Amerigo Vespucci :: Spedizioni :: 1503: Quarto viaggio

Trascorso l’inverno a Lisbona e ripresosi dalle fatiche del viaggio appena concluso, Vespucci si appresta a ripartire. Questa volta la meta è molto più lontana: si tratta di circumnavigare l’Africa e raggiungere le Indie orientali. Una delle località da raggiungere è Malac, punto di smistamento delle merci di quei lontani mercati, che Vespucci situa a occidente di Calicut e pochi gradi a sud di quella città.
Il nome porta a pensare alla penisola di Malacca, ma osservando con attenzione il planisfero del Waldseemüller si può vedere, in corrispondenza del nord della Somalia e proprio dove in questi tempi i moderni pirati portano le navi sequestrate, un «Malac emporium», che corrisponde come posizione a quello citato dal Vespucci.
Solo l’osservazione di una carta geografica contemporanea ai viaggi, dei quali stiamo parlando, può offrire soluzioni e spiegazioni: se utilizzassimo carte moderne avremmo soluzioni discordanti o addirittura impossibili.
Anche questa volta la flotta, composta da sei navi, salpa da Lisbona agli inizi della bella stagione: è il 10 maggio 1503. Il comandante generale è Gonzalo Cohelo e Vespucci è il comandante di una delle navi. Partono diretti per le Isole di Capo Verde (possedimento portoghese) e vi si fermano per i rifornimenti prima della traversata; per mostrare bandiera o, come sostiene Amerigo, per dimostrare l’autorità del capo, vanno fino in Sierra Leone ma, impossibilitati ad ormeggiare per il tempo avverso, prendono il largo per raggiungere il punto atto a compiere la virata necessaria per puntare sul Capo di Buona Speranza. Questa volta, forse perché sono partiti così bassi sull’Equatore, non tutto va liscio: si imbattono in un’isola sconosciuta e, quel che è peggio, la nave più grande finisce su un banco roccioso e si sfascia.
Tutti si danno da fare per salvare il salvabile ed anche dalla nave di Vespucci si invia in soccorso il battello armato con nove nocchieri. Un ordine del comandante in capo distacca proprio la nave di Vespucci a cercare un buon ancoraggio sulla vicina isola e così questa, senza il proprio battello, si allontana. Trovato un buon ridosso si ancorano e aspettano per alcuni giorni l’arrivo delle altre navi.
Passati ben otto giorni ecco apparire una nave, salpano, le vanno incontro e apprendono che le altre tre sono partite. Con l’unico battello della nave compagna sbarcano sull’isola per fare provviste poi dirigono per la baia di Tutti i Santi, luogo di riunione previsto nel caso la flotta fosse stata dispersa da una tempesta.
La distanza (960 miglia) e il tempo impiegato (17 giorni) ci danno un’ulteriore conferma della bassa velocità d’avanzo delle navi: 2,5 nodi. L’attesa dura ben due mesi, poi, dato che le altre navi non arrivano, decidono di avventurarsi ancora verso sud e navigano per ulteriori 830 miglia. Siamo all’inizio dell’estate australe, le navi si fermano per cinque mesi per costruire un fortino, dove insediare una prima colonia costituita dai 24 marrani (ebrei convertiti al cristianesimo), imbarcati sulla nave persa all’isola Fernando de Noronha e salvati dalla nave che accompagna quella di Vespucci, e per imbarcare un carico di legname che consenta di rientrare dalle spese.
Ai primi di aprile salpano alla volta del Portogallo e arriveranno a Lisbona dopo settantasette giorni, il 18 giugno 1504.
Le accoglienze sono calorose oltre ogni aspettativa, perché, seppure sia giunta notizia che tutte e sei le navi si siano perse, queste due sono riuscite a tornare.
I viaggi sono finiti, forse ce ne sarà un altro ma ha poca importanza, perché non ne abbiamo la cronaca e del resto si svolge in luoghi già visitati.
Vespucci rientra a Siviglia, si sposa e dopo qualche tempo viene nominato Piloto Mayor per il Regno di Spagna. È un incarico tecnico che ben dimostra l’apprezzamento nei suoi riguardi e delle sue capacità: dovrà compilare il Patron Real, la carta ufficiale e segreta di tutti i territori di nuova scoperta, insegnare ai futuri comandanti delle navi destinate alla traversata atlantica come fare il punto nave, abilitare i comandanti ritenuti idonei.
