Amerigo Vespucci :: Lettere :: 18 luglio 1500

Lettera a Lorenzo di Per Francesco

Magnifico Signor mio Signore.
È gran tempo fa, che non ho scritto a Vostra Magnificenza, e non lo ha causato altra cosa, né nessuna, salvo non mi essere occorso cosa degna di memoria.
E la presente serve per darvi nuova, come circa di un mese fa, che venni dalle parti della India per la via del mare Oceano, con la grazia di Dio a salvamento a questa Città di Sibilia: e perché credo, che Vostra Magnificenza avrà piacere d’intendere tutto il successo del viaggio, e delle cose, che più maravigliose mi sono offerte.
E se io sono alcuno tanto prolisso, pongasi a leggerla, quando più di spazio estarà, o come frutta, dipoi levata la mensa. V. M. saprà, come per commissione dell’Altezza di questi Re di Spagna mi partii con due caravelle a’ XVIII di Maggio del 1499 per andare ad iscoprir alla parte Dello noveste112, idest per la via della marozeana; e presi mio cammino a lungo della costa d’Africa, tanto che navigai alle Isole fortunate, che oggi si chiamano le Isole di Canaria: e dipoi d’avermi provvisto di tutte le cose necessarie, fatta nostra orazione, e preghiere, fecemo vela di un’Isola, che si chiama la Gomera, e mettemmo la prua per il libeccio, e navigammo XXIIII dì con fresco vento, senza vedere terra nessuna, e al capo di XXIIII dì avemmo vista di terra, e trovammo avere navigato al pié di 1300 leghe discosto dalla Città di Calis per la via di libeccio.
Vista la terra demmo grazie a Dio, e buttammo fuora le barche, e con XVI uomini, fummo a terra, e la trovammo tanto piena d’alberi, che era cosa maravigliosa non solamente la grandezza di essi, ma della verdura, che mai perdono foglie, e dell’odor suave, che d’essi, saliva, che sono tutti aromatici, davano tanto conforto all’odorato, che gran recreazion pigliavamo d’esso.
E andando con le barche a lungo della terra per vedere se trovassimo disposizione per saltare in terra, e come era terra bassa travagliammo tutto il dì fino alla notte, e mai trovammo cammino, né disposizione per entrar dentro dentro in terra; che non solo ce lo difendeva la terra bassa, ma la spessitudine degli arbori; di maniera che accordammo di tornare a’ navili, e d’andare a tentar la terra in altra parte: e una cosa maravigliosa vedemmo in questo mare, che fu, che prima che allegassimo a terra a 15 leghe, trovammo l’acqua dolce come di fiume, e levammo di essa, ed empiemmo tutte le botte vote, che tenevamo. Giunti che fummo a’ navili levammo l’ancore, e facemmo vela, e mettemmo la prua per mezzo; perché mia intenzione era di vedere se potevo volgere uno cavo di terra, che Ptolomeo nomina il Cavo di Cattegara113, che è giunto con il Sino magno, che però mia opinione non stava molto discosto da esso, secondo i gradi della longitudine, e latitudine, come qui a basso si darà conto. Navigammo per il mezzo, a lungo di costa vedemmo salir della terra due grandisslmi rii, o fiumi, che l’uno veniva dal ponente, e correva a levante, e teneva di larghezza quattro leghe, che sono sedici miglia, e l’altro correva dal mezzodì al settentrione, ed era largo tre leghe, e questi due fiumi credo, che causavano essere il mare dolce a causa della loro grandezza.
