Amerigo Vespucci :: Spedizioni :: 1501: Terzo viaggio

La partenza avviene nel maggio 1501 e le tre navi, che compongono la flotta, scendono lungo le coste africane ben oltre le Canarie fino a raggiungere Dakar. Qui incontrano una delle quattro navi, che hanno costituito la flotta di Vasco da Gama, di ritorno dalle Indie Orientali e Vespucci raccoglie le notizie su quelle terre che sono state raggiunte con la prima circumnavigazione dell’Africa e ne dà notizia a Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici.
Una dettagliata memoria sugli approdi e sulle scoperte appena compiute da quell’altra spedizione portoghese completa questa lettera; il resoconto del resto del viaggio in America è invece oggetto di una missiva che sarà inviata solo al ritorno in Portogallo.
La traversata dell’Atlantico è piuttosto lunga: 64 giorni prima di avvistare terra ed altri tre giorni prima di poter approdare. È stata una navigazione molto travagliata perché ha solcato le latitudini delle calme equatoriali proprio quando in quelle zone si formano i cicloni e ben quarantaquattro giorni sono stati di tempesta.
L’incontro con gli indigeni è foriero di sventura: tre marinai vengono catturati, uccisi e divorati e gli equipaggi non vengono autorizzati a vendicarne la morte: devono ripartire in direzione est-sudest.
La navigazione in condizioni climatiche avverse rende problematica ai piloti (pilota = pratico, in portoghese) la determinazione del punto nave e solo Vespucci, con le sue conoscenze astronomiche, è in grado di calcolarlo. I nuovi territori, che vanno scoprendo, sono abitati da nativi che vivono allo stato naturale: girano nudi, abitano in capanne di tronchi e foglie, si adornano con pietre, conchiglie e ossa, praticano il cannibalismo e vivono una lunga vita (130 anni) se non hanno incidenti.
La natura è amena, gli alberi sono sempreverdi e producono frutti saporiti, gli animali sono tutti selvatici e il piumaggio colorito e il canto armonioso degli uccelli stupiscono gli esploratori.
Dopo 2650 miglia di navigazione i portoghesi hanno constatato che i metalli scarseggiano, c’è solo un poco d’oro che proviene dall’interno e la costa prosegue nella stessa direzione di quella finora seguita e non mostra variazioni delle sue risorse: la spedizione decide di cambiare il modus operandi per individuare o un territorio con risorse meglio sfruttabili o l’estremità meridionale di quel continente.
Incaricano Vespucci di stabilire la rotta e si inoltrano in alto mare, diretti a sud. È la stessa procedura seguita da Diaz, in Africa, per superare i venti contrari e arrivare oltre il Capo di Buona Speranza. Si allontanano da terra a metà febbraio, cioè agli inizi dell’autunno per l’emisfero meridionale, e restano in mare per un mese e mezzo percorrendo 1600 miglia, finché una tempesta non li costringe a ritornare sui propri passi e a intraprendere la strada del rientro.
Dalle osservazioni di Amerigo sappiamo che sono arrivati fino a 52° Sud e che, tempesta durante, hanno costeggiato un territorio brullo e senza ridossi, probabilmente le coste della Patagonia Argentina dove l’altipiano Gran Central incontra l’Oceano. Nelle condizioni in cui si trovano, navigazione di sopravvivenza, sono più attenti ad implorare la Grazia Divina che a fare rilievi cartografici e infatti il planisfero del Waldseemüller non riporta terre oltre il 32° Sud.
Continuano la navigazione per 800 miglia, poi attraversano l’Atlantico e approdano in Sierra Leone; qui danno alle fiamme una nave ormai inutilizzabile, prendono fiato e ripartono per le Azzorre e infine per Lisbona, dove arrivano agli inizi di settembre (1502).
Anche nei documenti che raccontano questo viaggio i dati cartografici sono pochissimi: solo stime delle distanze percorse e i tempi degli spostamenti. Grande rilevanza hanno, invece, le descrizioni degli indigeni e dei loro costumi di vita, la descrizione della natura vegetale e animale, la descrizione del cielo e delle stelle che vi brillano.
Alcuni dettagli ci permettono di intravedere il lavoro svolto: l’accenno al fatto che il re fosse in possesso del diario di bordo conferma l’esistenza di un documento, nel quale erano state registrate le osservazioni (costiere e stellari) di Vespucci; il ricordare i due precedenti viaggi compiuti per la Spagna conferma (se mai ce ne fosse bisogno) le spedizioni del 1497 e del 1499; il sottolineare di aver percorso oltre 1⁄4 della circonferenza terrestre ribadisce il superamento dei 50° Sud.
Anche nel cosiddetto frammento Ridolfi (la cui autenticità non è mai stata messa in dubbio) sono ripetute le stesse affermazioni e sono descritte le osservazioni stellari, le osservazioni sul clima, le stagioni, l’inclinazione dell’asse terrestre, le osservazioni sulle popolazioni trovate oltre l’ecumene e sul colore della loro carnagione. Sono anche citati gli almanacchi di Zacuti (riferito a Salamanca) e del Regiomontano (riferito a Ferrara) e le Tavole Alfonsine (riferite a Toledo).
Tutte osservazioni che a noi sembrano ovvie, ma che ovvie non erano cinquecento anni fa quando ancora si credeva a un universo geocentrico e veramente pochi erano quelli che possedevano una cultura scientifica e le capacità di metterla a frutto.