In conclusione ritengo che le lettere, sia quelle copiate a mano sia quelle riprodotte a stampa, riportino più o meno fedelmente quanto scritto dal Vespucci; quanto differiscano dal vero non lo sapremo finché non troveremo le originali o i suoi diari di bordo.
Che le cifre non siano identiche nelle differenti copie o che alcune copie contengano frasi assenti in altre non è motivo sufficiente per mettere in discussione i quattro viaggi a fronte dell’affermazione del Waldseemüller che il nuovo mondo è stato disegnato sulla base dei dati avuti dal Vespucci (con le sole lettere non si può neanche disegnare il profilo del Sud America); invece sul planisfero troviamo delineate anche le coste del Centro e del Nord America, con fiumi e promontori contrassegnati con i loro nomi.
Anche il disegno del cielo australe di Albrecht Dürer (pubblicato nel 1513 e per il quale non viene dichiarata l’origine dei dati utilizzati per individuare e posizionare le stelle) dimostra che quei rilievi erano stati precedentemente eseguiti; la collocazione temporale di quell’opera porta a attribuirli al Vespucci, il solo che scrisse di aver registrato, con costanza e determinazione, la posizione delle stelle e i loro movimenti nel cielo.
Continuare a dibattere su una problematica che trova la sua ragion d’essere nella difficoltà di consultare la documentazione esistente, ma dispersa nel mondo, sarà sempre più difficile perché utilizzando i nuovi media si possono raccogliere tutte le informazioni e verificare quanto affermato nel passato quando le fonti erano scarse e difficilmente raggiungibili.
Tutto ebbe inizio nel 1601, quando lo storico della corte spagnola, Antonio Herrera y Tordesillas, pubblicò la Historia de los Hechos de los Castellanos en las Mas y Tierra Firme del Mar Oceano que llaman Indias Occidentales; l’opera è basata sui libri scritti da Bartolomé de las Casas sulla storia delle Indie, sarebbero rimasti sconosciuti fino al 1875, anno della loro prima pubblicazione, perché l’Autore li aveva secretati per quaranta anni dalla data del loro completamento (1561).
Bartolomé de las Casas aveva vissuto una vita molto avventurosa: era andato a Hispaniola con Cristoforo Colombo nel 1502, aveva fondato una comunità sulle coste del Venezuela nel 1517, era divenuto difensore degli Indios presso la corte spagnola con il sostegno di Diego Colombo nel 1522, era stato frate domenicano nell’America Centrale nel 1532, era stato nominato vescovo (il primo del Chiapas) nel 1544, era dovuto rientrare dal Messico in Spagna per l’ostilità della comunità spagnola locale, era stato nominato storico di corte da Carlo V, aveva pubblicato la Brevissima relation de la distruccion de las Indias nel 1552 e successivamente scritto la Historia general de las Indias.
Nel leggere la Brevissima relation […], un centinaio di pagine grondanti sangue e orrori, si finisce per considerare l’opera come il frutto di una visione integralista della realtà, perché i buoni (gli indios) sono sempre buoni e i cattivi (i funzionari spagnoli) sempre troppo feroci e disumani: forse era il modo di predicare di quei tempi ma al lettore di oggi quello scritto fa venire in mente le predicazioni di un altro frate, Girolamo Savonarola, e la sua brutta fine.
Sono andato a cercare quanto Bartolomé de las Casas aveva scritto nella Historia general de las Indias e ho trovato: «[…] è bene ora constatare l’offesa e l’ingiustizia che sembra che Amerigo Vespucci abbia fatto all’Ammiraglio, o coloro che hanno pubblicato “Le quattro navigazioni”, attribuendo la scoperta del continente a lui stesso senza menzionare nessun altro se non lui.
A causa di ciò tutti gli stranieri che scrivono di queste Indie in latino o nella loro lingua materna o che disegnano carte e mappe, chiamano il continente America come se fosse stato scoperto da Amerigo per primo. Poiché Amerigo era un latinista e un parlatore, lui sapeva come valorizzare il suo primo viaggio e come accreditarsene come comandante in capo.