E visto, che tuttavia la costa della terra si trovava essere terra bassa, accordammo d’entrare in uno di questi fiumi con le barche, e andar tanto per esso, che trovassimo o disposizione di saltare in terra, o popolazione di gente; e ordinate nostre barche, e posto mantenimento in esse per quattro dì con 20 uomini bene armati ci mettemmo per il rio, e per forza di remi navigammo per esso, a pié di due dì, opera di diciotto leghe, tentando la terra in molte parti, e di continuo la trovammo essere continuata terra bassa, e tanto spessa d’alberi, che appena un uccello poteva volare per essa; e così navigando per il fiume vedemmo segnali certissimi, che la terra a dentro era abitata: e perché le caravelle restavano in luogo pericoloso, quando il vento fussi saltato alla traversia, accordammo al fine de’ due dì tornarci alle caravelle, e lo ponemmo per opera.
Quello, che qui viddi fu, che vedemmo una bruttissima cosa d’uccelli di diverse forme, e colori, e tanti pappagalli, e di tante diverse sorte, che era maraviglia; alcuni colorati come grana114, altri verdi, e colorati, e limonati, e altri tutti verdi, e altri neri, e incarnati115, e il canto degli altri uccelli, che istavano negli alberi era cosa tam suave, e di tanta melodia, che ci accadde molte volte istar parati116 per la dolcezza loro.
Gli alberi loro sono di tanta bellezza, e di tanta soavità, che pensammo essere nel Paradiso terrestre, e nessuno di quelli alberi, né le frutte di essi tenevano conformità co’ medesimi di questa parte, e per il fiume vedemmo dimolte gente pescare, e di varie deformitate.
E giunti, che fummo a’ navili ci levammo facendo vela, tenendo la prua di continuo a mezzodì; e navigando a questa via, e stando larghi in mare, al piè di quaranta leghe, riscontrammo una corrente di mare, che correva di scirocco al maestrale, che era tam grande, e con tanta furia correva, che ci misse gran paura, e corremmo per essa grandissimo pericolo.
La corrente era tale, che quella dello Stretto di Gibilterra, e quella del Farro di Messina, sono uno stagno a comparazion di essa d’un modo, che come ella ci veniva per prua, non acquistavamo cammino nessuno, ancora che avessimo il vento fresco; di modo che visto il poco cammino che facevamo, e il pericolo in che stavamo, accordammo di volger la prua al maestrale, e navicare alla parte di settentrione.
E perché, se ben mi ricordo, Vostra Magnificenza so che intende alcuntanto di cosmografia, intendo descrivervi quanto fummo con nostra navigazione per via di longitudine, e di latitudine: dico, che navicammo tanto alla parte di mezzodì, che entrammo nella torrida zona, e dentro del circolo di Cancer: e avete di tener per certo, che infra pochi dì, navicando per la torrida zona, avemmo viste di quattro ombre del Sole, in quanto il Sole ci stava per zenit a mezzodì, dico, stando il Sole nel nostro meridione, non tenevamo ombra nessuna, che tutto questo mi accadde molte volte mostrarlo a tutta la compagnia, e pigliarla per testimonio a causa della gente grossaria117, che non sanno come la spera del Sole va per il suo circolo del zodiaco; che una volta vedevo l’ombra al meridione, e altra al settentrione, e altra all’occidente, e altra all’oriente, e alcuna volta un’ora, o due del dì non tenevamo ombra nessuna.
E tanto navigammo per la torrida zona alla parte d’austro, che ci trovammo istar di basso della linea equinoziale, e tener l’un polo, e l’altro al fin del nostro orizonte, e la passammo di sei gradi, e del tutto perdemmo la stella tramontana; che appena ci si mostravano le stelle dell’Orsa minore, o per me’ dire le guardie, che volgono intorno al Firmamento: e come desideroso, d’essere autore, che segnassi la stella del Firmamento dell’altro polo, perdei molte volte il sommo di notte in contemplare il movimento delle stelle dell’altro polo, per segnar quanto di esse tenessi minor movimento, e che fussi più presso al Firmamento, e non potetti con quante male notti ebbi, e con quanti strumenti usai, che fu il quadrante, e l’astrolabio.
