti) si lasciano avvicinare.
Rotto il ghiaccio, i rapporti sono subito buoni e gli indigeni vanno incontro a nuoto ai battelli che, il giorno successivo, riportano a terra gli spagnoli.
Una lunga descrizione degli usi e dei costumi indigeni ci mostra una popolazione che vive dei prodotti della terra (frutta, verdura e radici) con legami familiari e sociali molto blandi (non hanno proprietà), che trova una certa coesione solo quando combattono le tribù nemiche e che pratica il cannibalismo.
È una realtà completamente differente dalla terra fortemente antropizzata dalla quale provengono i viaggiatori.
Le varie tribù che incontrano vivono in capanne su palafitte e dal tetto di foglie di palma, dormono su amache, girano sempre nude e si adornano con penne multicolori.
La spedizione prosegue, sempre navigando lungo costa e dando fondo e sbarcando là dove è possibile con una certa sicurezza.
Gli incontri coi nativi non sono sempre pacifici e c’è la descrizione di uno scontro nel quale le armature e le spade fanno la differenza e consentono la vittoria agli spagnoli.
Man mano che si susseguono gli approdi, dopo navigazioni di pochi giorni, lo scenario non cambia: una natura verdeggiante popolata da animali sconosciuti e selvatici, che non hanno attinenze con quelli conosciuti in Europa.
Quando i rapporti coi nativi sono buoni si organizzano spedizioni all’interno guidate dalle popolazioni locali, che ospitano e accolgono i visitatori con rispetto e curiosità.
Il lungo itinerario si snoda lungo le coste del Golfo del Messico ed a un certo punto si rendono conto che occorre fare manutenzione alle navi.
Ricordiamo che gli scafi in legno soffrivano oltre che del comune degrado (tenuta all’acqua e incrostazioni della flora subacquea) anche della teredine, che rodeva il legno scavando lunghe gallerie e lo indeboliva fino a portare la struttura al collasso.
Per fare manutenzione e tamponare i difetti delle navi è necessario tirarle in secca e la spedizione, dopo tanto viaggiare, è giunta in un porto descritto come il migliore del mondo. Qui viene costruito un fortino e fatta manutenzione agli scafi. La popolazione è molto ospitale e rifornisce di viveri la spedizione che, per sdebitarsi, si accorda per effettuare una battuta contro i loro nemici storici che abitano su isole a pochi giorni di navigazione in direzione est-nordest.
Vanno dunque verso le Bermude e approdano a Iti (quelli che pensano che Iti debba essere Haiti, forse per l’assonanza, non hanno mai navigato in Corsica e in Sardegna dove sono molto numerosi gli isolotti e gli scogli che hanno tutti lo stesso nome: Isola Rossa).
Dopo due giorni di scontri, che si concludono con la cattura di 250 nemici ridotti in schiavitù, la spedizione lamenta la perdita di un marinaio e il ferimento di altri ventidue.
Infine il rientro in Spagna, con l’arrivo a Cadice il 18 ottobre 1498 dopo diciassette mesi di lontananza dei quali ben quindici trascorsi in navigazione.
La descrizione di questo viaggio non fornisce molti elementi geografici; solo, di quando in quando, la misura delle distanze coperte o la durata di qualche spostamento. 2800 miglia di coste esplorate, delle quali sono stati fatti i rilievi (come afferma e disegna il Waldseemüller), non è lavoro da poco, bensì dimostra l’esistenza di una precisa organizzazione e di una costante e attenta applicazione.