Egli era solo uno di quelli intorno al comandante Alonso de Hojeda, forse come marittimo o forse come commerciante finanziatore della spedizione, ma si è assicurato la notorietà col dedicare le navigazioni al Re Renato di Napoli. Di sicuro queste navigazioni usurpano ingiustamente l’onore e il privilegio di essere stato il primo all’Ammiraglio che con il suo lavoro, col suo impegno e col sudore della sua fronte, ha dato alla Spagna e al resto del Mondo la conoscenza di quel continente e delle Indie Occidentali.
La Divina Provvidenza ha riservato questo onore e privilegio all’Ammiraglio Cristoforo Colombo e non a altri. Per questo motivo nessuno può pensare di usurpare il credito per se stesso o per altri senza errore, ingiustizia e offesa nei confronti dell’Ammiraglio e di conseguenza senza offesa a Dio […]».
In aggiunta il Las Casas osservava che l’edizione originale italiana in cui era narrato il primo viaggio di Vespucci, quello del 1497, che è alla base per assegnare il primato dello sbarco sul continente, riportava che l’atterraggio era avvenuto in un posto chiamato Lariab e non Paria. Ora è stato dimostrato che la modifica tipografica del cambio del nome in Paria era stata fatta, in primis, nell’edizione latina. Dunque il Las Casas non escludeva il primo viaggio, diceva solo che era approdato in un territorio chiamato Lariab; ciò fa pensare che se il Waldseemüller avesse utilizzato l’edizione italiana anziché quella latina, avrebbe dato il nome Lariab anziché Parias a quello che oggi è lo Yucatan; bisogna anche ritenere che il Las Casas conoscesse approssimativamente l’edizione latina perché confondeva il Duca di Lorena con il Re di Napoli.
Come sopra già detto, l’Herrera nella Historia de los Hechos […] riprese molte parti del lavoro del Las Casas, forse perché ancora inedito, trascrivendone ampi brani e altrettanto fece con le opere dei tanti altri storici, di cui erano già stati pubblicati numerosi scritti alla fine del 1500.
Erano gli anni nei quali il Granduca di Toscana, Ferdinando I, virò la politica del suo stato da filo-spagnola in filo-francese, appoggiando il futuro re di Francia, Enrico IV (quello del «Parigi val pure una messa!»), al quale avrebbe concesso in moglie Maria de’ Medici accompagnata con una sostanziosa dote.
Non so quanto le vicende politiche contemporanee possano aver influito sullo storico di corte, ma mentre in Italia lo Stradano glorificava le imprese di Colombo e di Vespucci, in Spagna l’Herrera divulgava l’idea che Vespucci avesse rubato la gloria di Colombo e aggiungeva, sul primo viaggio di Vespucci, l’ipotesi che fosse solo un’invenzione, realizzata intenzionalmente con l’anticipare la data del viaggio e perpetrata allo scopo di attribuirsi il merito della scoperta.
L’opera di Herrera ebbe vasta risonanza e venne tradotta in latino, in francese e in inglese. Erano gli anni in cui si stava diffondendo la ‘leggenda nera’, un insieme di scritti tutti tesi a screditare il comportamento degli spagnoli nelle loro conquiste territoriali nel Nuovo Mondo (un po’ come i film americani successivi alla II guerra mondiale quando trattano dei giapponesi).
Tale leggenda era sostenuta dall’Inghilterra, che non riconosceva alcuna validità alle Bolle Papali sulla divisione del mondo tra i due regni iberici (la Spagna e il Portogallo); il fatto che scrittori spagnoli polemizzassero con quella che era la storia fino ad allora conosciuta ben si accordava con quell’intento (ricordiamo anche padre Pedro Simon, che nel 1627 aveva auspicato la distruzione di tutti gli scritti e di tutte le carte ove fosse impresso il nome America).
Il lavoro dell’Herrera fu utilizzato dallo scozzese William Robertson che, nel 1777, stampò in tre volumi The history of America, libri che sono alla base dei moderni testi, in lingua inglese, di quella parte della Storia: così prese corpo quella tradizione negativa sui viaggi del Vespucci che tuttora ancora aleggia.
Sappiamo che le affermazioni negative hanno maggior impatto di quelle positive, ma ora che è possibile e relativamente facile fare un esame comparato dei documenti dell’epoca la verità potrà affermarsi compiutamente e che questo sia affermato nell’anno del V centenario dalla scomparsa di Amerigo Vespucci può essere un modo per solennizzare la ricorrenza.