Non segnai stella, che tenessi men che dieci gradi di movimento all’intorno del movimento, dimodoché non restai satisfatto in me medesimo di nominar nessuna, essendo il polo del meridiono118 a causa del gran circolo, che facevano intorno al Firmamento: e mentre che in questo andavo, mi ricordai di un detto del nostro Poeta Dante, del quale fa menzione nel primo Capitolo del Purgatorio, quando finge di salire di questo emisperio, e trovarsi nell’altro, che volendo descriver il polo Antartico dice:

Io mi volsi a man destra, e posi mente
All’altro polo, e vidi quattro stelle
Non viste mai, fuor che alla prima gente:
Goder pareva il Ciel di lor fiammelle,
O settentrional vedevo sito,
Poiché privato sei di mirar quelle. 119

Che secondo me mi pare, che il Poeta in questi versi voglia descrivere per le quattro stelle il polo dell’altro Firmamento, e non mi diffidi fino a qui, che quello, che dice non salga verità; perché io notai quattro stelle figurate come una mandorla, che tenevano poco movimento, e se Dio mi dà vita, e salute, spero presto tornare in quello emisperio, e non tornar sanza notare il polo. In conclusione dico, che nostra navigazione fu tanto alla parte del meridione, che ci allargammo pel cammino della latitudine dalla Città di Calis 60 gradi, e mezz. perché sopra la Città di Calis alza il polo 35 gradi, e mezz. noi ci trovammo passati dalla linea equinoziale 6 gradi: questo basti quanto alla latitudine.
Avete da notare, che questa navigazione fu del mese di Luglio, Agosto, e Settembre, che come sapete il Sol regna più di continuo in questo nostro emisperio, e fa l’arco maggior del dì, e minor quello della notte: e mentre che stavamo nella linea equinoziale, o circa di essa a 4 o 6 gradi, che fu del mese di Luglio, e d’Agosto la differenza del dì, sopra la notte non si sentiva, e quasi il dì colla notte era eguale, e molto poca era la differenza.
Quanto alla longitudine dico, che in saperla trovai tanta difficoltà, che ebbi grandissimo travaglio in conoscer certo il camino, che avevo fatto per la via della longitudine, e tanto travagliai, che al fine non trovai miglior cosa, che era a guardare, e veder di notte le opposizioni dell’un pianeta coll’altro, e mover la Luna con gli altri pianeti; perché il pianeta della Luna è più leggier di corso, che nessuno altro, e riscontravalo con l’Almanacco di Giovanni da Monteregio, che fu composto al meridione della Città di Ferrara, accordandolo con le calcolazioni delle Tavole del Re Don Alfonso: e dipoi di molte note, che ebbi fatto sperienza, una notte infra l’altre, essendo a’ ventitré di Agosto del 1499 che fu in conjunzione della Luna con Marte, la quale secondo l’Almanacco aveva a essere a mezza notte, o mezza ora prima; trovai, che quando la Luna salì all’orizonte nostro, che fu un’ora, e mezz. dipoi diposto il Sole, aveva passato il pianeta alla parte dell’oriente, dico, che la Luna stava più orientale, che Marte circa d’un grado, e alcun minuto più, e a mezza notte, stava più all’oriente 15 gradi, e mezz. poco più o meno, di modo che fatta la perpensione, se 24 ore mi vagliono 360 gradi, che mi varranno 5 ore, e mezz. trovo, che mi varranno 82 gradi, e mezz., e tanto mi trovavo di longitudine del meridione della Città di Calis, che dando a ogni grado 16 leghe, mi trovavo più all’occidente, che la Città di Calis 1366 leghe, e due terzi, che sono 15466 miglia, e due terzi. La ragione perché io do 16 leghe e due terzi per ogni grado, perché secondo Tolomeo, e Alfagrano la terra volge 24000, che vagliono 6000 leghe, che ripartendole per 360 gradi, avvene a ciascun grado 16 leghe, e due terzi, e questa ragione la certificai molte volte col punto de’ piloti, e la trovai vera, e buona. Parmi, Magnifico Lorenzo, o che la maggior parte de’ filosofi in questo mio viaggio sia reprobata, che, dicono, che dentro della torrida zona non si può abitare a causa del gran calore; e io ho trovato in questo mio viaggio essere il contrario, che l’aria è più fresca, e temperata in quella regione, che fuori di essa, e che è tanta la gente, che dentro essa abita, che di numero sono molti più, che quelli, che di fuora d’essa abitano per la ragione, che di basso si dirà, che è certo, che più vale la pratica, che la teorica.
Fino a qui ho dichiarato quanto navigai alla parte del mezzodì, e alla parte dell’occidente, ora mi resta di dirvi della disposizione della terra, che trovammo, e della natura delli abitatori, e di lor tratto, e delli animali, che vedemmo, e di molte altre cose, che mi si offersono degne di memoria. Dico che dipoi, che noi volgemmo nostra navigazione alla parte del settentrione, la prima terra, che noi trovammo essere abitata, fu un’Isola, che distava dalla linea equinoziale 10 gradi, e quando fummo giunti con essa, vedemmo gran gente alla origlia120 del mare, che ci stavano guardando, come cosa di maraviglia, e surgemmo giunti con terra opera d’un miglio, e armammo le barche, e fummo a terra 22 uomini bene armati; e la gente come ci vidde saltare in terra, e conobbe, che eramo gente difforme di sua natura, perché non tengono barba nessuna, né vestono vestimento nessuno, così gli uomini, come le donne, che come saliron del ventre di lor madre, così vanno; che non si cuoprono vergogna nessuna, e così per la diformità del colore, che lor sono di color come bigio, o lionato, e noi bianchi; di modo che avendo paura di noi, tutti si missono nel bosco, e con gran fatica per via di segnali gli assicurammo, e praticammo con loro; e trovammo, che erano di una generazione, che si dicono Camballi, che quasi la maggior parte di questa generazione, o tutti vivono di carne umana, e questo lo tenga per certo Vostra Magnificenza. Non si mangiano infra loro, ma navigano in certi navili, che tengono, che si dicono canoè, e vanno a traer preda delle Isole, o terre commarcane121 d’una generazione inimici loro, e d’altra generazione, che non son loro.
Non mangiano femmina nessuna, salvo che le tengono come per istrane; e di questo fummo certi in molte parti, dove trovavamo tal gente, sì perché e’ ci accadde molte volte veder l’ossa, e capi d’alcuni, che si avevano mangiati, e loro non lo negano; quanto più che ce lo dicevano i lor nemici, che di continuo stanno in timor di essi.
Sono gente di gentil disposizione, e di bella statura: vanno disnudi del tutto; le loro armi sono arme con saette, e queste traggono, e rotelle, e son gente di buono sforzo, e di grande animo. Sono grandissimi balestrieri: in conclusione avemmo pratica con loro, e ci levarono a una lor popolazione, che istava dentro in terra, opera di due leghe, e ci dettono da far colazione, e qualsivoglia cosa, che le si domandavamo, allora le davano, credo più per paura, che per amore: e dipoi d’essere stato con loro tutto un dì ci tornammo a’ navili, restando con loro amici.
Navigammo lungo la costa di quest’Isola, e vedemmo alla origlia del mare, oltre gran poblazione122: fummo con il battello in terra, e trovammo, che ci stavano attendendo, e tutti carichi di mantenimento, e ci dettano da far colazione molto bene, secondo le loro vivande: e visto tanta buona gente, e trattarci tanto bene, non usammo tor nulla del loro, e facemmo vela, e fummo a metterci in un golfo, che si chiamò il golfo di Parias, e fummo a surgere in fronte d’un grandissimo rio, che causa esser l’acqua dolce di questo golfo; e vedemmo una gran popolazione, che istava giunta con lo mare, adonde avea tanta gran gente, che era maraviglia, e tutti stavano senza armi, e in suon di pace; fummo con le barche a terra, e ci ricevettono con grande amore, e ci levarono alle lor case, adonde tenevano molto bene apparecchiato da far colazione.
Qui ci dettono a bere di tre sorte di vino, non di vite, ma fatte di frutte, come la cervogia, ed era molto buono; qui mangiammo molti mirabolani freschi, che è una molto real frutta, e ci dettono molte altre frutte, tutte diforme dalle nostre, e di molto buon savor, e tutte di savor, e odor aromatico.
Dettonci alcune perle minute, e undici grosse, e con segnali ci dissono, che se volevamo aspettare alcun dì, che anderebbono a pescarle, e che ci trarrebbono molte di esse; non curammo di tenerci dietro a molti pappagalli, e di vari colori, e con buona amistà ci partimmo da loro.
Da questa gente sapemmo come quelli dell’Isola ssopraddetta erano Cambazi, e come mangiavano carne umana. Salimmo di questo golfo, e fummo a lungo della terra, e sempre vedevamo grandissima gente, e quando tenevamo disposizione trattavamo con loro, e ci davano d’ello, che tenevano, e tutto lo che gli domandavamo.
Tutti vanno ignudi come nacquono senza tener vergogna nessuna, che se tutto si avessi di contare di quanta poca vergogna tengono, sarebbe entrare in cosa disonesta, e migliore è tacerla.
Dipoi d’aver navicato al piè di 400 leghe di continuo per in costa, concludemmo, che questa era terra ferma, che la dico, e’ confini dell’Asia per la parte d’oriente, e il principio per la parte d’occidente; perché molte volte ci accadde vedere di diversi animali, come lioni, cervi, cavrioli, porci salvatici, conigli, e altri animali terrestri, che non si trovano in Isole stando in terra ferma. Andando un dì in terra dentro con venti uomini, vedemmo una serpe, o serpente, che era lunga opera di otto braccia, ed era grossa, come io nella cintura; avemmo gran paura di essa, e a causa di sua vista tornammo al mare.
Molte volte mi accadde vedere animali ferocissimi, e serpi grandi. E navigando per la costa ogni dì discoprivamo infinita gente, e varie lingue, tanto che quando avemmo navicato 400 leghe per la costa, cominciammo a trovar gente, che non volevano nostra amistà, ma stavanci aspettando con le loro armi, che sono archi, e saette, e con altre arme, che tengono: e quando andavamo a terra con le barche difendevanci il saltare in terra; di modo che eravamo forzati combatter con loro, e al fine della battaglia liberavan mal con noi, che sempre come sono disnudi facevamo di loro grandissima mattanza123, che ci accadde molte volte 16 di noi combatter con 2000 di loro, e al fine di sbarattargli, e ammazzar molti di essi, e rubar loro le case. E un dì infra gli altri vedemmo una grandissima gente, e tutta posta in arme per difenderci, che non fussimo a terra: armammoci 26 uomini bene armati, e coprimmo le barche a causa delle saette, che ci tiravano; che sempre prima che saltassimo in terra ferivano alcuni di noi.
E poiché ci ebbono difeso la terra quanto potettono, alfin saltammo in terra, e combattemmo con loro grandissimo travaglio; e la causa perché tenevano più animo, e maggiore isforzo contro noi era, che non sapevano che arme era la spada, né come tagliava: e così combattendo fu tanta la moltitudine della gente, che caricò sopra noi, e tanta moltitudine di saette, che non ci potevamo rimediare, e quasi abbandonati della speranza di vivere, voltammo le spalle per saltar nelle barche.
E così andandoci ritraendo, e fuggendo, un marinaro de’ nostri, che era Portoghese, uomo d’età di 55 anni, che era restato a guardia del battello, visto il pericolo in che stavamo saltò del battello in terra, e con gran voce ci disse: figliuoli volgete il viso all’armi inimici, che Iddio vi darà vittoria, e gittossi ginocchioni, e fece orazione; e dipoi fece una gran rimessa con gl’Indi, e tutti noi con lui giuntamente così feriti come istavamo; di modo che ci volsono le spalle, e cominciarono a fuggire, e al fine gli disbarattammo, e ammazzammo di essi 150 e ardemmo loro 180 case: e perché stavamo mal feriti, e stracchi ci tornammo a’ navili, e fummo a riparar in un Porto, adonde istemmo venti dì solo perché il medico ci curassi, e tutti scampammo, salvo uno, che stava ferito nella poppa manca.
E dipoi disanati124 tornammo a nostra navigazione, e per questa medesima cosa ci accadde molte volte combattere con infinita gente, e sempre con loro avemmo vittoria.
E così navicando fummo sopra un’Isola, che istava discosto della terra ferma 15 leghe, e come alla giunta non vedemmo gente, e l’Isola parendoci di buona disposizione, accordammo d’ire a tentarla, è fummo a terra 11 uomini, e trovammo un cammino, e ponemmoci andar per esso due leghe, e mezz. dentro in terra, e trovammo una popolazione d’opera di 12 case, adonde non trovammo salvo sette femmine, e di tanta grande istatura, che non aveva nessuna, che non fusse più alta che io una spanna, e mezzo; e come ci viddono, ebbono gran paura di noi, e la principal di esse, che certo era donna, discreta, con segnali ci levò ad una casa, e ci fece dar da rinfrescare, e noi come vedemmo tam grande donne, accordammo di rubar due di loro, che erano giovane di quindici anni per far presente di esse a questi Re, che senza dubbio eran creature fuor della statura degli uomini comuni: e mentre che stavamo in questa pratica, vennono 36 uomini, ed entrarono nella casa dove istavamo bevendo, ed erano di tant’alta statura, che ciascuno di loro era più alto stando ginocchioni, che io ritto. In conclusione erano di statura di giganti, secondo la grandezza, e proporzion del corpo, che rispondeva con la grandezza; che ciascuna delle donne pareva una Pantasilea, e gli uomini Antei, e come entrarono furono alcuni de’ medesimi, che ebbono tanta paura, che oggi indi non si tengono sicuri. Tenevano archi, e saette, e pali grandissimi fatti come spade; e come ci viddono di statura piccola cominciarono a parlar con noi per saper chi eramo, e di che parte venivamo, e noi dando del buono per la pace gli rispondevamo per segnali, che eramo gente di pace, e che andavamo a veder il mondo; in conclusione tenemmo per bene partirci da loro senza questione, e fummo pel medesimo cammino che venimmo, e ci accompagnammo fino al mare, e fummo a’ navili: quasi la maggior parte degli alberi di questa Isola son di verzino, e tanto buono come quel di levante.
Di questa Isola fummo ad altra Isola commarcana di essa a dieci leghe, e trovammo una grandissima popolazione, che tenevano le lor case fondate nel mare come Venezia, con molto artificio, e maravigliati di tal cosa, accordammo di andare a vederli, e come fummo alle lor case vollon difendersi, che non entrassimo in esse.
Provarono come le spade tagliavano, ed ebbono per bene lasciarci entrare, e trovammo che tenevano piene le case di bambagia finissima; e tuttor le trave di lor case erano di verzino, e togliemmo molto alghoton125, e verzino, e tornammo a’ navili.
Avete da sapere, che in tutte le parte, che saltammo in terra trovammo sempre grandissima cosa di bambagia, e per il campo pieno d’alberi di essa, che si potrebbe caricare in quelle parte, quante caravelle, e navili son nel mondo di cotone, e di verzino.
In fine navigammo altre 300 leghe per la costa trovando di continuo gente brave, e infinitissime volte combattemmo con loro, e pigliammo di essi opera di venti, fra i quali avea sette lingue, che non s’intendevano l’una all’altra; dicesi, che nel mondo non sono più che 77 lingue, e io dico, che sono più di 1000 che solo quelle, che io ho udite sono più di 40. Dipoi d’aver navicato per questa terra 700 leghe, o più, senza infinite Isole, che avemmo visto, tenendo i navili molto guastati, e che facevano infinita acqua, che appena potevamo supplire con due bombe sgottando, e la gente molto affaticata, e travagliata, e il mantenimento mancando; come ci trovammo secondo il punto de’ piloti appresso di un’Isola, che si dice la Spagnuola, che è quella che discoperse l’Ammiraglio Colombo sei anni fa a 120 leghe ci accordammo di andare a essa, e qui perché abitata da’ Cristiani, racconciare nostri navili, e riposar la gente, e provvederci di mantenimenti, perché da quest’Isola a Castiglia sono 1300 leghe di golfo senza terra nessuna; e in sette dì fummo a essa, a dove stemmo opera di due mesi, e indirizzammo i navili, e facemmo nostro mantenimento, e accordammo di andare alla parte del Norte, adonde trovammo infinitissima gente, e discoprimmo più di 1000 Isole, e la maggior parte abitate, e tuttavia gente disnuda, e tutta era gente paurosa, e di poco animo, e facevamo di loro quello, che volevamo.
Questa ultima parte che discoprimmo fu molto pericolosa per la navigazione nostra a causa dalle secche, e mar basso, che in essa trovammo, che molte volte portammo pericolo di perderci.
Navicammo per questo mare 200 leghe diritto al settentrione, e come già andava la gente cansada, e affaticata, per aver già stato nel mare circa di uno anno, mangiando sei once di pane il dì, e tre misure piccole d’acqua bevendo, e i navili pericolosi per tenersi nel mare, reclamò la gente dicendo, che essi volevano tornare a Castiglia alle lor case, e che non volevano più tentare il mare, e la fortuna; per donde accordammo di far presa di schiavi, e caricare i navili di essi, e tornare alla volta di Spagna, e fummo a certe Isole, e pigliammo per forza 232 anime, e caricammole, e pigliammo la volta di Castiglia, e in 67 dì attraversammo il golfo, e fummo all’Isole de’ lazzori, che sono del Re di Portogallo, che distanno da Calis 300 leghe, e qui preso nostro rinfresco, navigammo per la Castiglia, e il vento ci fu contrario, e per forza avemmo andare alle Isole di Canaria; e di Canaria all’Isola della Medera, e della Medera a Calis, e stemmo in questo viaggio tredici mesi, correndo grandissimi pericoli, e discoprendo infinitissima terra dell’Asia, e gran copia d’Isole, la maggior parte abitate; che molte volte ho fatto conto con il compasso, che siamo navicati al piè di 5000 leghe. In conclusione passammo della linea equinoziale 6 gradi, e mezz. e dipoi tornammo alla parte del settentrione; tanto che la stella tramontana si alzava sopra il nostro orizonte 35 gradi, e mezz. e alla parte dell’occidente navigammo 84 gradi, discosto del meridiano della Città, e Porto di Calis. Discoprimmo infinita terra, vedemmo infinitissima gente, e varie lingue, e tutti disnudi.
Nella terra vedemmo molti animali salvatichi, e varie sorte d’uccelli, e d’alberi, infinitissima cosa, e tutti aromatici: traemmo perle, e oro di nascimento in grano; traemmo due pietre l’una di color di smeraldo, e l’altra d’amatiste durissime, e lunghe una mezza spanna, e grosse tre dita.
Questi Re hanno fatto gran conto di esse, e l’hanno guardate infra le lor gioie. Traemmo un gran pezzo di cristallo, che alcuno gioielliero dicono, che è berillo, e secondo che gl’Indi ci dicevano, tenevano di esso grandissima copia.
Traemmo 14 perle incarnate, che molto contentarono alla Reina, e molte altre cose di petrerie, che ci parvono belle; e di tutte queste cose non traemmo quantità, perché non paravamo in luogo nessuno, ma di continuo navicando. Giunti che fummo a Calis, vendemmo molti schiavi, che ce ne trovavamo 200 di essì, e il resto fino a 232 s’eran morti nel golfo, e tratto tutto il guasto, che s’avea fatto ne’ navili, ch’avanzò, opera di 500 ducati, i quali s’ebbono a ripartire in 55 parte, che poco fu quel, che toccò a ciascuno, pur con la vita ci contentammo, e rendemmo grazie a Dio, che in tutto il viaggio di 57 uomini Cristiani, che eramo, non morirono salvo due, che ammazzarono gl’Indi. Io dipoi che venni, tengo due quartane, e spero in Dio presto sanare, perché mi durano poco, e senza freddo.
Trapasso molte cose degne di memoria per non esser più prolisso, che non sono, che si serbano nella penna, e nella memoria. Qui m’armano tre navili, perché nuovamente vadia a discoprire, e credo, che istaranno presti a mezzo Settembre. Piaccia a nostro Signore darmi salute, e buon viaggio, che alla volta spero trar nuove grandissime, e discoprir l’Isola Trapobana126, che è infra il mar Indico, e il mar Gangetico, e dipoi intendo venire a ripatriarmi, e discansare127 dì della mia vecchiezza. Per la presente non mi allargherò in più ragioni, che molte cose si lasciano di scriver per non si accordar di tutto, e per non esser più prolisso di quel che sono stato.
Ho accordato, Magnifico Lorenzo, che così come vi ho dato conto per lettera d’ello che m’è occorso, mandarvi due figure della descrizione del mondo fatte, e ordinate di mia propria mano, e savere.
E sarà una carta in figura piana, e un Apamundo in corpo sperico, il quale intendo di mandarvi per la via di mare per un Francesco Lotti nostro Fiorentino, che si truova qua.
Credo, che vi contenteranno, e massime il corpo sperico, che poco tempo fa, che ne feci uno per l’Altezza di questi Re, e lo stiman molto. L’animo mio era venir con essi personalmente, ma il nuovo partito d’andare altra volta a discoprir non mi dà luogo, né tempo.
Non manca in cotesta Città chi intenda la figura del mondo, e che forse emendi alcuna cosa in essa; tuttavolta chi mi dee emendare, aspetti la venuta mia, che potrà essere che mi difenda.
Credo V. M. avrà inteso delle nuove che hanno tratto l’armata, che due anni fa mandò il Re di Portogallo a discoprir per la parte di Ghinea. Tal viaggio, come quello, non lo chiamo io discoprir, ma andare per il discoperto, perché come vedrete per la figura la lor navigazione è di continuo a vista di terra, e volgono tutta la terra d’Affrica per la parte d’austro, che è per una via della quale parlano tutti gli Autori della cosmografia. Vero è, che la navigazione è stata con molto profitto, che è oggi quello, che indi si tiene in molto, e massime in questo Regno dove disordinatamente regna la codizia disordinata. Intendo come egli han passato del mar Rosso, e sono allegati al Sino Persico a una Città, che si dice Calicut, che istà infra il Sino Persico, e il fiume Indo, e ora nuovamente il Re di Portogallo tornò dal mare 12 navi con grandissima ricchezza, e l’ha mandate in quelle parte, e certo che faranno gran cosa se vanno a salvamento.
Siamo adì 18 di Luglio del 1500 e d’altro non c’è da far menzione.
Nostro Signore la vita, e magnifico Stato di vostra signoril Magnificenza guardi, e accresca come desia.

Di V. M.
Servitore
Amerigo Vespucci